Trenta le tappe scelte con originale oculatezza nel libro di Carlo Vulpio “L’Italia nascosta”. Località descritte con competenza dalle persone incontrate durante le peregrinazioni


ItaliaNascosta


di Claudio Strinati, Il Messaggero 6/6/2016


SCOPERTE
Il viaggio per l’Italia nascosta è un genere letterario che attraversa i secoli scoprendo sempre cose nuove. Carlo Vulpio, col suo libro pubblicato da StorieSkira (si chiama proprio così: “L’Italia nascosta”) si iscrive in questa nobile tradizione per una trentina di tappe scelte con originale oculatezza. Sulla copertina c’è Civita di Bagnoregio, la città che scompare, luogo magico, remoto, di fascino imperituro. Poi l’autore si avventura in località, all’opposto, largamente sconosciute come Casaranello (Lecce), Orroli (Cagliari), Torri del Benaco (Verona), Zungri (Vibo Valentia).
GLI ARGOMENTI
L’arte e il paesaggio non sono gli unici argomenti del libro e l’Italia descritta da Vulpio non è soltanto disseminata di capolavori d’arte e squarci incantevoli. Naturalmente il libro comprende questi aspetti e l’autore, giornalista esperto e sensibile, manifesta massimo rispetto per quegli studiosi che aiutano a conoscere e amare la realtà del patrimonio artistico italiano. Ma il testo di Vulpio è soprattutto un manifesto di concretezza e antiretorica, strumenti indispensabili per chi scopre un tesoro.
Non sottoscrive acriticamente l’idea convenzionale per cui l’immensa densità culturale italiana sarebbe in sé questo tesoro nascosto contenente meraviglie che tutto il mondo ci invidierebbe. Vulpio certamente condivide la parte sostanziale e sacrosanta di tale tesi, ma non è questo il punto centrale della sua ispezione nella storia, perché sa bene, e ce lo racconta senza tante teorie ma alla luce di evidenti constatazioni, come i veri tesori nascosti del nostro Paese siano le parole e le cose, per richiamare il sublime titolo di un vecchio e utile libro di Michel Foucault.
Il tesoro è nascosto fino a che non se ne parla e quel qualcuno che ne parla ha potuto e saputo sperimentare di che si tratti. E non è necessariamente il sommo studioso che ci spiega quanto siano importanti il formidabile pittore Saturnino Gatti; l’eletto manierista Niccolò Circignani detto il Pomarancio; il misterioso e potente pittore medievale della Cripta di Adamo ed Eva a Matera; o l’altro, veramente eccelso, di Castelseprio presso Varese. Tutti questi maestri e tanti altri entrano in scena nel libro di Vulpio che ce li racconta con competenza e amorevolezza invero encomiabili. Ma altrettanto, nel suo testo, se non più, contano le persone che lo scrittore incontra nelle sue peregrinazioni. Le incontra o nelle pagine dei libri o in carne ed ossa, ma sempre e soltanto quando ha raggiunto la località di cui narra. E ciascuno gli parla del posto in cui si trova, delle ricerche archeologiche, delle credenze locali, delle scoperte universali che scaturiscono logicamente da quelle terre. Sono le parole degli uomini, colti e appassionati, il vero tesoro, quando queste parole aderiscono alla realtà vivente dei luoghi che hanno generato tradizioni e civiltà.
LA CHIAVE
Qui mi sembra la preziosa chiave di lettura del libro e, a quel punto, non importa se parliamo di una miniera; dei mosaici bellissimi di Monreale; della Villa San Marco a Castellammare di Stabia; del borgo quasi abbandonato, ma stranoto fin negli Stati Uniti d’America, di Beffi in Abruzzo; di papa Benedetto XVI quando racconta dell’abate Autperto che quasi nessuno sa chi sia; dell’avvocato Domenico Romano-Carratelli che ha ritrovato dopo secoli di dispersione l’antico Codice della Calabria Ultra e ci porta a vederlo con l’affetto sconfinato di un uomo che vive la sua realtà, quella di Tropea, in un andirivieni di complessa cultura specialistica e di quotidiano gravame della vita sempre guardandosi intorno con cura e attenzione.
L’ESEMPIO
Il libro di Vulpio è, dunque, una lezione di civiltà ed è un buon motivo per viaggiare, in Italia o in qualunque altra parte del mondo. Ogni capitolo è un buon esempio di tale mentalità. Prendiamo Palermo. L’autore si volge alla Conca d’Oro, un paradiso perduto. E questo lo porta a pensare agli Arabi, ai Normanni, a Goethe che di quelle terre lasciò un ricordo indimenticabile nel suo Viaggio in Italia. Distruggerla è un crimine contro l’Umanità, come è stato per i Buddha di Bamiyan.
E medita con un illustre studioso di colture arboree come Giuseppe Barbera; rilegge un vecchio articolo di Cesare Brandi, strenuo difensore dei beni culturali; rammenta l’altro eletto filosofo Rosario Assunto; si interessa del lavoro del gruppo di studio coordinato dall’architetto Lina Bellanca. Ripensa al Gattopardo, a don Pino Puglisi, al premio Carlo Scarpa. I tesori sono ovunque.
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