Onore al compagno Roberto Giachetti!, verrebbe da dire, dopo che il deputato Pd, radicale, ha votato a favore dell’emendamento proposto dalla Lega Nord sulla responsabilità civile diretta dei magistrati (che ha fatto traballare la maggioranza di governo, alla Camera sconfitta per sette voti). Giachetti, a differenza dei tanti “franchi tiratori”, ha rivendicato il proprio voto con un intervento in Aula. «Io mi auguro – ha detto – che si apra il dibattito anche nel Partito democratico, perché vedendo l’esito del voto non sono il solo che la pensa in un certo modo: vorrei che si aprisse un dibattito anche sulla riforma del Csm e sull’obbligatorietà dell’azione penale, temi che sono nel dibattito pubblico da almeno un ventennio. È ora che il Pd prenda delle decisioni».
Quasi tre anni fa, qualche mese prima della sua morte, abbiamo incontrato, nella sua casa di Roma, il giurista Domenico Marafioti, con il quale abbiamo conversato a lungo. L’articolo che segue affronta quei temi e quel “dibattito” auspicati da Giachetti.


Gli incontri / A casa di Domenico Marafioti*
«I MIEI 86 ANNI DALLA PARTE DEL TORTO»
Garantisti o giustizialisti? Flaubert li avrebbe messi nello «Sciocchezzaio».
Giurista, avvocato, poeta, amico di Pannella e Sciascia, ha alle spalle tante battaglie, e come unico faro l’uso della ragione: “Oggi ci siamo dimenticati che anche Borsellino e Falcone erano per la separazione delle carriere. Amare la Costituzione significa metterla in pratica. Chi giudica o accusa deve essere eletto. Giudici e pm vanno separati come a Londra. E il Csm nominato per sorteggio”


