«Assolto perché il fatto non sussiste». Con questa formula il tribunale di Bari ha dovuto assolvere oggi Vittorio Sgarbi dalla querela per diffamazione presentata dall’ineffabile ex governatore della Puglia, Nicola Vendola. Il quale ha querelato anche me, sempre per diffamazione, e sempre per lo stesso fatto: avere io «in combutta» con Sgarbi criticato l’affare più che mafioso dell’eolico e del fotovoltaico industriali che hanno devastato la Puglia, e via via il Molise, la Basilicata, la Calabria, la Sicilia, la Campania, la Sardegna
Sotto accusa, il programma per la tv (Rai Uno) scritto da me e da Sgarbi, che andò in onda per una sola puntata, il 18 maggio 2011, e poi venne subito chiuso (un primato per un programma culturale nella storia della Rai) con il pretesto degli ascolti bassi, quando in realtà lo share fu dell’8,5%, cioè 2 milioni e 400 mila spettatori («numeri» che, da allora in poi, almeno una decina di programmi culturali e persino di intrattenimento non hanno nemmeno lontanamente raggiunto, senza che tuttavia nessuno si sognasse di cancellarli).
Subito dopo la chiusura (chiamiamola pure censura) di quel nostro programma intuimmo le reali ragioni dell’«insano gesto». Oggi, a distanza di quattro anni e mezzo, quelle ragioni ci appaiono ancora più chiare. E confermano le nostre intuizioni di allora. Non dovevamo toccare quell’argomento con la libertà e con lo scrupolo con cui lo abbiamo fatto e non dovevamo osare criticare chi permetteva lo scempio, soprattutto se si trattava di soggetti che su un presunto impegno «antimafia» di professione avevano costruito le proprie carrieruzze politiche e abbellito la propria immagine pubblica. Come il signor Vendola, appunto.
Il mio processo si celebrerà, sempre a Bari, il 10 febbraio prossimo. E in quella sede entreremo anche nel merito della accuse, infondate e pretestuose, dell’ex governatore pugliese.
Per Sgarbi si è proceduto oggi (su richiesta dei suoi avvocati) con rito abbreviato. E io sono stato citato, e ho deposto, come testimone (sono imputato in procedimento connesso, come si dice con il linguaggio della Legge).
Ho detto all’inizio che «hanno dovuto» assolvere Sgarbi perché proprio non ce l’hanno fatta, non ce la potevano fare, a condannarlo, tanto vacui, infondati, assurdi, inconferenti erano gli argomenti accusatori. E tuttavia, nel processo si è ugualmente fatto entrare di tutto: fatti, dichiarazioni, episodi, supposizioni, persino un libro (il mio Un nemico alla Rai, Marsilio), che con il processo non c’entravano nulla e che però dovevano servire a dimostrare che il mio intervento in video, quel 18 maggio 2011, era stato in qualche modo «eterodiretto» da Sgarbi, il quale, a sua volta, doveva essere stato per forza «imbeccato» da Berlusconi(!). Quando invece io non sono stato mai così libero in vita mia, professionalmente parlando, come con Sgarbi, mentre Berlusconi (che allora era presidente del Consiglio), dopo la chiusura del programma, non mosse un dito nemmeno affinché al programma fosse data una seconda chance (in seconda serata anziché in prima, per esempio, o registrando la puntata invece di mandarla in onda in diretta).
Insomma, si è cercato di fare di tutto per trasformare questo processo, che, ripeto, riguarda il business multimiliardario e più che mafioso dell’eolico e del fotovoltaico industriali, con relativo saccheggio di fondi pubblici e quindi rapinando i soldi di tutti i cittadini, in una sorta di «processo delle Olgettine bis», dal quale Vendola uscisse come al solito puro e purificato e Sgarbi e Vulpio venissero additati come mestatori, quando invece l’assalto e lo scempio del paesaggio italiano, e meridionale in particolare, è sotto gli occhi di tutti: centinaia di ettari di ulivi e vigneti espiantati (altro che la Xylella), migliaia di ettari di terreni coltivabili «tombati» per i prossimi decenni e irrorati di potentissimi diserbanti solo per far posto a torri eoliche e pannelli fotovoltaici inutili e truffaldini.
Devo anche dire però che durante questa udienza mi sono divertito. E si è divertito parecchio anche il pubblico presente in aula. L’aver fatto entrare nel processo qualunque cosa, come dicevo, pur di raggiungere un risultato iniquo, non è stata una buona idea. Ha, al contrario, prodotto un effetto boomerang. E ha fatto capire a tutti, ancora una volta, che la Giustizia e la Legge con i suoi processi sono due cose diverse, che spesso non coincidono.
Mi hanno chiesto di tutto. E naturalmente ho risposto. Ma chissà perché, quando rispondevo in maniera, diciamo così, «completa», le mie risposte sembravano non piacere più. Non piaceva, solo per fare qualche esempio, che parlassi di Michele Santoro, che, lui sì, ha ottenuto programmi da Mediaset (lui, che in tv ha sempre trattato Vendola con i guanti gialli, non io), oltre che dalla Rai, La7 e non so quali altre emittenti. Non piaceva che raccontassi di Michele Emiliano, il quale un giorno mi incontrò a Roma, mi chiese del programma in preparazione e mi disse ridendo che «Per questa cosa Vendola sta cacato sotto». Non piaceva che definissi alcuni funzionari Rai «gente messa lì per fare il lavoro sporco» di troncare, sopire, censurare e poi riferire agli amici degli amici la incorreggibile condotta di quei due individui ingovernabili, Sgarbi e Vulpio, che volevano parlare di eolico, Ilva, manicomi giudiziari, paesaggio, patrimonio culturale, magistrati, mafia, addirittura in tv, e in diretta, e in prima serata, e in totale libertà!
Il processo di oggi è andato bene. E ne siamo contenti. Ma siamo ancora più contenti per il modo in cui si è svolto perché ha, involontariamente, dimostrato come davvero stanno le cose. Certo, sarebbe stato perfetto se in aula fosse comparso il grande Vittorio De Sica, l’avvocato difensore della procace Maria Antonia (Gina Lollobrigida) ne «Il processo di Frine», e avesse pronunciato le ultime battute della sua famosa arringa: «Non è questa stessa nostra legge che prescrive siano assolti i minorati psichici? Ebbene, perché non dovrebbe essere assolta una maggiorata fi-si-ca?». Ma non si può avere tutto e subito. La prossima volta, caro Vittorio (De Sica, non Sgarbi).
Advertisements