Dagli ottomani alla Grande guerra, quattro secoli di storia
La Bosnia osservata dal “Ponte sulla Drina”. Che salterà


Se Il ponte sulla Drina è un capolavoro, e lo è – assieme agli altri due romanzi della trilogia di Ivo Andrić, La cronaca di Travnik e La signorina -, bisogna goderne. Il ponte sulla Drina è un libro da leggere e rileggere, da andare a riprendere quando si vuole approfondire una riflessione, gioire di un ritratto, di una descrizione, di un affresco storico e sentimentale, persino di una parzialissima opinione. Ma il fatto che sia un capolavoro non è sufficiente a soddisfare la domanda più importante: perché è necessario leggere Il ponte sulla Drina, pubblicato nel 1945 e tradotto in italiano nel 1960? Perché con questo libro Andrić nel 1961 ha vinto il premio Nobel? O perché racconta quattro secoli di Bosnia, dal dominio ottomano alla prima guerra mondiale e quindi è «attuale»? Quella del Nobel sarebbe, con tutto il rispetto, l’ultima delle motivazioni, mentre il metro dell’«attualità» è effimero. E allora, perché?
Una delle ragioni, che tra l’altro lo rende familiare in particolar modo a noi italiani, è che Il ponte sulla Drina è un grande romanzo storico, come I promessi sposi, con il quale – singolare coincidenza – condivide l’incipit, da Manzoni dedicato al lago di Como e da Andrić al fiume Drina. E’ impressionante la somiglianza nell’accurata, minuziosa descrizione dei luoghi – due geografi non avrebbero saputo far meglio – che Andrić e Manzoni ci regalano senza sacrificare la poesia, l’empatia, l’emozione, il fluire della vita, che proprio come l’acqua dei fiumi sgorga da sorgenti nascoste e inesauribili e fa di un capolavoro della letteratura («e non della letteratura slava», come non si stancava mai di ripetere Danilo Kiš) un’opera universale, di quelle che hanno il privilegio di appartenere all’umanità e di non essere prigioniere del tempo.
La Drina e il ponte che l’attraversa sono i protagonisti veri del romanzo di Andrić. Apparentemente esseri inanimati, essi invece guardano, parlano, addirittura pensano. Stanno. E stanno sempre. Lì, in quel punto preciso di Višegrad, paesino bosniaco oggi al confine tra Bosnia e Serbia, ma ieri punto di contatto tra due mondi, occidente e oriente, cristianità e islam. Due mondi che il ponte «unisce», ma con le virgolette, che sono di Andrić, perché questa unione – che è comunicazione, confronto, discussione, accordo e disaccordo, e cioè convivenza – non è una fusione nell’indistinto, un’abrogazione delle differenze, che sarebbe quanto di più stupido e di più falso, ma è quotidiana, continua capacità di porre a se stessi tutte le domande, anche e soprattutto dal punto di vista dell’altro. E’ questo continuo esercizio, diventato prassi quotidiana e introiettato come norma generale di condotta, che durante i quattro secoli del dominio ottomano garantisce la pace, che invece finirà quando scoppierà la Grande guerra. Il ponte sulla Drina, fatto costruire nel Cinquecento da Mehmed Pascià Sokolovići, uno di quei ragazzini bosniaci rapiti dagli ottomani e portati a Istanbul per essere educati all’islam e poi diventato visir dell’impero, è il corpo di questa convivenza, mentre le acque del fiume ne sono la linfa, il sangue che scorre nelle sue vene e in quelle delle genti che lo attraversano, oltre che nelle vene di Andrić.
Il bellissimo ponte di pietra con undici arcate, «sotto il quale rumoreggia il fiume verde, rapido e profondo», non è però un inno al bel tempo che fu, né un simbolo di melensa e soporifera quiete, dove si sperimentano gioiosamente a fasi alterne multiculturalismo e assimilazionismo. E’ certamente, «naturalmente», un luogo di commerci e dialoghi, di amori e pettegolezzi, tribuna di dispute filosofiche e punto di osservazione per scrutare l’orizzonte o anche solo il proprio ombelico. Ma è pure patibolo, palcoscenico di orrende esecuzioni, epicentro di odî e congiure, trampolino ideale per tuffarsi nelle acque impetuose della Drina e lasciarsi annegare subito dopo la celebrazione del proprio matrimonio, come fa la bellissima e intelligentissima Fata Avgada, che così mantiene fede sia alla parola data al padre di sposare il suo indesiderato pretendente, sia alla promessa fatta a se stessa di suicidarsi pur di non unirsi a chi non è stato scelto da lei.
Attraverso il ponte sulla Drina genti diverse di fedi e tradizioni diverse con/dividono luoghi e destini perché ognuno ha maturato la consapevolezza che se vuole affermare il diritto di essere se stesso e di conservare la propria identità deve riconoscere all’altro il medesimo diritto. Ciò che è l’esatto contrario dell’omologazione e del conformismo. Ed è il nucleo vero del «sogno panjugoslavo» per il quale Andrić – che era di madrelingua croata, scriveva in serbo ed era nato in Bosnia, a Travnik, nel 1892 – si battè sin da giovanissimo, aderendo a Mlada Bosna (la Giovane Bosnia, sull’esempio mazziniano della Giovine Italia) e finendo anche in prigione.
Ora, mentre i Balcani, e la ex Jugoslavia in particolare, negli ultimi vent’anni si sono sempre più «europeizzati», nel senso che hanno cercato di adottare il modello dello Stato nazionale europeo ma fondandolo su una base etnica, con le conseguenze che conosciamo, l’Europa, che si era prefisso un orizzonte di «unità», si è al contrario «balcanizzata», tenuta in piedi con il nastro adesivo di una sempre più precaria unità monetaria. Anche di questi sviluppi futuri Andrić era stato buon profeta. Nel suo racconto Lettere dal 1928, che voleva intitolare Lettere dal 1992, egli immagina che l’unico modo per sfuggire alla tenaglia est/ovest – l’impero ottomano da un lato e quello austroungarico dall’altro – avrebbe dovuto essere la costruzione di un «mondo» che si frapponesse tra l’uno e l’altro, altrimenti, come poi è avvenuto, quella tenaglia est/ovest avrebbe precipitato gli slavi del sud nell’inferno. Com’è accaduto alla Jugoslavia nel 1991, un anno prima rispetto a quanto preconizzato da Andrić. E come accadde al ponte sulla Drina, che «stava dritto, come condannato, ma in sostanza ancora indenne e intero, tra due mondi in guerra», e poi, all’improvviso, viene bombardato dagli austriaci. I colpi ammazzano anche il povero imano Alihodža, che si trova lì e non capisce bene cosa stia succedendo, e quando lo capisce, troppo tardi, si chiede «se anche l’amor divino è scomparso dal mondo». Ma un attimo prima di chiudere gli occhi si risponde che no, «questo non può succedere».
Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 27 maggio 2014
Advertisements