Non è la terminologia utilizzata a fare la differenza – «maternità surrogata» o «utero in affitto» sono già una sconfitta della lingua, e dunque del pensiero -, ma la sostanza, che non cambia anche se si indorano le parole.
Alcuni hanno definito questo contratto «un atto d’amore», altri una «donazione». Evidentemente sono in buona fede, oppure non conoscono le condizioni e le tariffe (ovvero, il prezzo di mercato) per una gravidanza surrogata, che nei Paesi tecnologicamente più avanzati (gli Usa, per esempio), oscillano tra i 130 e 150 mila dollari. Per la felicità dell’industria farmaceutica e biotecnologica, che dispiega tutta la sua potenza ammantandola della «buona causa» di non meglio precisati «diritti».
E allora, quale «atto d’amore» mette in pratica una donna (seppure già madre e in buone condizioni economiche, queste le condizioni richieste) che fornisce questa prestazione, pudicamente qualificata come «volontaria» (e ci mancherebbe anche una qualche forma di costrizione)?
La puerpera per conto terzi lo fa – legittimamente, se vi è una legge che lo consente – per soldi. Per guadagnarne più di quanti già non ne guadagni (stiamo parlando sempre del Primo Mondo) sfruttando la propria capacità riproduttiva. Per «le altre», quelle che non hanno alcun reddito, o ne hanno uno risibile, insomma per quelle povere, c’è soltanto una parola idonea: compravendita. Un mercimonio dovuto soltanto allo stato di necessità di chi non ha abbastanza soldi per vivere, o all’accettazione supina e umiliante di chi pur di sopravvivere affitta un pezzo del proprio corpo, «quel» pezzo che garantisce la riproduzione della specie in favore di chi può pagarsi il «diritto» (che in realtà non esiste) alla maternità/paternità.
Anche la «donazione», come se fossimo di fronte a una donazione di organi, c’entra ben poco. Ti dono un rene se sei un mio stretto congiunto, un mio amico fraterno, o anche uno sconosciuto, ma te lo dono perché tu hai «bisogno» di quel rene, tanto che senza quel dono, moriresti. Ma non possiamo ammettere – per quanto nella realtà ciò accada di frequente – la compravendita di organi, che infatti è vietata in tutto il mondo. Nemmeno nel caso in cui il malato che volesse acquistare l’organo per lui vitale fosse condannato a morte certa.
Tralasciamo il mercato selvaggio che già si è scatenato nel Terzo Mondo, e restiamo nel nostro civilissimo Primo Mondo. Qui, se vuoi adottare un figlio, devi giustamente essere disposto ad accettarlo da qualunque parte provenga e dichiarare in anticipo di essere disposto a prenderlo anche se non fosse «perfetto». Ma la donna che viene pagata per gestire una gravidanza per conto terzi puoi sceglierla tra una «rosa» di candidate, delle quali ti viene fatto sapere più o meno tutto, affinché l’esito eugenetico del contratto non deluda i committenti.
Solo che la donna in questione non cessa di essere madre del bambino che partorisce. E fino a quando, staccato l’assegno, saluta e non fa storie, tutto fila liscio e la «civiltà» è salva. Ma se, come sempre più spesso accade, ci ripensa, restituisce i soldi, vuole rivedere il figlio, o trattenerlo con sé, come la mettiamo? Più facile che le venga ricordato il contratto, seppur diseguale – poiché, perbacco, «pacta sunt servanda!» –, e non che il suo gesto «naturale», in questo mondo alla rovescia, venga riconosciuto come un «atto d’amore».
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