Tutto si può dire sulla morte per impiccagione della ventiseienne iraniana Reyhaneh Jabbari, fuorché “Riposi in pace”. I commenti apparsi sulla Rete e sui giornali improntati a questa sorta di rappacificante «Requiem aeternam» sono ipocriti o, se in buona fede, cretini. Reyhaneh non riposerà mai in pace perché è stata impiccata secondo le leggi e le convinzioni etico-religiose vigenti nella Repubblica islamica dell’Iran, che ne hanno decretato la morte per aver lei resistito e reagito a uno stupro.
La vicenda di Reyhaneh è sconvolgente. Sette anni fa Mortaza Abdoladi Sarbandi, medico e funzionario della Intelligence iraniana (il servizio di spionaggio), attirò con l’inganno Reyhaneh in casa sua – per una consulenza tecnica, poiché la ragazza, allora diciannovenne, era una decoratrice – e cercò di abusare di lei. Secondo una ricostruzione dei fatti, nemmeno esaminata e presa in considerazione dai tribunali iraniani, il medico-agente dei servizi segreti che voleva abusare di Reyhaneh aveva premeditato l’agguato, tanto è vero che prima di incontrare la ragazza si sarebbe «rifornito» di profilattici e sonniferi. Le cose non andarono come previsto e Reyhaneh reagì. Colpì Sarbandi due volte, alla spalla, con un piccolo coltello che era in casa. Poi fuggì a avvertì persino un’ambulanza, ma quando arrivarono i soccorsi Sarbandi fu trovato morto. Un esito eccessivo rispetto alla entità delle due coltellate, tanto che si sospettò anche di una terza persona, un uomo, tale Sheikhy, che avrebbe «chiuso il caso» prima che diventasse uno scandalo.
Da quel momento, Reyhaneh fu per tutti la colpevole di quel delitto, fu arrestata, tenuta in prigione nella speranza che si autoaccusasse, infine condannata a morte. Sua madre, Shole Pakravan, fino all’ultimo ha chiesto che le fosse risparmiata la vita, e i familiari di Sarbandi avrebbero anche accettato di concedere la «grazia», a patto che Reyhaneh «confessasse» che nei suoi confronti non c’era stato alcun tentativo di stupro.
Reyhaneh non ha accettato il ricatto e il giorno della impiccagione Jalal Sarbandi, uno dei figli del medico-agente dei servizi segreti, si è incaricato di togliere lo sgabello sul quale poggiavano i piedi della condannata alla forca.
Naturalmente, non ci aspettiamo da nessuno (basta leggere i giornali, con la eccezione di pochissimi, tra i quali Pierluigi Battista sul Corriere della Sera del 26 ottobre) severe prese di posizione su un fatto del genere. Troppi rapporti commerciali in gioco con l’Iran. Meglio prendersela, come avviene in queste settimane su tutti i media, per fare un nome a caso, con un Paese come l’Azerbaigian e confondere volutamente il disconoscimento dei diritti umani (in Iran, nel 2013 ci sono state 550 impiccagioni) con la compressione dei diritti civili e politici (fondamentali anche questi, ci mancherebbe, ma diversi dai primi), cosicché nel minestrone ipocrita di un Occidente fiacco e senza idee non si distingua più niente: dove vige la pena di morte e dove no, se è riconosciuta la parità uomo-donna oppure no, se Stato e Chiesa sono separati oppure se vige la teocrazia. E magari, a supporto di questa idiota indistinzione, sorbirsi pure le «analisi» del ragioniere Giuseppe Grillo che, forte della sua «conoscenza» dell’Iran grazie a una moglie e a un suocero iraniani, sostiene che tutto ciò che di brutto si viene a sapere dell’Iran e del Medio Oriente è sapientemente filtrato dal Memri, un agenzia di stampa che risponderebbe al Mossad, il servizio segreto israeliano. E già, anche le ragazze arrestate in Iran per aver voluto assistere a una partita di pallavolo maschile sono manovrate dal Mossad.
Queste però sono considerazioni politiche, sebbene in senso lato. Qui invece ci preme farne una di tipo, diciamo così, di politica penale. La seguente. Per lo stupro, che è tra i più odiosi dei delitti, non dovrebbe valere soltanto la scriminante della legittima difesa (che avrebbe salvato la vita a Reyhaneh). Per lo stupro, alle donne che reagissero come Reyhaneh dovrebbe essere dato un premio. In altre parole, lo stupratore merita di essere ucciso e chi lo uccide, soprattutto se a farlo è la stessa vittima, non solo dovrebbe essere assolto, ma dovrebbe ricevere un vero e proprio premio. Magari non una taglia in denaro come quella sui banditi «wanted» dei film western, ma un premio morale, simile a un encomio o a un riconoscimento pubblico, una croce o un titolo al merito. Una misura del genere, che già nei Paesi occidentali sarebbe un colpo micidiale all’omertà e ai «processi alle vittime», nei Paesi islamici ad alto tasso di paranoia sessuofobica, dove la legge è religione e viceversa – e dove ti stuprano, ti lapidano, ti annientano e devi star zitta -, sarebbe una bomba, una rivoluzione, un’implosione più forte di qualsiasi guerra guerreggiata ai vari califfati neri e alle Isis di turno. Perché, come dice Goli Taraghi, scrittrice iraniana settantacinquenne esiliata in Francia, «il vero partito di opposizione in Iran sono le ragazze che non rinunciano a ballare».
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