Un patrimonio dell’umanità sorto in una regione al confine con il Kirghizistan e la Cina. Da qui ha viaggiato lungo le Vie della Seta, fino alla Mesopotamia, l’antica Roma e poi le Americhe.
Resistono da circa 65 milioni di anni, sono le madri di tutte le specie coltivate, hanno un patrimonio genetico che ha consentito di sopravvivere a choc climatici, fattori inquinanti e parassiti. E anche a Stalin. Che condannò la genetica mendeliana di Nikolaj Vavilov, lo scopritore di questo tesoro biologico. Perciò al «giardino» sulle Montagne Celesti del Kazakhstan è stato assegnato
il premio Carlo Scarpa sulla salvaguardia del paesaggio.


Tien Shan (Kazakhstan)


E’ piccolo e storto, e sembra in equilibrio molto precario sul ciglio di quello sprofondo di quattro o cinquecento metri. Ma ce la farà. Si imporrà e affonderà le radici, e si prenderà lo spazio che gli serve per crescere e fruttificare. Lì, in quella posizione, così isolato, ha poche probabilità di diventare alto e prolifico come i suoi simili, che possono arrivare ai trenta metri di altezza e dare una tonnellata di frutti ogni stagione. Però, come loro, di sicuro crescerà e resisterà. Perché quell’albero è un melo selvatico del Tien Shan, le Montagne Celesti che fanno parte del massiccio del Tarbagatai, e qui, nel sud-est dell’immenso Kazakhstan, al confine con la Cina e il Kirghizistan, resiste da quando esiste, circa 65 milioni di anni, coetaneo degli ultimi dinosauri. Questo melo selvatico si è riprodotto fino a formare grandi foreste che ricoprivano non soltanto le Montagne Celesti, ma anche quelle del Djungarsky Alatau — che con i suoi 11 mila ettari di meli è attualmente il più «folto» — e di altri gruppi montuosi della stessa altitudine, tra i 4 mila e i 7 mila metri. Il melo selvatico kazako (ma anche kirghizo, uzbeko e cinese) cresce ad altitudini minori, non superiori ai 2.500 metri, e si è riprodotto fino a imboschire le montagne grazie alla golosità degli orsi, che ne mangiano i frutti dolci, e agli enzimi dei loro escrementi, capaci di schiudere i semi molto resistenti delle mele selvatiche e quindi di farli germogliare.
Ma questo melo selvatico unico al mondo, che dà mele dolci e succose ed è il padre di tutte le mele del mondo, oltre che agli orsi, dev’essere riconoscente alla Natura, che gli ha dato un codice genetico che rispetto a tutte le altre specie di meli ibridati lo ha reso più resistente ai cambiamenti climatici, ai fattori inquinanti e ai parassiti. Un Dna che nemmeno la presunzione, la stupidità e la follia degli uomini sono riuscite a piegare e a «correggere». Più l’uomo si ingegnava a modificare e a domesticare quel Dna, più quei cromosomi andavano a riprendersi in qualche modo e da qualche altra parte ciò che gli era stato tolto. Ma a questo punto, e da questa precisa area dell’Asia centrale, dobbiamo raccontare anche un’altra storia. Che è la storia secolare dei Galileo Galilei e degli ottusi inquisitori che li hanno perseguitati, dei tormenti e dell’entusiasmo degli spiriti liberi impegnati nella ricerca scientifica e dei loro nemici «per statuto», gli occhiuti custodi della religione che degrada in ideologia e viceversa. Una storia che riguarda il passato e il suo racconto, finalmente riportato su basi di verità, ma anche una storia, come nel nostro caso, fondamentale per affrontare il presente e progettare il futuro.
La mela di cui stiamo parlando si chiama Malus sieversii, dal nome di Johann August Carl Sievers, farmacista tedesco vissuto nella seconda metà del Settecento, che durante uno dei suoi viaggi in Asia come membro dell’Accademia imperiale delle scienze di San Pietroburgo — su incarico della zarina Caterina II, appassionata di botanica —, scoprì quelle mele selvatiche così particolari, «dolci e dalledimensioni di un uovo di gallina». Sei centimetri di diametro, fiori che variano dal bianco al porpora scuro, quelle mele erano esattamente le stesse che oggi riempiono gli alberi delle Montagne Celesti intorno ad Almaty — l’ex capitale del Kazakhstan, il cui nome significa «padre delle mele» — e che la Iucn, l’Unione mondiale per la conservazione della natura, ha incluso nella «Lista rossa» delle specie minacciate. La mela del Kazakhstan, molto prima di diventare Malus sieversii, aveva viaggiato per migliaia di chilometri lungo quella rete di percorsi carovanieri meglio noti come Vie della Seta, e dai massicci montuosi kazaki aveva raggiunto la Mesopotamia, la Grecia, l’antica Roma e poi, con Cristoforo Colombo, le Americhe. Ma è soltanto nel 1929 che questa mela viene individuata come la progenitrice di tutte le mele coltivate. È il genetista russo Nikolaj Vavilov ad annunciare la scoperta. Dopo aver visto le foreste di meli selvatici del Tien Shan, Vavilov ha la conferma delle proprie teorie e dice che qui, su queste montagne, si trova «il centro di origine della mela coltivata».
