Il gioco rivoluzionario dell’Ajax nasce dall’anima di un Paese che ha conquistato terra al mare


LO-SPAZIO-DELLA-LIBERTA


Se sei un bambino con un pallone, per essere davvero felice hai bisogno di spazio per giocare. E se quello spazio non ce l’hai, te lo vai a cercare, lo occupi. E lo condividi con i tuoi compagni, in maniera tale che in quello spazio, nel tempo a vostra disposizione, tutti possiate giocare e divertirvi al meglio delle vostre possibilità.
Se sei un bambino, non sai nulla di questa relazione spazio/tempo, che appassiona fisici e filosofi. Giochi a pallone e basta. Anche se quella relazione la applichi lo stesso, in modo istintivo.
Ma se sei un ragazzo olandese degli anni Sessanta e giochi nell’Ajax di Amsterdam allenato da Rinus Michels, quel rapporto spazio/tempo si rivela la strada migliore per inseguire un sogno, o per realizzare un’utopia, senza però rinunciare alla fantasia e alla libertà. Esaltandole.
Perché in Olanda? Per la semplice ragione che da sempre, lì, spazio non ne hanno mai avuto tanto e l’hanno dovuto «rubare» al mare, 7 mila chilometri quadrati di acqua salata diventati terreni coltivabili. Sul rettangolo di gioco, da Michels in poi, gli olandesi hanno ragionato allo stesso modo. Occupare lo spazio, «agirlo», rende liberi. E fa felici anche i giocatori, che, vittoriosi o sconfitti, si saranno divertiti lo stesso e avranno di sicuro divertito il pubblico.
E’ in questo l’essenza della rivoluzione olandese nel calcio raccontata con passione e precisione da Fabrizio Tanzilli ne Lo spazio della libertà (ed. Ultra, 160 pagine, 16 euro). Una rivoluzione che dal profeta Michels a oggi ha continuato ininterrottamente a produrre i suoi frutti deliziosi e a far sbocciare campioni, in Olanda, in Inghilterra, in Italia, ma soprattutto in Spagna e, da ultimo, in Germania. Lungo un asse geopolitico-calcistico che in questo mezzo secolo ha reso simili per mentalità Amsterdam, Barcellona, Milano, Nottingham e gravita, oggi, intorno a Monaco di Baviera. Dove predica l’allenatore del Bayern, Pep Guardiola, l’ultimo profeta, ma solo in ordine di tempo, di quella che ormai è una rivoluzione permanente.
Tanzilli la definisce un po’ troppo enfaticamente «rivoluzione kantiana» (secondo il gioco un po’ abusato di trasformare personaggi dello sport in filosofi e scrittori, e viceversa), ma, al di là della non essenziale questione se Michels e gli altri abbiano letto Kant, coglie nel segno quando rappresenta come espressione della medesima scuola di pensiero il lavoro e le idee di gente come Louis Van Gaal, Brian Clough, Johan Cruijff, Arrigo Sacchi, oltre ai già citati Michels e Guardiola e a tutti i campioni che hanno saputo interpretarne gli insegnamenti, da Jan Jongbloed, il portierone «strano» della super nazionale olandese del 1974, a Marco Van Basten, un altro olandese, ma esploso con l’italiano Sacchi.
Certo, i protagonisti de Lo spazio della libertà hanno tutti vinto trofei su trofei, ma avevano a disposizione squadroni e fuoriclasse. Però se si pensa a ciò che è riuscito a fare uno come Zdenek Zeman in posti che si chiamano Foggia e Pescara, ma anche a Roma, con entrambe le squadre cittadine, si capirà fino in fondo il valore della rivoluzione raccontata da Lo spazio della libertà, dove Zeman avrebbe dovuto avere, appunto, un suo, anche piccolo spazio.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 20 luglio 2015
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