Primi a giocare gli operai degli impianti, poi l’Urss infine l’entrata nell’élite europea


Dovremo imparare a pronunciarne il nome e a conoscerlo come merita, l’Azerbaigian, non solo perché è diventato il nostro primo fornitore di petrolio e tra qualche anno lo sarà anche di gas, ma perché la sua cultura e la sua storia sono un concentrato della storia del mondo, in una parte del pianeta, il Caucaso meridionale, che è tra i più grandi crocevia di civiltà. E dovremo imparare a pronunciare anche i nomi delle sue città, perché nel 2015, con i primi Giochi olimpici europei, l’«asiatica» Baku diventerà la capitale dell’Europa sportiva e il Mar Caspio tornerà a essere un po’ Mare Nostrum, come nel I secolo dopo Cristo con i Romani, che avevano qui il punto più estremo dell’impero.
Se i Giochi del 2015 segneranno il suo vero «debutto» nell’Europa dello sport, nel calcio l’Azerbaigian ha una storia centenaria, cominciata con i club fondati dagli inglesi a Baku, in cui giocavano gli operai dei pozzi di petrolio che diedero vita ai primi «cartelli» dei Rothschild, dei Rockfeller, dei Nobel. Il primo torneo «metropolitano» fu disputato nel 1905 a Baku, che già allora contava più di duecentomila abitanti, e a vincerlo fu il British Club, mentre il primo campionato nazionale si tenne nel 1928, anche se si trattò di una parentesi, perché da quel momento in poi il calcio e le altre discipline sportive, assieme al petrolio naturalmente, passarono direttamente nelle mani di Mosca.
L’Azerbaigian entra a far parte dell’Europa calcistica soltanto nel 1992, l’anno successivo alla dichiarazione di indipendenza dall’ex Unione sovietica. Gli inizi sono un calvario, culminato con un maramaldesco 0 a 10 dalla Francia nel 1995 e un pesante 0 a 6 con Israele nel 2004 (nonostante il ct fosse Carlos Alberto, capitano del Brasile campione mondiale 1970). Il primo successo arriva nel 2005, quando l’Azerbaigian supera di misura per 3 a 2 il Kazakistan. Poi, anche qualche bella soddisfazione, come le vittorie contro la Repubblica Ceca e la Turchia e, con Berti Vogts in panchina (campione del mondo con la Germania Ovest nel 1974, campione d’Europa da ct nel 1996), il pareggio con la Russia nelle qualificazioni ai Mondiali del 2010. Con l’Italia, solo due incontri, e due onorevoli sconfitte.
La prima volta dell’Azerbaigian alle Olimpiadi fu invece ad Atlanta nel 1996, con una sola medaglia vinta e il 61° posto in classifica. Da allora, una scalata costante, fino ai Giochi di Londra 2012, in cui la Terra del Fuoco (Azerbaigian significa «custodi del fuoco») conquista otto medaglie e il 30° posto, un piazzamento che meraviglia fino a un certo punto, considerato che l’età media dei suoi dieci milioni di abitanti è di 28 anni.
A far conoscere meglio in Italia l’Azerbaigian, calcistico e non solo, è stato però soprattutto il sorteggio di Europa League, che due anni fa e quest’anno ha contrapposto l’Inter prima al Neftci Baku (2 a 2 «storico» a San Siro) e poi al Qarabag Agdam, che è stato sì sconfitto per 2 a 0, ma ha potuto raccontare al mondo la propria singolare vicenda di squadra condannata a giocare sempre fuori casa. La città di Agdam si trova infatti nella regione del Nagorno Karabakh, che nel 1993 venne occupata dagli armeni. Aveva sessantamila abitanti e oggi è considerata la più grande città fantasma del mondo perché gli armeni, per impedire il ritorno degli azerbaigiani, l’hanno completamente distrutta. E il Qarabag Agdam da allora gioca nella vicina Quzanli. Sperando nel rispetto delle risoluzioni dell’Onu.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 9 ottobre 2014
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