Borgo Libertà (Foggia)


Sono banlieue agricole, come altrimenti definire questi ciuffi di case sparse, come barche alla deriva, nel grande mare di terra ben coltivata del Tavoliere? E’ in queste periferie improprie, lontane dai centri abitati e ignorate dagli amministratori, in questi veri e propri ghetti, che sopravvivono, stipati come animali in baracche fatiscenti, gli immigrati di ogni colore ed etnia. «Immigrati» però, è categoria ormai troppo ampia e generica per definire i soli lavoratori agricoli stagionali stranieri. In mezzo a costoro, che lavorano sodo e guadagnano pochissimo, da tempo vivono, e bene, anche tanti individui per i quali l’immigrazione in Italia, e nelle campagne del Sud in particolare, è business. Come dev’essere stato, se le accuse verranno provate, per Gulistan Ahmadzai, il ventinovenne afghano accusato di far soldi con l’immigrazione clandestina e coinvolto (anche se questa imputazione non lo riguarda) nelle indagini sul terrorismo internazionale di matrice islamica della Dda di Bari.
Gulistan Ahmadzai è in Italia da alcuni anni. Appena arrivato ha ottenuto lo status di «protezione sussidiaria», un permesso di soggiorno riconosciuto a chi non può godere delle garanzie della Convenzione di Ginevra perché non in grado di dimostrare di essere un «rifugiato», una persona cioè costretta ad abbandonare il proprio Paese in seguito a una persecuzione personale. Ma ugualmente, la «protezione sussidiaria» scatta in favore di tutti coloro che rischino una condanna a morte, la tortura, o una minaccia alla propria vita in caso di guerra interna o internazionale. Era in pericolo per una di queste ragioni, Gulistan Ahmadzai? A Borgo Libertà, 350 persone, uno dei tanti borghi sorti grazie alla Riforma agraria degli anni Cinquanta per ripopolare e coltivare le campagne trascurate dai latifondisti, non sanno chi sia Gulistan Ahmadzai. Forse lo avranno incrociato qualche volta nell’unico bar del borgo, o forse no, di certo non se lo ricordano come uno degli stagionali che tutti i giorni lavorano nei campi. Eppure, «risulta» che Gulistan avesse qui la sua residenza. «Ma dove? Nel centro di accoglienza del borgo? – sorridono sardonici gli abitanti del Libertà – Ufficialmente il centro è quell’edificio vicino alla Torre Alemanna, ma non è stato mai aperto». E allora dove può aver vissuto in tutto questo tempo Gulistan l’afghano? «E chi lo sa? Provi a chiedere a Borgo Tre Titoli, a cinque chilometri da qui, è lì che vivono tutti».
«Tutti», sarebbero tutti gli immigrati, senza distinzione di status. Ma Borgo Tre Titoli non è Borgo Libertà. E’ una banlieue agricola di baracche senz’acqua e senza fogna, come il ghetto di Rignano Garganico, come Borgo Cannone, come l’agglomerato di baracche nella campagne di Stornarella, tutti luoghi in cui si vive anche in quindici in una stanza, ma dove vige la rigorosa separazione tra gli africani (liberiani, ghanesi, ivoriani, nigeriani) e gli arabi, prevalentemente tunisini, marocchini, algerini, i quali, a differenza dei primi, sono molto più sensibili, per dirla con un eufemismo, alla comune appartenenza all’islam, fattore identitario che in questi anni torbidi li rende più coesi di tutti gli altri. E’ tra questi «correligionari», che a parlarci tirano fuori un armamentario religioso rudimentale e rabbioso, arrivando a giustificare la strage del Bataclan a Parigi «per le vostre offese al Profeta sui giornali», che trovava una sponda Gulistan l’afghano? Omar, almeno così dice di chiamarsi, intuisce la piega che sta prendendo il discorso e placa i suoi più giovani amici. «Afghani – dice -, implicati in fatti di terrorismo qui, a Tre Titoli? Ma no. E’ che purtroppo, quando c’è la guerra, poi succedono tante altre cose. Il mondo va così». E Gulistan l’afghano, cinque anni in Italia, sembra diventato improvvisamente un fantasma.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 11 maggio 2016
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