Probabilmente Matteo Salvini ha esagerato sostenendo che «la magistratura italiana è una schifezza», quanto meno perché la sua opinione è una generalizzazione troppo ampia per non risultare generica. Ma è la sua opinione ed egli ha il diritto di esprimerla, al di là del fatto che sia condivisa o meno dalla maggioranza (nel caso specifico, poi, siamo certi che la maggioranza degli italiani la pensi diversamente?). Però per aver espresso questa opinione Salvini è indagato dal procuratore di Torino, Armando Spataro, per vilipendio dell’ordine giudiziario.
Una prima riflessione che questa vicenda suggerisce è la seguente: quando una persona, politico o cittadino comune, dice in pubblico – e come tutti sanno ciò accade spesso -, «governo ladro» o «parlamento corrotto», finisce indagato per lo stesso reato di vilipendio, pur essendo il Parlamento e il Governo organi costituzionali? La risposta è no, nella realtà questo non succede, al di là di ciò che è scritto nei codici. E perché? Perché, di fatto, del Legislativo e dell’Esecutivo si può dire di tutto e di più, ma guai a toccare il Giudiziario con i suoi organi e i suoi membri. Questo è un dato difficile da confutare. Lo dimostra in maniera efficace uno studio di Lorenzo Morris Ghezzi, docente di Filosofia del diritto all’università statale di Milano, per la rivista «Sociologia del diritto» (Franco Angeli editore). La ricerca, che esamina il periodo 2000-2006, attesta lo schiacciante «successo», in termini di pene comminate e risarcimenti ottenuti, delle azioni giudiziarie per diffamazione promosse dai magistrati rispetto a quelle di tutti gli altri cittadini, politici compresi.
La seconda riflessione che il caso-Salvini suggerisce è più radicale (anche nel senso di Partito radicale, che da quarant’anni si batte su questo fronte). Poiché tutte le condotte, diciamo così «molto critiche», nei confronti dei poteri pubblici e dei loro rappresentanti, vanno dalla diffamazione al vilipendio, e poiché queste ipotesi rientrano nei cosiddetti «reati di opinione», non sarebbe giunto il momento di «entrare in Europa» depenalizzando tutto ciò che configurerebbe un reato di opinione? Sono passati centocinquant’anni da quando John Stuart Mill, in «Sulla libertà», scriveva: «E’ vero che non condanniamo più a morte gli eretici. Ma non rallegriamoci di essere ormai liberi anche dalla macchia della persecuzione legale. Esistono ancora sanzioni legali contro le opinioni, o perlomeno contro la espressione di opinioni, e la loro applicazione non è così priva di esempi da rendere del tutto impensabile che un giorno tali sanzioni potranno essere ripristinate in tutta la loro forza». Il tema è impegnativo, ma semplice. E trovare in prima fila anche la Lega e Salvini è il minimo che ci si possa aspettare.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 26 febbraio 2016
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