Angelo Inglese ha rifiutato di vendere il marchio delle sue camicie fatte a mano per 10 milioni di sterline. Continuando a lavorare in Puglia


Il profumo del vapore del ferro da stiro sui tessuti. La radiolina sempre accesa. La chiacchiera continua tra i lavoranti. Il gesso che traccia i tessuti da tagliare e le macchine da cucire a pedale che li trasformano in abiti e camicie. E la convivialità, che abbassa quella che gli economisti definiscono la «penosità» del lavoro, di tutti i lavori. Cioè, la bottega. Un luogo di formazione e di trasmissione del sapere artigianale che avrebbe dovuto essere ucciso dalle confezioni industriali fin dagli anni Sessanta, come quasi ovunque è avvenuto, e che invece a Ginosa – venticinquemila abitanti in provincia di Taranto, versante jonico della Puglia ricca di chiese e villaggi rupestri – ha dimostrato non solo di poter sopravvivere, ma addirittura di sapersi imporre nel mondo come stile di vita e di lavoro e come idea di sviluppo.
In questa bottega sulla cui insegna c’era scritto soltanto «Tessuti», aperta nel 1955 dai quattro fratelli Inglese, i figli di «Annunziata la sarta», si è formato Angelo Inglese, quarantadue anni, oggi titolare dell’omonima ditta, contesa (invano) dai grandi gruppi tessili del pianeta e sinonimo di capi di abbigliamento di alto artigianato prodotti esclusivamente a mano.
Grazie a quel profumo di vapore che da ragazzino gli si è fissato nel cervello, secondo quelle leggi che presiedono alle reazioni chimico-sentimentali che poi segnano i destini, Angelo a metà degli anni Novanta ha evitato l’eutanasia della «bottega» e l’ha rimessa in piedi. Aveva ventidue anni, aveva appena perso il papà stroncato a 56 anni da un ictus e partiva con un debito di trecento milioni di lire, poiché vent’anni di lavoro dell’intera famiglia, che aveva venti dipendenti nel periodo migliore, non erano riusciti a scongiurare il declino e poi la resa, nell’ordine, al posto in fabbrica all’Italsider, alla concorrenza impari della sartoria industriale, alla confezione di abiti e camicie per le grandi firme, al miraggio poi subito evaporato della catena di montaggio dei salottifici in cui si punzonavano soltanto sagome di legno e non si imparava nulla.
Angelo invece sosteneva, ma nessuno gli credeva, che come aveva imparato lui dai propri maestri – il papà Giovanni e gli zii -, avrebbero potuto imparare gli altri da lui. Perché ciò che conta prima di ogni altra cosa, ripete oggi Angelo, è proprio imparare, sapere come si fa, conoscere i segreti di un’arte, per poterla poi tramandare a coloro che abbiano le qualità e la passione per fare altrettanto («il vero sogno dell’artigiano è questo»), secondo un ciclo infinito, come quello della natura. E questo non solo per decisione dell’artigiano detentore di quel sapere, ma per le caratteristiche proprie dell’arte insegnata, che non accetta di essere inscatolata e messa sotto chiave, ma chiede di esplodere, di espandersi, di perfezionarsi.
Angelo Inglese ci crede e nel giro di un paio d’anni inverte la tendenza che voleva per lui e per la sua azienda un futuro di macchine da cucire ipertecnologiche, offerte con un «pacchetto» di convenientissimi finanziamenti a tassi agevolati e allettanti commesse per i grandi marchi. Lui dice di no, vuole le tradizionali Singer e procede contromano. Mentre tutti delocalizzano il Made in Italy all’Est, lui lo incardina nel Mezzogiorno d’Italia. Sfonda subito a Milano e a Genova, roccheforti della cultura del «fatto a mano», e subito dopo in Giappone, dove impazziscono per i dettagli delle sue creazioni, lo consacrano come il profeta dell’Italian style, fanno ordinazioni in quantità mai viste prima e, particolare non irrilevante, pagano con una puntualità a lui e a noi sconosciuta. Tutto il resto – le sue camicie su misura per gli uomini di governo del Giappone e per i Reali d’Inghilterra, per i grandi industriali e i personaggi dello spettacolo di tutto il mondo – fa già parte della storia della moda e del costume ed è stato abbondantemente raccontato da giornali e tv. Ciò che invece non è ancora emersa è la parte «forte» di questa storia, che è stata ed è tutt’ora una scelta di vita, in cui il rifiuto di vendere il marchio «Inglese» agli inglesi per dieci milioni di sterline, con l’offerta di continuare a lavorare per loro e quindi di «sistemarsi» per tutta la vita, è solo un capitolo.
Angelo ha in testa sempre la «bottega», quella rinascimentale, né più né meno. E vuole farla rivivere al Sud, a Ginosa, fra le stupende gravine di Casale e La Rivolta scelte da Pasolini, assieme ai Sassi di Matera, per girarvi il «Vangelo secondo Matteo». Non andarsene, rimanere, assumere invece che licenziare, insegnare invece che spremere il limone, significa sfidare i tabù dell’eterna questione meridionale. Ma Angelo ha un progetto, e lo mette in pratica. Acquista un antico edificio e comincia a ristrutturarlo per ospitarvi il negozio, il laboratorio di produzione, le aule per i seminari di «turismo sartoriale» e gli alloggi per gli apprendisti. Subisce l’indolenza della burocrazia, le visite a giorni alterni di zelanti agenti del fisco, ma resiste senza perdere l’ottimismo e lo spirito di iniziativa.
L’alluvione dell’ottobre 2013 però, grave come quella del 1733, e i conseguenti crolli del gennaio successivo (4 morti e 40 famiglie sfollate), sono state un colpo troppo grande. Se nessuno fa niente per Ginosa, e nessuno finora ha fatto niente, anche le idee e le sfide di Angelo e dei suoi amici Mario e Piero, che come lui credono di potercela fare, rischiano di rimanere tristemente imprigionate dietro le transenne sgangherate e semiarrugginite che circondano le macerie del paese e lo isolano ogni giorno di più da tutti, che vestano o no «Inglese».


Carlo Vulpio, Corriere della Sera 24 settembre 2014
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