A Osimo, splendida città a due passi da Ancona dove nel 1975 venne firmato l’omonimo trattato che ha disegnato gli attuali confini tra l’Italia e la ex Jugoslavia in seguito alla seconda guerra mondiale, domani sarà inaugurata la mostra, aperta fino al 30 ottobre, Lotto, Artemisia, Guercino. Le stanze segrete di Vittorio Sgarbi.
Centoventi opere della collezione privata del critico d’arte, che da Ro Ferrarese – nel delta del Po di Riccardo Bacchelli dov’è la casa di Giuseppe Sgarbi e Rina Cavallini, i genitori di Vittorio ed Elisabetta -, hanno percorso trecento chilometri e hanno trovato ospitalità a Osimo, a Palazzo Campana. Qui, Pietro Di Natale, Liana Lippi e Stefano Papetti hanno curato e allestito, con il sostegno della Regione Marche, una mostra straordinaria e affatto singolare, le cui «prove generali», ma con un terzo delle opere esposte a Osimo, si erano tenute nel 2013 e nel 2014 in Spagna (Burgos, Il giardino segreto, e Céceres, Il furore della ricerca) e a Città del Messico (Teoria della bellezza).
Le opere selezionate per Osimo coprono quattro secoli, dal Cinquecento all’Ottocento, e dimostrano quanto sia ricca, complessa, varia, sorprendente la «cartina geografica» dell’Italia artistica, con tutte le sue scuole – veneta ed emiliana, toscana e romagnola, romana e napoletana, umbra e marchigiana – e con tutti i suoi artisti. Non solo i più noti Lorenzo Lotto, Artemisia Gentileschi e Giovanni Francesco Barbieri alias il Guercino, ai quali è intitolata la mostra di Osimo, ma anche tutti «gli altri» – e qui, poiché l’elenco è davvero lungo, ci limiteremo a citare Nicola Pisano, Guido Cagnacci, Simone Cantarini, Jusepe de Ribera, Sebastiano Filippi detto il Bastianino -, sbrigativamente classificati come «minori» da consorterie accademiche stanche e distratte. «Per uno storico dell’arte – dice Sgarbi – il collezionismo è legato anche a un divertimento competitivo: dimostrare che sa riconoscere un’opera e un artista prima degli altri. Ecco perché un vero collezionista non avrà mai un Raffaello in casa, ma per un Bastianino può arrivare a uccidere».
La collezione di Vittorio Sgarbi comprende tutti i dipinti, i disegni, le incisioni e le sculture che egli ha cercato, trovato, riconosciuto, amato, acquistato e persino «immaginato» negli ultimi quarant’anni, «grazie anche a mia madre – dice lui -, che era una donna molto curiosa e comprava per me alle aste». Sono quattromila opere, o forse più, delle quali 650 conferite alla Fondazione Cavallini-Sgarbi e le altre «stipate» nell’abitazione di famiglia a Ro Ferrarese, che Sgarbi ha utilizzato, più che come una casa, come un’Arca di Noè in cui raccogliere tutta l’arte italiana possibile, per salvarla e tramandarla, come se dopo di lui incombesse un altro diluvio universale. Un esempio di ciò che stiamo dicendo è il San Domenico di Niccolò dell’Arca – tra l’altro autore dello strepitoso Compianto sul Cristo morto, in terracotta, che si trova nella chiesa di Santa Maria della Vita, a Bologna -, una scultura che, dice Sgarbi, «avevo prima immaginato e poi trovato, perché questo deve fare un vero collezionista: cercare ciò che non c’è, ciò che è introvabile, o addirittura incercabile». Una sfida senza fine, che continua ad affascinare Sgarbi anche durante la mostra di Osimo, dove esporrà l’ultimo suo acquisto, un’aquila in terracotta, anch’essa opera di Niccolò dell’Arca. Per averne la prova certa, un grande restauratore, Ottorino Nonfarmale, confronterà una impronta digitale presente sul busto del San Domenico con quella rinvenuta sull’aquila.
La mostra di Osimo però non si concluderà a Osimo. Ma si ricongiungerà alla restante, imponente collezione di Sgarbi in un solo luogo, forse per i prossimi dieci anni o forse per sempre. A Venezia, a Firenze, a Padova, o a Roma. Oppure a Verres, in Val d’Aosta, o ad Arco di Trento. O magari al Sud, a Matera, dove in vista dell’appuntamento del 2019, in cui la Città dei Sassi sarà capitale europea della Cultura insieme con la bulgara Plovdiv, la collezione Sgarbi potrebbe dar vita al più grande museo dell’Italia meridionale dopo quello di Capodimonte a Napoli. Per il Sud sarebbe una nuova opportunità di progresso e di riscatto attraverso l’arte e la bellezza.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera 17 marzo 2016
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