BRINDISI
«È dal 3 novembre che nessuno mi dice dov’è e soprattutto come sta mia figlia. L’hanno rapita loro a me, non io, che l’ho soltanto portata via da quell’istituto perché senza ragione volevano affidarla a un’altra famiglia». Ines Stamerra, 23 anni, incinta al terzo mese, è ormai nota come la mamma del «lancio dal balcone» della propria figlia A., tre anni, avvenuto il 20 ottobre in una casa-famiglia di Ostuni, in provincia di Brindisi.
In realtà, nelle immagini riprese dalle telecamere fisse dell’istituto, questo «lancio» della bimba non si vede. E non si può vedere perché non c’è stato alcun lancio. Ines si sporge dal balcone e «passa» la bimba alla persona che è salita sul cofano dell’auto parcheggiata sotto il balcone e che la aiuterà a fuggire in Germania. Poi, mentre sta per calarsi anche lei, un assistente sociale tenta di abbrancarla e Ines scivola e cade sul cofano dell’auto. Ines è una ragazza consapevole, nulla dello stereotipo da «brutti, sporchi e cattivi» e tra le lacrime, in casa dell’avvocato Riccardo Mele, racconta una storia paradossale, assurda, scandalosa.
Il paradosso: «Tutto è cominciato da una mia denuncia ai carabinieri. Dopo la nascita di A., il mio compagno, un trentaquattrenne che aveva altri due figli, cosa che ignoravo, si è rifiutato di lavorare. E quando gli chiedevo di provvedere non ai miei bisogni, ma almeno a quelli della bambina, diventava violento. Così l’ho cacciato di casa e l’ho denunciato. Ma lui beveva e spesso tornava a minacciarmi. Da qui nasce il primo provvedimento che mi toglie mia figlia e che si basa sulla motivazione che è meglio mettere la bambina in un istituto perché io non sarei stata in grado di difenderla dalle minacce del padre».
L’assurdità: «Ad aver deciso che non sono una madre idonea è lo stesso pm, Ada Luzza, che quando avevo quattro anni decise il mio affidamento a una casa-famiglia perché i miei erano separati e mia madre una notte mi aveva lasciata sola in casa. Da allora, io sono sempre scappata da queste strutture, e lei mi faceva sempre tornare dentro. Sempre così, fino a quando sono diventata maggiorenne. Lei ha deciso che ero una bambina allo sbando, lei ha stabilito che ero una cattiva ragazza e adesso lei decide che sono una cattiva madre. Non è vero. Io ho lavorato per mantenere mia figlia, non le ho fatto mancare niente. Invece hanno cercato anche di diffamarmi. Hanno detto che mi drogo. Ho chiesto: fatemi i test. Nulla. Li ho fatti privatamente e glieli ho mostrati. Non valgono, devi farteli fare dal Sert (il servizio per i tossicodipendenti). Pur di dimostrare che ero pulita mi sono rivolta al Sert, ma dopo due mesi nessuno mi ha nemmeno convocata».
Lo scandalo. «Sono andata in Germania perché lì si trovano tutti i parenti del padre della bambina. Volevo un aiuto. A Wiesbaden mi ha fermata la polizia, mi hanno tenuto scalza in una cella di due metri quadrati per nove ore. Poi mi hanno rilasciata, perché il padre della bimba, al quale l’avevo affidata momentaneamente, senza che io sapessi nulla ha consegnato spontaneamente A. alla polizia. Ed eccomi qui. Imputata di violazione dell’ordine del giudice, sempre “quel” giudice, e da una settimana privata persino del diritto di sapere dov’è e come sta mia figlia. Questa non è giustizia. Se lo rifarei? Sì».


(Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 10 novembre 2014)
Advertisements