Nel film “Una storia semplice”, di Emidio Greco, tratto dal racconto omonimo di Leonardo Sciascia, un grandissimo Gian Maria Volontè, professore in pensione, viene convocato come testimone dal procuratore della Repubblica, suo ex alunno. Dice il magistrato: «Lei, nei componimenti di italiano mi assegnava sempre un tre, perché copiavo… Poi, una volta, mi ha dato un cinque. Perché»? E il professore: «Perché quella volta aveva copiato da un autore più intelligente». Il procuratore replica: «Eh già, ero piuttosto debole in italiano… Ma come vede non è stato un gran guaio. Adesso sono qui: procuratore della Repubblica». Il professore Volontè lo guarda beffardo e gli dice: «Vede, l’italiano non è l’I-ta-lia-no… L’italiano è il ragionare!». Poi, lo accoppa definitivamente: «Con meno italiano, lei sarebbe ancora più in alto».
Questo dialogo sciasciano è la migliore introduzione per capire chi è e cosa pensa Domenico Marafioti, giurista, avvocato, poeta, che a 86 anni non si è stancato di stare sempre dalla parte del torto anche quando, cioè spesso, ha ragione. Per esempio, sul punctum dolens dell’ ultimo ventennio italiano, la giustizia, un tema che ha lacerato il Paese e, dice Marafioti, «viene ancora trattato secondo una contrapposizione artificiosa e strumentale, quella tra garantisti e giustizialisti: cosa vuol dire? Fosse ancora vivo Gustave Flaubert, questa perla sarebbe finita nel suo Sciocchezzaio». Marafioti è stato grande amico di Ugo La Malfa e Randolfo Pacciardi e ha condiviso tutte le battaglie per i diritti civili e la «giustizia giusta» con Mauro Mellini, Marco Pannella, Giorgio Bassani, Alfredo Biondi. Ma i suoi più grandi punti di riferimento, i «fari» che non ha mai perso di vista anche nei momenti più bui del «ragionare», continuano a essere uno scrittore, Leonardo Sciascia; due giuristi, Arturo Carlo Jemolo e Piero Calamandrei, e un giurista-scrittore, Salvatore Satta. Con questi numi tutelari l’italiano, il «ragionare», è salvo. Ma il diritto? Ciò che comunemente chiamiamo «giustizia»? Così come la religione è un argomento troppo serio per essere lasciato in mano ai soli preti, anche la giustizia non può essere lasciata nelle mani dei soli giudici. Anzi, magistrati: poiché una cosa sono, o dovrebbero essere, i pubblici ministeri, un’ altra cosa sono i giudici. Da questa distinzione, non da quella fasulla garantisti-giustizialisti, dice Marafioti, bisogna partire. Perché la madre di tutte le battaglie riformatrici è la separazione e l’ equilibrio dei poteri secondo l’insegnamento di Montesquieu e Tocqueville, non la sovrapposizione quasi fisica di un potere sull’altro e l’egemonia su tutti del potere giudiziario. «Quelli sempre pronti a gridare all’ attentato all’ indipendenza della magistratura appena si parla di separazione delle carriere tra giudici e pm – dice Marafioti – non sanno, o fingono di non sapere, che il magistrato “pendolare” tra funzioni giudicanti e inquirenti, reclutato per concorso, è il magistrato del modello burocratico fascista, disegnato così dalla legge Mussolini-Grandi del 1941».
Oggi, troppo facilmente si dimentica e si omette di dire che anche Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano per la separazione delle carriere. E che la VII disposizione transitoria della Costituzione prevede una riforma organica dell’ordinamento giudiziario che non c’è mai stata. «Giudici e pm – sostiene Marafioti con la serenità di chi dice una ovvietà – non devono essere più reclutati per concorso, ma eletti, come avviene negli Stati Uniti, e l’obbligatorietà dell’azione penale, che è un simulacro, dovrebbe essere abolita, assieme a quella figura spuria che è il “concorso esterno” nei reati, altrimenti di questo passo, ma ci siamo già, andiamo dritti verso il colpo di Stato, strisciante, silenzioso, effettuato con la tecnica del dominio di cui scriveva Malaparte nel 1931, più che con l’abuso o l’eccesso di potere. Attraverso una gramsciana conquista delle “casematte” il partito giudiziario oggi è egemone. E se c’è egemonia vuol dire che non c’è equilibrio tra i poteri».
Sono trent’anni che Marafioti ripete queste cose, dai tempi in cui le andava elaborando durante le conversazioni con Sciascia, «a Racalmuto e qui a Roma, quando ci fermavamo a chiacchierare in piazza San Silvestro e ci dicevamo che la giustizia è un bene primario, come il mangiare e il bere, non il trastullo di chi ha la pancia piena».
Oggi Marafioti non si compiace d’ avere ragione, anzi sembra quasi dispiaciuto di essere stato un «anticipatore» di problemi che sono esplosi come egli aveva previsto e che considera «giunti a un punto di non ritorno, risolvibili solo con interventi radicali, pena la metastasi». Il Consiglio superiore della magistratura, dice Marafioti per fare un esempio tra i più significativi, è uno dei più sensibili punti critici. È difficile negare che ormai non è altro che un «parlamentino» che ha mutuato tutti i vizi e le negatività della politica, «un sinedrio di clan e correnti da riformare al più presto, scegliendone i membri per sorteggio come nel Duecento si faceva a Venezia per i Dogi». E tuttavia, la forza di attrazione gravitazionale corporativa riesce a tenere saldamente avvinghiate tra loro destra, sinistra e centro, togati e non. Poco importa se poi dal 1989, data di entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale, «è un continuo cammino controriformista, che ha di fatto annacquato il processo accusatorio e lo ha riportato ai suoi momenti di gloria inquisitori», o se si è arrivati a quella che Marafioti definisce «atmosfera gogoliana» (il riferimento letterario preciso non gli manca mai), e cioè l’invasività dell’azione dei magistrati «che decidono persino sul calendario delle partite di calcio o sui palinsesti televisivi», o la loro ubiqua presenza, mentre sono in aspettativa e senza dimettersi dall’ordine giudiziario, «per cooptazione in governi “tecnici” e in commissioni parlamentari, oppure, per elezione, in Parlamento e nei consigli regionali e comunali, o ancora, come sindaci e assessori, facendosi eleggere proprio nei luoghi in cui hanno amministrato e torneranno ad amministrare giustizia».
Naturalmente, Marafioti non può dimenticare il tradimento del referendum del 1987 – promosso da radicali, socialisti e liberali -, in cui quasi 21 milioni di italiani, l’ottanta per cento dei votanti, si pronunciarono a favore della responsabilità civile dei magistrati e per l’abrogazione del sistema elettorale del Csm, un sistema più «blindato» di qualunque legge elettorale bulgara o sovietica. «Già allora – dice Marafioti – era chiaro il “primato” della funzione giudiziaria e la “delega” di indirizzo politico ai gruppi egemoni della magistratura. Ma oggi quel “primato” è spaventoso, perché con il tempo, assieme all’inerzia e alla viltà del ceto politico è cresciuta la sua già dilagante corruzione, ragion per cui la classe politica tace, lascia fare, subisce, si adegua». E la Costituzione, non bisogna intervenire sulla Carta affinché tutto non cambi gattopardescamente? «Non vedo lo scandalo – dice Marafioti -. Il miglior modo di amare la Costituzione è rispettarla e metterla in pratica, non mummificarla, o considerarla un feticcio. Così come un feticcio è la ricorrente invocazione della “unità della magistratura”: in Inghilterra, a Londra, gli uffici della pubblica accusa sono separati da quelli della magistratura giudicante persino fisicamente: stanno a New Scotland Yard, dove sta la polizia. E la pubblica accusa lì non è certo impotente e sotto il giogo del potere esecutivo».
Mezzo secolo di battaglie così, quelle di Domenico Marafioti, comprese le più difficili e impopolari, sulla disumanità delle carceri e sull’uso e l’abuso dei «pentiti». Mezzo secolo di un «ragionare» affidato a mille processi, decine di saggi e chissà quanti versi. Tutto inutile? «Il senso dell’utile e dell’inutile è estraneo a Dio e ai bambini; esso è l’elemento diabolico della vita». Questa volta non è Marafioti, ma Salvatore Satta, ne “Il giorno del giudizio”.


Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 25 settembre 2011


*Domenico Marafioti, oltre che giurista, è studioso della storia della sua regione, la Calabria. Ha studiato e si è affermato a Roma, dove vive. Tra le sue opere, «L’assistenza giudiziaria ai non abbienti» (Giuffrè); «La Repubblica dei procuratori» (Informazioni & Commenti); «Toga sommersa» (Cedam); «A passo di giudice. Democrazia e “rivoluzione giudiziaria”» (Edizioni Scientifiche Italiane); «L’egemonia giudiziaria» (Spirali); «Giustizia e letteratura» (Spirali). È autore della raccolta di versi «Senza attenuanti» (Porfiri Editore) e ha fondato e diretto dal 1989 al 1992 il trimestrale «Il giusto processo»
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