Lo scrittore sfida i fratelli e i nipoti e chiede aiuto ai lettori
«Qui fui concepito, non vendetela: sarà luogo di incontri»


Gavino Ledda, scrittore, olio su tavola


Siligo (Sassari)


«Il mio legame con la casa paterna è ancestrale». Chiunque pronunciasse questa frase rischierebbe di scadere nella retorica. Non Gavino Ledda, il pastore analfabeta che diventò scrittore e glottologo e che da allora non ha mai usato una sola parola a caso. Ledda, com’è noto, è l’autore di Padre padrone, un capolavoro della letteratura mondiale tradotto in quarantasette lingue che quest’anno compie quarant’anni e dal quale i fratelli Paolo e Vittorio Taviani trassero l’omonimo film, vincitore della Palma d’oro a Cannes nel 1978.
Gavino Ledda ha settantasei anni, i capelli folti e neri, il fisico asciutto e la parola tagliente. Vive nel paese in cui è nato, a Siligo, nell’entroterra sassarese, dove si trova anche la campagna di Baddevrustana (Valle frondosa) in cui il bambino Gavino venne «deportato» a sei anni da suo padre Abramo e crebbe in perfetto isolamento fino ai dieci, «fratello delle pecore più che dei miei stessi fratelli». A Siligo, in via Vittorio Emanuele 54 (che in realtà ha un doppio nome, perché si chiama anche via Francesco Cossiga), c’è la casa per la quale Gavino sente di avere un «legame ancestrale» e che dopo la morte del padre-padrone-patriarca Abramo (nel 2007, a 99 anni e due mesi) i suoi fratelli hanno deciso di vendere, scontrandosi con Gavino, che invece non vuole, perché quella casa, dice lui, «è la casa del Padre padrone, è un po’ il Colosseo di Siligo e della Sardegna e andrebbe salvata, ristrutturata e trasformata in una scuola, dove non soltanto io, ma anche altri scrittori, musicisti, registi, scienziati possano tenere lezioni, conferenze, letture».
Gavino dice di sentirsi come Orazio Coclite, l’eroe romano che da solo difese il ponte Sublicio dagli Etruschi di Porsenna, e racconta che la stessa cosa accadde quando il Comune di Siligo «per un pugno di dollari» voleva trasformare Baddevrustana in una groviera di cave di silicio e lui fu il solo ad opporsi («Andai anche dal procuratore di Sassari e poi i carabinieri del Noe scoprirono che in quelle cave ci sotterravano i rifiuti»), mettendosi contro il Comune e contro la sua stessa famiglia, dato che il sindaco di Siligo era (ed è tutt’ora) uno dei suoi quattordici nipoti, Giuseppina, figlia di Giacomo, il quarto dei sei fratelli Ledda, dei quali Gavino è il primogenito, con tutto ciò che questo significa in una famiglia e in una comunità agropastorale come quella in cui Gavino è nato e cresciuto.
«In quella casa – racconta Gavino, mentre attizza la brace per arrostire le salsicce e riscaldare il pane -, io non sono soltanto nato. In quella casa sono stato concepito. Davanti al fuoco del camino in pietra rossa, un giorno in cui rimasero soli, perché mio padre Abramo e mia madre Maria Antonia non erano ancora sposati, lui non esitò a coddhare lei. Coddhare in sardo è un termine forte, richiama un atto deciso, quasi di violenza, anche quando i due sono consenzienti. In italiano potremmo tradurlo con avvinghiare, abbracciare una persona prendendola per il collo, per poi possederla fisicamente».
Questo racconto di Gavino Ledda sulla sua venuta al mondo non è soltanto inedito, è la parte della storia di Padre padrone rimasta dietro le quinte, forse perché è la parte più delicata, quella che ha rischiato di sconvolgere da subito gli equilibri del suo gruppo familiare e della comunità silighese, dato che riguarda il «sangue» e tutto ciò che dal «sangue» è regolato: attribuzione certa della paternità, concepimento e nascita all’interno del matrimonio, imposizione del nome al neonato secondo una precisa gerarchia. «E infatti quando nacqui io – racconta Gavino Ledda -, in un primo momento tutti pensarono che fossi settimino, ma poiché non avevo l’aspetto di un bimbo nato prematuro parenti e vicini cominciarono a sospettare che qualcosa non quadrasse. E allora i miei genitori, invece di chiamarmi Filippo come mio nonno paterno, poiché dovevano pagare il prezzo per la loro “mancanza”, dovettero scegliere un nome diverso. Così mi chiamarono Gavino, che in Sardegna è un santo molto popolare e che francamente mi piace anche di più di Filippo».
Gavino Ledda dice di conoscere suo padre fin da quando era nel ventre materno e di averlo visto per la prima volta in chiesa quando lui, il padre-padrone-patriarca Abramo, sposò sua madre. Dice anche di aver provato rabbia nei suoi confronti, mai odio. E che dopo la sua morte – sembra un paradosso, ma è solo apparente – non ne ha avvertito la mancanza «perché da lui ho avuto molto e senza di lui non sarei stato quello che sono, non avrei pensato come penso». E tra le cose che pensa oggi Gavino c’è la convinzione che la casa paterna non debba essere venduta, né per sessantamila euro, «diecimila miseri euro per ciascun fratello, o forse anche cinquemila se ci mettiamo i nipoti», né per alcun altro prezzo. Questa, dice Gavino, è la sua «battaglia silenziosa» da otto anni a questa parte, la terza battaglia dopo quella – vinta – contro le cave di silicio a Baddevrustana e dopo quell’altra – persa – della vendita della casa, in realtà poco più che una capanna, in cui, sempre a Baddevrustana, suo padre cercò di trasferire tutta la famiglia. Gavino, a differenza dei suoi fratelli, a Baddevrustana era cresciuto e non avrebbe mai voluto che quella casa fosse venduta. Ma il padre fu costretto a farlo, perché i fratelli di Gavino, pur di non finire anche loro «deportati» in campagna, cominciarono ad appiccare incendi intorno, e sempre più vicino, al podere del padre. Abramo capì come stavano le cose, ma non disse mai nulla. Fino a quando senza spiegarne il motivo annunciò che aveva venduto la casa di Baddevrustana. Il significato di quel gesto era chiaro: se non la volete, non l’avrete, perché non ne siete degni.
«Per me – dice Gavino -, fu una ferita profonda. E oggi non voglio che finisca così anche la casa di Siligo, questa sarebbe una ferita insanabile». Quella ferita profonda, Gavino l’ha sanata negli anni, creando un grande orto botanico di sei ettari in cui ha piantato personalmente tutte le specie vegetali dell’Isola (la Regione si era impegnata ufficialmente a farne un parco naturale e letterario, ma poi si è eclissata). Quest’altra ferita invece teme di non poterla curare. E’ vero che è finalmente riuscito a convincere i fratelli a vendere a lui le rispettive quote della casa del Padre padrone, ma è anche vero che quei soldi Gavino Ledda, che campa con il vitalizio della legge Bacchelli, non li ha. Ma spera di farcela, magari con l’aiuto dei suoi lettori («potremmo fare una cooperativa»), ai quali ha promesso una Trilogia, che uscirà in estate, il cui primo racconto ha per titolo L’infiorescenza della luce. Ed è una fiaba.


Carlo Vulpio, la Lettura, 8/2/2015
Advertisements