Da Nord a Sud e ritorno: il viaggio di Carlo Vulpio attraverso la storia e l’arte del nostro Paese. I reportage raccolti nel volume «L’Italia nascosta»(Skira)


ItaliaNascosta


di Isabella Bossi Fedrigotti, Corriere della Sera, 20/5/2016


L’Italia nascosta è andato a cercare Carlo Vulpio, e così ha intitolato il suo libro (Skira), dedicato a trenta bellezze del nostro Paese, opere d’arte, capolavori e luoghi poco noti, dimenticati, trascurati, non visitati e perciò, automaticamente, «minori», sebbene questo aggettivo al massimo possa adattarsi alle piccole dimensioni di alcuni dei tesori scovati dall’autore. Quello che era nato come un reportage giornalistico (per la Lettura, supplemento culturale del Corriere) è diventato, prima una vera e propria passione e poi, appunto un libro: non una guida, però, bensì una raccolta di racconti, quasi un diario del molto invidiabile peregrinare attraverso l’Italia, da Sud a Nord e poi di nuovo da Nord a Sud, sulle tracce del bello, di quel bello rimasto in ombra di cui l’Italia è ricchissima e che, forse, dopo questo libro, resterà un po’ meno nascosto.
Città, villaggi, chiese, cappelle, abbazie, affreschi e mosaici ha scoperto e raccontato Carlo Vulpio, per un viaggio attraverso la storia e la storia dell’arte italiana; e non è escluso, come egli stesso scrive nell’introduzione, che l’avventura, da non molto terminata, potrebbe, in qualche modo, aver cambiato i connotati al polemico cronista giudiziario, all’inviato speciale nell’Italia del malaffare qual è stato finora: gli ha insegnato, infatti, che la bellezza bonifica, dà serenità, fiducia, a volte addirittura ottimismo.
Due, si può dire siano stati i suoi Virgilio, uno vivo e vegeto, l’altro letterario. Il primo, naturalmente, Vittorio Sgarbi, infervorato suggeritore di alcune delle trenta tappe; l’altro Guido Piovene che, con il suo Viaggio in Italia, è stato guida fidata che qua e là ha preceduto l’autore nella scoperta di qualche bellezza ora come allora dimenticata, in ombra. Per il resto — spiega Vulpio— è stato un passaparola: il custode di uno di questi tesori nascosti che ne segnala un altro, e via così, catena umana di appassionati del bello che ha contribuito a portare alla luce le tessere del grande mosaico dei nostri capolavori trascurati.
Non soltanto custodi innamorati di quel che custodiscono ha incontrato l’autore nei suoi viaggi, quasi sempre felicemente sorpresi che qualcuno, infine, si interessasse alla «loro» opera d’arte, ma anche, quasi ovunque, dei cultori di storia locale, per lo più insegnanti, bibliotecari, direttori di musei, che ai luoghi in questione hanno dedicato studi, a volte, lunghi una vita, ricerche, pubblicazioni: grande e meritevole stuolo di studiosi semisconosciuti che, grazie alla loro passione, sono diventati salvatori di bellezze. Non fossero esistiti, molti dei tesori raccontati nel libro non sarebbero soltanto dimenticati ma, forse, in rovina completa se non addirittura spariti.
Da cronista scrupoloso Vulpio ha letto le tante pagine dei loro lavori prima di mettersi, lui, al lavoro. Il suo viaggio, seguendo l’ordine alfabetico, comincia ad Asciano, in Toscana, dove sorge l’Abbazia benedettina di Monte Oliveto Maggiore il cui chiostro grande è decorato da trentasei affreschi — opera di Luca Signorelli e del Sodoma — dedicati alla vita di San Benedetto; e termina a Zungri, in Calabria, villaggio di grotte risalenti all’età del Bronzo, un insieme genialmente scavato nel tufo, di case, strade, scale, pozzi, cisterne, fontane, fornaci, magazzini e sfiatatoi per il fumo, dei quali tutto si può dire tranne che siano primitivi.
Ricchissime di questi pregiati luoghi nascosti sono soprattutto le regioni meridionali, a testimonianza di un rigoglio di civiltà — ciascuna delle quali ha lasciato le sue preziose tracce — forse unica al mondo. Ma nessuna delle regioni d’Italia è esclusa dallo straordinario catalogo delle bellezze cosiddette «minori»; ovunque vi è un luogo di cui prendere nota, da mettere tra i buoni propositi, meta di una prossima visita: e, come si vedrà, il viaggio per raggiungerlo potrà essere anche molto breve. Potrebbe anzi essere che accanto a quell’opera d’arte si sia già passati tante volte, senza sapere, senza vedere.
Gran parte dei capolavori raccontati da Carlo Vulpio, sia pure ignorati, non visitati, non pubblicizzati, sono, fortunatamente, stati restaurati, ed è successo quasi sempre in tempi recenti, segno che, magari lentamente, comunque cresce l’attenzione per il nostro patrimonio artistico: buon segno, dunque. Ma non manca quello cattivo, pessimo, quasi delittuoso. Ed è, per esempio, il panorama che l’autore ha trovato nell’ex Conca d’Oro, immensa piana di agrumeti attorno a Palermo, sfigurata negli ultimi cinquant’anni da un ammasso informe di cemento che se l’è mangiata quasi tutta. Perché ci è andato allora? Perché vi si trova, oasi per il momento sopravvissuta, il Castello di Favara Maredolce, di cui re Ruggero II fece, intorno all’anno Mille, il primo nucleo della città giardino che diventerà poi Palermo. E intorno sono rimasti venticinque ettari di agrumeti.
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