Raffaella Cassano / Cultura e carriola: così l’archeologa di Bari ha sottratto al degrado un sito prezioso. Con l’impegno degli studenti


L’espressione, «spin off», che letteralmente significa «derivato», rischia di rimandare alle stregonerie finanziare che hanno intossicato il pianeta. In realtà, questo termine riguarda sì l’economia (e non la finanza), ma viene utilizzato per indicare quelle società che riescono a tradurre in lavoro, in reddito, in utili, un’idea partorita in ambito accademico o universitario. Di solito, una «spin off» scaturisce da un progetto di carattere tecnico-scientifico, che per sua natura – almeno questa è l’opinione prevalente -, si presterebbe meglio a creare lavoro, reddito, utili. Quando invece ci sono di mezzo la cultura, l’arte, la bellezza – insomma, tutto ciò che secondo una superata bipartizione viene classificato come «umanistico» – di «spin off» si parla poco o nulla. Almeno in Italia.
La premessa è indispensabile perché la storia che stiamo per raccontare è proprio quella di una «spin off» e dimostra almeno due cose. La prima è che non è vero che «con la cultura non si mangia», una delle più grandi fesserie penetrate nell’opinione pubblica nazionale come una verità di fede. La seconda è che se un’idea è buona, una «spin off» può avere successo «persino» con l’archeologia. E senza dipendere unicamente dai finanziamenti pubblici.
Siamo nell’antica Egnazia – comune di Fasano, provincia di Brindisi -, alla fine della Via Traiana, che da Roma scende a Benevento e da qui, per Ordona e Canosa, sbocca nel mare Adriatico. Il nucleo originario di Egnazia risale al XV secolo avanti Cristo, in piena Età del Bronzo. Nei secoli successivi la città passerà prima agli Iapigi e poi ai Messapi. Quando viene conquistata dai Romani (III secolo a. C.), Egnazia è già un punto di riferimento dei traffici del Mediterraneo, ma sarà in età augustea, con Vipsanio Agrippa, genero di Cesare Augusto e patrono della città, che conoscerà il suo massimo splendore. Il suo nome è lo stesso della più nota Via Egnazia che attraversa l’Albania, la Macedonia, la Grecia e giunge fino al Bosforo e che il proconsole Gaio Ignazio (dal quale il nome) fece costruire nel 146 avanti Cristo per collegare Bisanzio a Brindisi, e quindi a Roma.
Egnazia non c’entra nulla con la Via Egnazia, però esisteva ben prima di questa e non le è certo seconda, eppure al nome di Egnazia il mondo associa la grande strada (strategica) che va dal mar Nero all’Adriatico, non i centoquaranta ettari della città, con la sua acropoli, le sue basiliche, la piazza, il foro, le case, le tombe, le officine, le terme.
Ecco, proprio le splendide terme di Egnazia, quando l’anno scorso si sono conclusi gli scavi che le hanno riportate alla luce, hanno dato la dimensione a tutti, compresi gli stessi protagonisti di sette anni di lavoro, che l’idea nata nel 2001 nell’Università di Bari e affermatasi con la costituzione della «spin off» Altair (Alta tecnologia in archeologia per l’innovazione e la ricerca) era l’idea giusta. E non solo perché con Altair – formata da una società di capitali e da giovani ricercatori, dottori di ricerca e laureati – è stato raggiunto l’obiettivo di sottrarre al degrado uno dei siti archeologici più belli e più interessanti d’Italia anche dal punto di vista della cornice paesaggistica, facendolo diventare Parco archeologico nazionale (verrà inaugurato a gennaio 2015). Ma anche e soprattutto perché si è avverato un sogno. Quello che la «mente» di questo progetto, Raffaella Cassano, docente di Archeologia classica all’Università di Bari, oggi in pensione, ha fatto per anni.
Nel sogno della Cassano, che è tra i migliori nomi dell’archeologia italiana, non c’erano soltanto le bellezze da far emergere dal sottosuolo. C’erano, come poi è avvenuto, i ragazzi, gli studenti. C’era lo studio da alternare con il lavoro. Le lezioni e i seminari all’università, i libri a casa e in biblioteca, e poi il cantiere. C’erano gli scavi di Egnazia. Scavare, capire, classificare, interpretare. Sbagliare, anche. E ricominciare, per non sbagliare di nuovo. La bottega artigiana medioevale, quello è stato il modello che Raffaella Cassano è riuscita a realizzare negli scavi di Egnazia. Qui, sul campo, gli studenti hanno imparato «come si fa» e sono diventati maestri capaci a loro volta di insegnare. In tredici anni, dalla trafila di Egnazia sono passati un migliaio di studenti universitari e cinquecento delle scuole superiori (non solo dei licei classici, ma anche di altri istituti, come per esempio gli alunni dell’Alberghiero «Perotti» di Bari, che hanno preparato piatti della tradizione gastronomica e alimentare romana). Tutti entusiasti di questa formazione concreta e tutti convinti che «bisogna prima conoscere i beni culturali per avere coscienza del loro valore». Genitori, scuole e aziende coinvolte hanno creduto all’ambizioso obiettivo di «Comunicare l’Antico», il progetto della «spin off» Altair, che è riuscito a mettere assieme università, ministero e soprintendenza (da pochi mesi a Egnazia è stato aperto anche il museo archeologico nazionale).
Una studentessa liceale, tra le tante testimonianze raccolte tra gli studenti dopo questa esperienza scuola-lavoro, ha scritto: «Grazie per averci insegnato a spalare, picconare, caricare e scaricare la carriola, a riconoscere un’unità stratigrafica, a siglare, a dividere, a esporre le conoscenze storico-archeologiche e a trowelare (che starebbe per intonacare con l’uso della cazzuola, da to trowel, ndr)». In effetti, con la cultura non si mangia. Si può fare molto di più.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 5 dicembre 2014
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