117_La Grecia moderna fronte

«I migliori sono privati di ogni convinzione, mentre i peggiori sono pieni di chiassosa passione». Con queste parole (Il giorno del Giudizio, William Butler Yeats) sull’Europa in rovina del 1920 si chiude La Grecia moderna. Una storia che inizia nel 1821 (Argo editrice, 294 pagine, 22 euro, traduzione dal greco di Massimo Cazzulo), di Thanos Veremis e Ioannis Koliopulos, rispettivamente docenti di Storia politica e di Storia moderna nelle Università di Atene e di Salonicco.
Diciamo subito che l’opera non solo non ignora l’attualità – il coma in cui è precipitata la Grecia –, ma la utilizza per far meglio comprendere le cause che hanno «spezzato le reni» a un Paese al quale, come a una madre, tutti dobbiamo qualcosa.
E allora, dal default di oggi è necessario fare subito un salto all’indietro di centoventi anni, al 1893, quando la Grecia fallì per la prima volta, per colpa di «un debito nazionale sette volte più elevato rispetto a diciassette anni prima». Sono passati appena cinquant’anni dalla sua prima Costituzione, che è del 1844, e settanta dall’indipendenza dall’impero ottomano – raggiunta con quella rivoluzione del 1821 che infiammò la meglio gioventù europea di un filellenismo mai visto prima e dopo -, che la giovane Grecia già si trova in bancarotta. Certo, per colpa dello sforzo economico a sostegno delle cause irredentiste, con debiti contratti per pagare altri debiti, e della grave crisi del settore viticolo, che dopo un breve periodo di floridezza viene affossato dai vigneti (e dai dazi) francesi. Ma anche perché «i prestiti stranieri dei primi quarantacinque anni dell’indipendenza erano usati raramente per opere pubbliche legate alle infrastrutture, in quanto la maggior parte di essi finanziava spese di amministrazione, bilancio per la difesa e pagamento dei prestiti».
Il processo di unificazione del Paese e la ricerca di una smarrita «identità greca» erano riusciti a trovare nella lingua e nella continuità culturale con il passato gli elementi più efficaci per neutralizzare tutti coloro che, sulla base delle teorie razziali alla moda, ritenevano i greci moderni soltanto degli «slavi albanesizzati». Ma ciò che la Grecia non è mai riuscita a evitare è stato l’indebitamento incontrollato, quasi una coazione a ripetere lungo due secoli. Già nel 1833, il re Ottone non sapendo come pagare i debiti con l’estero «è pronto a vendere la terra pubblica». Poi ci si mettono anche le guerre balcaniche agli inizi del XX secolo e gli scontri con la Turchia, con il conseguente catastrofico scambio di popolazioni tra i due Paesi (585 mila musulmani ellenofoni cacciati dalla Grecia e un milione e 300 mila ortodossi turcofoni cacciati dalla Turchia), la seconda guerra mondiale seguita da una durissima guerra civile, un golpe con relativa dittatura militare nel 1967, un altro referendum (il sesto) tra monarchia e repubblica nel 1974, una nuova Costituzione nel 1975 e, finalmente, l’agognata ripresa. Che però dura poco, non più di quindici anni, quanto basta per riprendere la folle cavalcata verso l’indebitamento improduttivo che l’ingresso nella Cee prima e nell’euro poi non riescono a frenare e porta la Grecia (dove, per dirne una, la crescita del settore pubblico dal 1980 al 2010 è stata tripla rispetto a quella dell’Austria) al disastro.
Veremis e Koliopulos sono impietosi, non scelgono la via facile di incolpare «gli altri» per «questa sorta di destino greco» e sostengono che i disastri economici, oggi come in passato, sono il frutto della «comunità segmentata, cioè di un sistema premoderno che corrode lo Stato greco fin dalla sua nascita». Un sistema in cui ciò che conta è la protezione dell’unità familiare, del gruppo, del clan, a scapito della meritocrazia nella vita pubblica, e in cui ognuno fa la sua parte, ma in senso negativo: la politica «che attira per lo più persone prive di un sapere politico e personaggi dello spettacolo», l’economia e la cultura «che scelgono secondo il criterio della totale dedizione e non delle capacità», e la stessa società civile «che concorre con zelo a saccheggiare il sistema». Ovviamente, ogni somiglianza con l’Italia è puramente casuale.
(Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 22 maggio 2014)
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