Benvenuto tra noi, Matteo Renzi. Per aver detto, e in tv, e a Ballarò – cioè in uno di quei talk show eterodiretti, i cui conduttori non si sono mai distinti per lealtà, indipendenza, equanimità – che «la Rai non è dei conduttori tv e dell’Usigrai (il sindacato dei giornalisti Rai, ndr)».
Benvenuto, per aver ripetuto il concetto alle agenzie di stampa il giorno dopo, ribadendo che la Rai, la tv del servizio pubblico, non è dei partiti e, soprattutto, non è del «partito Rai».
Finalmente. Il presidente del Consiglio punta il dito contro chi comanda davvero in Rai. Sarebbe stato meglio che questa evidente verità fosse diventata patrimonio comune prima. E tuttavia, come si dice, meglio tardi che mai. Anzi, diciamo pure che «Non è mai troppo tardi», così restiamo in ambito Rai e citiamo, omaggiandolo, quel grande programma di alfabetizzazione nazionale condotto da quel grande maestro che fu Alberto Manzi.
Però tocca anche dire che in questi ultimi anni non tutti dormivano. Due anni fa – e non per la serie «noi lo avevamo detto» -, io e l’ex direttore generale Rai, Mauro Masi, abbiamo affermato le stesse, identiche cose nel libro Un nemico alla Rai (Marsilio), in cui abbiamo sostenuto la tesi che chi comanda davvero in Rai è la lobby formata dal sindacato Usigrai, dall’Adrai (l’associazione dei dirigenti Rai) e dalla compagnia di giro dei «bravi presentatori», i quali smerciano per impegno civile la loro fame di notorietà e di quattrini. Tra costoro, guarda caso, c’è anche quel Floris mai distintosi per coraggio – non ne ha e quindi non se lo può dare -, che più che intervistare Renzi, lo ha continuamente interrotto, sfottuto, persino «avvertito» (per conto di chi?) dei rischi che potrebbe correre a mettersi contro Mamma Rai, anzi contro Mammasantissima Rai.
Ancora prima dell’uscita del libro, esattamente a gennaio 2011, come delegato dei giornalisti avevo detto queste stesse cose a Bergamo, dalla tribuna del 26° congresso nazionale della Fnsi (la Federazione nazionale della stampa). Conscio della impermeabilità di quel soviet che è la Fnsi, in quel periodo presieduto da Roberto Natale (segretario, guarda un po’, dell’Usigrai e oggi addetto stampa, guarda un po’, del presidente della Camera, Boldrini) -, dissi che l’unica soluzione per «liberare» il giornalismo italiano era che il soviet supremo della Fnsi facesse come la setta dei 900 seguaci di padre Jim Jones in Guyana nel 1978, e cioè che si suicidasse in massa.
Purtroppo, né quanto scritto nel libro Un nemico alla Rai, né quanto suggerito alla nomenklatura Fnsi durante quel congresso ha avuto seguito. Il libro (nonostante abbia venduto più di diecimila copie) è stato ignorato dai giornali e soprattutto dalla tv, mentre, per evitare che le mie parole al congresso di Bergamo avessero la pur minima eco, il soviet Fnsi e il suo presidente Usigrai, con un giochetto di prestigio, collocarono il mio intervento all’una di notte…
Quindi, caro Matteo Renzi, benvenuto. Davvero.
Advertisements