Vavilov è uno scienziato, viaggia e si confronta con tutti, specialmente con gli americani, e la sua autorevolezza cresce al pari della sua notorietà. Quanto basta per farlo cadere in disgrazia. Trofim Lysenko, direttore dell’Accademia delle Scienze agricole dell’Unione Sovietica e depositario del verbo ufficiale del regime, condanna, nel nome di Stalin e della «nuova biologia» — quella proletaria, che deve opporsi alla «pseudoscienza borghese» — la genetica mendeliana di Vavilov. Il quale viene arrestato nel 1940 con il solito campionario di accuse «anti-sovietiche» e condannato a morte. La sentenza non verrà eseguita solo perché tre anni dopo Vavilov morirà in carcere, nonostante gli accorati appelli ai suoi boia, al capo della polizia politica Berija e al capo supremo Stalin, rimasti senza risposta.
È il trionfo di Lysenko che, per dimostrare che la genetica mendeliana è mendace e Vavilov un traditore del popolo, sfodera il peggio del repertorio per uno scienziato quale egli stesso è: il dogma ideologico. L’Unione Sovietica si fonda sul marxismo-leninismo e sul «materialismo dialettico», dice Lysenko, e poiché essi non prevedono la biologia mendeliana, questa è da considerarsi una falsa scienza che va rimpiazzata con quella vera. Cioè il suo delirio che lo porterà, a metà degli anni Cinquanta, a perseguitare anche il migliore allievo di Vavilov, il kazako Aymak Djangaliev, quando questi si opporrà alla deforestazione massiva dei boschi di meli selvatici ordinata da Lysenko.
Le foreste selvatiche, secondo Lysenko, erano un errore della natura che andava corretto attraverso il lavoro dell’uomo. Dunque, via libera alle motoseghe per eliminare i meli selvatici — che pure erano stati i soli a resistere a cinque inverni consecutivi a 50 gradi sotto zero, altro che errore della natura — e al loro posto nuovi frutteti. Il risultato fu che quei frutteti «ibridati», più deboli, perirono e che il Kazakhstan perse il 70 per cento delle sue foreste di meli selvatici. Djangaliev fu quindi espulso dal Pcus, i suoi libri vennero vietati, il suo dottorato annullato, gran parte del suo materiale documentario bruciato, e furono persino sradicati gli esemplari di Malus sieversii che egli aveva accudito a fini di studio. Di Lysenko, dopo la «destalinizzazione », si sono perse le tracce (morì di vecchiaia nel 1976), ma Djangaliev, nonostante le avversità del regime, proseguite fino alla dissoluzione dell’Urss e anche oltre, ha continuato a percorrere la propria strada fino all’ultimo. È morto nel 2009, giusto un anno prima che il biologo molecolare americano Barry Juniper completasse la sequenza del genoma della mela domestica, la prova definitiva che l’origine del frutto è qui, sul Tien Shan, come aveva intuìto Vavilov e dimostrato Djangaliev. Non si tratta di stabilire dove fosse davvero l’Eden, se fra il Tigri e l’Eufrate, o sulle Montagne Celesti. Ma di capire, traendo insegnamento da questa storia, se per il futuro dovremo puntare al paradiso della ricerca scientifica intellettualmente onesta oppure rassegnarci all’inferno dei dogmi e delle scomuniche, che oggi, ahinoi, inficiano anche la stessa scienza. Ecco perché il comitato scientifico del Premio internazionale Carlo Scarpa per il Giardino (Fondazione Benetton Studi Ricerche), presieduto da Luigi Latini, ha scelto di premiare, per la XXVII edizione, la kazaka Natalya Ogar. Non solo perché il suo lavoro di ricerca accademica sui meli del Tien Shan è nel solco del lascito di Djangaliev, ma anche perché, come spiega bene Francesco Sottile, del dipartimento di Colture arboree dell’università di Palermo, nel volume pubblicato per l’occasione dalla fondazione veneta, il futuro, più che nella transgenica monopolizzata da poche multinazionali, è nella cisgenica, cioè nel trasferimento di geni «amici» da specie selvatiche a specie domestiche per renderle più resistenti. In piena libertà di ricerca, come insegnano le mele del Tien Shan.


L’evento
Il Premio internazionale Carlo Scarpa per il Giardino, giunto quest’anno alla XXVII edizione, è intitolato al grande architetto veneziano e inventore di giardini Carlo Scarpa (1906-1978) ed è promosso e organizzato dalla Fondazione Benetton Studi Ricerche di Treviso. Il premio, un sigillo disegnato da Carlo Scarpa, viene consegnato dal direttore della fondazione, Marco Tamaro, alla persona o all’ente che più ha contribuito alla salvaguardia e alla valorizzazione del luogo designato come meritevole di cura e come esempio di governo del paesaggio. Il premio si caratterizza come una campagna di lavoro, di ricerca e di studio che coinvolge amministratori pubblici, architetti, agronomi, poeti, scrittori e specialisti di arti, scienze e tecniche diverse. La doppia cerimonia di premiazione si è svolta prima a Treviso (il 14 maggio) e poi nel luogo premiato (il 27). Quest’anno, per i boschi di meli selvatici delle montagne del Tien Shan, è toccato alla città di Taldykorgan, nella regione di Almaty, Kazakhstan.


Carlo Vulpio, la Lettura, 5/6/2016
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