Una raccolta di saggi curata da Marco Valigi esplora confini contesi, regole mancate e appetiti che s’incrociano. Il gasdotto che deve raggiungere l’Adriatico è un esempio della rete di interessi


Caspio cover


Mare o lago, si ricomincia sempre da lì, quando si parla del Caspio. E anche quando si concorda sulla strana definizione di «mare chiuso» i problemi restano aperti. Perché la disputa non è meramente geografica, ma riguarda il diritto internazionale e la geopolitica, cioè i confini, la sovranità, le rotte commerciali, la pesca, lo sfruttamento delle risorse energetiche. Soprattutto del gas (e del petrolio), di cui il Caspio e i cinque Paesi rivieraschi (Russia, Azerbaigian, Iran, Turkmenistan e Kazakistan) sono ricchissimi. Convogliare quel gas a Ovest anziché a Est, infatti, magari lungo condotte che attraversino proprio il mar Caspio, avvicinando così il Caucaso e l’Asia centrale al Mediterraneo e all’Europa, significa cambiare i connotati del pianeta.
A quasi un quarto di secolo dal crollo dell’Unione Sovietica, l’incertezza sulla regolazione dei confini delle acque del Caspio è ancora un grande problema. Solo Russia, Kazakistan e Azerbaigian hanno trovato un accordo, mentre per Iran e Turkmenistan la questione è tutta da definire. Sulla terraferma le cose non vanno molto meglio, se si considera la instabilità generata dai cosiddetti «conflitti congelati» (che in realtà sono veri e propri stati di guerra) in Abkhazia, in Ossezia del Sud e nel Nagorno Karabakh, la regione dell’Azerbaigian – pari al 15 per cento del territorio nazionale – occupata fin dal 1993 dall’Armenia. Eppure, tutti gli Stati del Caucaso, anche quelli che non possono contare sulle ricchezze energetiche, sono accomunati dal medesimo interesse: assicurarsi uno sbocco al mare (il Mediterraneo) che quel «mare chiuso» che è il Caspio non può garantirgli. Per questa ragione, gli Stati caucasici sono vincolati a una interdipendenza che potrà essere la loro carta vincente o, al contrario, diventare la loro condanna.
E’ questa la tesi di fondo del volume Il Caspio. Sicurezza, conflitti e risorse energetiche, curato da Marco Valigi (Laterza, 203 pagine, 20 euro), che, grazie ai contributi di otto ricercatori e analisti (Indra Overland, Maria Sangermano, Matteo Verda, Azad Garibov, Cristiana Carletti, Elnur Sultanov, Stephen Blank e R. Craig Nation), approfondisce tutti gli aspetti necessari a comprendere lo stato di salute e le fibrillazioni di un’area che oggi è tra le più interessanti del mondo.
Lo hanno ben ben capito i giganti della Terra – Stati Uniti, Russia e Cina -, che proprio qui giocano le rispettive partite geopolitiche, consci che l’interdipendenza dei Paesi del Caucaso passa soprattutto attraverso quella rete di pipeline progettate e in costruzione. Condotte che sono necessarie non soltanto per chi ha gas e petrolio da vendere, ma anche per chi può semplicemente garantirne il transito, affrancando così se stesso dalla dipendenza da fornitori o acquirenti unici. Come dimostra l’esempio più calzante, il gasdotto che collegherà il Caspio al mar Adriatico, lungo il Corridoio meridionale euroasiatico.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 26 novembre 2014
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