Spari e feriti. L’ergastolano sfila l’arma a un poliziotto e ferisce tre persone. Poi minaccia una donna e le ruba l’auto


Lecce
Nemmeno nei film si evade così. Infatti non si ricordano precedenti del genere nella pur varia e fantasiosa storia delle evasioni. Con il galeotto che sorprende tutti e se ne va in 120 secondi, addirittura disarmando due agenti e, sempre facendo tutto da solo, rubando un’auto a una signora minacciandola con la pistola alla tempia.
Ieri (6 novembre, ndr), poco dopo mezzogiorno, Fabio Antonio Perrone, 42 anni, ergastolano, è stato accompagnato all’ospedale “Vito Fazzi” di Lecce, in manette, da due agenti della polizia penitenziaria. Doveva sottoporsi a una colonscopia nel reparto di Chirurgia, terzo piano dell’ospedale. Ma un volta entrato nella saletta in cui doveva fare l’esame medico, appena i due agenti gli hanno tolto le manette, Perrone sarebbe stato più fulmineo di Bruce Lee, mitologico attore e atleta dei primi film di Kung fu, e avrebbe aggredito, stordito e disarmato uno dei due agenti, e poi avrebbe sparato a entrambi, ma alle gambe, ferendo uno, Antonio Caputo, lievemente e l’altro, Enzo Petrachi, un po’ più seriamente, ma per fortuna non in maniera grave.
Poi, pistola in pugno, Perrone è balzato nel corridoio e per sgombrare la strada alla sua fuga ha cominciato a sparare dieci, dodici, forse quindici colpi che hanno terrorizzato medici, infermieri, pazienti e che solo per caso sono finiti sulle pareti e sulla porta divisoria tra il corridoio e il reparto dei degenti, che si sono rintanati nelle proprie stanze.
Un proiettile, di rimbalzo, ha tuttavia colpito un ammalato, che se l’è cavata con una lieve ferita e un enorme spavento.
Perrone si è poi precipitato per le scale e in non più di 50 secondi ha raggiunto il secondo piano interrato, da dove in 10 secondi ha guadagnato l’uscita. Fuori, davanti all’ingresso principale c’è uno dei parcheggi dell’ospedale. Perrone ha puntato la pistola in faccia a una signora che stava parcheggiando la sua auto, una Yaris, e l’ha costretta a scendere. Poi ha impiegato altri 60 secondi per abbondare l’ospedale. Si è messo alla guida dell’auto, ma proprio in quel momento ha visto venire verso di lui, a piedi, un poliziotto e un vigilante. Ha sparato due o tre volte contro di loro, senza colpirli, e ha lanciato l’auto verso l’uscita, evitando per un soffio la prima sbarra, quella del parcheggio, che si stava richiudendo. Infine, quando si è ritrovato davanti uno dei vigilantes del cancello principale, le cui due sbarre erano ben alzate, Perrone non ci ha pensato un secondo di più e ha accelerato: se il vigilante non si fosse scansato non avrebbe certo riportato soltanto una contusione a un ginocchio.
A questo punto, era fatta. Via per la tangenziale, per chissà dove e chissà con chi, visto che forte è il sospetto che ad aspettare fuori Perrone possano esservi stati uno o più complici. I quali devono aver aiutato Perrone a nascondersi, non certo a vagare per le strade del Salento, subito diventate una ragnatela di inutili posti di blocco. È vero che Perrone non ha la “statura” di suo cugino Tonio, boss della Sacra Corona Unita negli anni Ottanta, e che ha preso l’ergastolo a causa di un omicidio per futili motivi (l’anno scorso, in un bar del suo paese, Trepuzzi, ha ammazzato un montenegrino e ha cercato di uccidere anche il figlio sedicenne), ma è anche vero che ha subìto un’altra condanna, a 18 anni, per associazione mafiosa, e quindi qualche “amico” che gli deve qualche “favore” forse ce l’ha ancora. Perché da soli non si va da nessuna parte.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 7 novembre 2015
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