Polignano a Mare (Bari)
Sono tutti deboli di cuore e di salute cagionevole i braccianti che in Puglia muoiono come le mosche, come nemmeno ai tempi di Peppino Di Vittorio e delle sanguinose lotte per i diritti dei braccianti e per l’occupazione delle terre incolte? In meno di un mese, ne sono morti tre. Due stranieri e un’italiana. Abdullah Mohammed, sudanese, 47 anni, muore per infarto a Nardò (Lecce) mentre raccoglie pomodori. Paola, tarantina, 49 anni, muore ad Andria in una vigna, durante la “acinellatura” dell’uva, le mani che come macchinette tolgono gli acini piccoli ai grappoli per farli cresce più grandi e più belli. E l’altro ieri Zaccaria, tunisino, 52 anni e quattro figli, da trenta in Italia, affettuosamente ribattezzato Zaccaro a Fasano, dove viveva, morto pure lui per infarto a Polignano, il paese del “Blu dipinto di blu” di Domenico Modugno, subito dopo aver finito di caricare cassette di uva su un tir. Tutti e tre morti sotto un sole che avrebbe fatto stramazzare anche i leoni della savana.
Nonostante un secolo di battaglie a tutela della salute e dei diritti dei lavoratori, nelle campagne pugliesi e in tutto il Sud sembra di essere tornati all’Ottocento. I contratti collettivi di lavoro sono grida manzoniane. Si lavora senza contratto, in nero, come Abdullah. O in grigio, con buste paga in cui è dichiarato un salario doppio o triplo di quello realmente percepito. Oppure, se si muore come Paola, è sufficiente il responso dei medici del 118, “cause naturali”, affinché il pm, senza nemmeno disporre l’autopsia, chiuda il caso. Poi, succede che muoia anche Zaccaria, ma lì è subito chiaro che si tratta d’infarto, e allora qualcosa bisogna pur fare: vertici, incontri, dichiarazioni angosciate, indagini com’è d’uopo, e poi anche la verifica della regolarità dell’assunzione di Zaccaria. Giuseppe De Leonardis, segretario regionale della Flai-Cgil, dice che in Puglia, e cita proprio Polignano, “impera il lavoro sommerso e nessuno assume e paga come dovrebbe”. Vedremo. Intanto, snocciola dati che provengono dal ministero del Lavoro e qui c’è poco da fare gli struzzi, si può nascondere la testa sotto la sabbia fin che si vuole, ma se i lavoratori agricoli iscritti negli elenchi anagrafici sono 185 mila e quelli arruolati nelle campagne non sono meno di 250 mila, vuol dire che ce ne sono 65 mila che o lavorano in nero oppure sono fantasmi.
Allo stesso modo, risulta difficile spiegarsi come mai, su 40 mila aziende agricole con meno di 5 dipendenti, le Direzioni territoriali del lavoro (gli ex Ispettorati, soppressi nel 1997) abbiano effettuato solo 1.818 ispezioni, mentre sono molto più solerti, e diciamolo pure: vessatori, nello stangare la bottega, il negozietto, la microazienda se sgarrano di un millimetro, che si tratti del famigerato scontrino di pochi euro o di altre risibili minuzie. D’altra parte, la Puglia è la regione in cui per anni l’Ilva, il siderurgico più grande d’Europa, non ha pagato un euro di Ici, evadendola per centinaia di milioni, e nessuno s’è preso mai la briga di andare a controllare.
Che tutto questo, poi, accada in una Regione che negli ultimi dieci anni è stata governata dalla sinistra “radicale”, è ancora più singolare. E infatti De Leonardis non lo nega e non si sottrae.
“Purtroppo – dice il sindacalista – i provvedimenti legislativi contro il lavoro nero e sottopagato adottati dalle giunte Vendola si sono rivelati inefficaci. Le aziende che non applicano i contratti, per esempio, non dovrebbero avere diritto a finanziamenti pubblici, e invece continuano a percepirli”. E così la giostra continua. Le grida manzoniane per la propaganda e l’ipocrisia sociale per i voti e il quieto vivere. Anche perché questi lavori pesanti gli italiani non vogliono farli più. E nemmeno i meridionali, visto che c’è sempre qualcun altro, ancora più meridionale di loro, che per sopravvivere accetta 52 euro al giorno sulla carta e 25 nella realtà. Se va bene. E se è ancora vivo.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 7 agosto 2015
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