La geografia si impose come strumento per combattere. Palloni aerostatici, apparecchi a motore e piccioni mapparono il territorio con la precisione di un satellite:uno studio della Fondazione Benetton


Treviso
Abituati ad associare i colombi alla pace – la prima colomba con il ramoscello d’ulivo fu quella che annunciò a Noè la fine del diluvio universale – e scoprire invece quanto questi pennuti siano stati utili e addirittura essenziali in guerra, per esempio nella Grande Guerra, significa poter raccontare la storia di questo conflitto in un altro modo. Lo stesso discorso vale per l’aerostato, la mitologica mongolfiera del Barone di Münchhausen, che nella prima guerra mondiale diventa il «pallone frenato», cioè vincolato al suolo da lunghi cavi per poter meglio osservare e fotografare anche da millecinquecento metri di altitudine ciò che accade sul suolo nemico e all’occorrenza sbarrare il volo agli aerei ricognitori. I quali, anch’essi, osservano e fotografano luoghi e obiettivi, più che colpirli, e, assieme alle notizie portate dai colombi, ai rilievi eseguiti da bordo dei palloni frenati e alla spola incessante dei soldati in bicicletta (i ciclisti esploratori e portaordini, ma anche gli assaltatori), consentono di raccogliere ogni notizia utile a individuare le postazioni militari, il corso di fiumi e torrenti, i valichi, i ponti, e a collocare tutta questa mole di informazioni su mappe e carte geografiche disegnate con una precisione che sarà superata soltanto dai rilievi satellitari di là da venire.
Ecco, le carte geografiche. L’esplosione della Grande Guerra – oltre che ai grandi giochi delle grandi potenze, con relativi grandi scenari e grandi massacri (altro che l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo per mano di Gavrilo Princip come «causa prima» del conflitto) – deve molto alle carte geografiche e all’ideologia di cui traboccavano, poiché quelle carte geografiche riuscirono in una «missione» delicata, che alcuni decenni dopo avrebbe fatto dire al grande geografo francese Yves Lacoste una cosa molto semplice e molto netta, e cioè che «la geografia serve, principalmente, a fare la guerra».
Lacoste formulò questo fulminante enunciato nel 1976 – rilanciando di fatto la geopolitica, fino ad allora guardata con sospetto perché considerata un «prodotto» di marca hitleriana-, ma a metterlo in pratica era stato già nel 1916 l’Istituto geografico De Agostini di Novara, che pubblicò L’Atlante della nostra guerra (curato da Achille Dardano, Giuseppe Dalla Vedova e Luigi Filippo De Magistris) con lo scopo dichiarato di convincere il pubblico che l’entrata in guerra dell’Italia (24 maggio 1915) era fondata sulla giusta causa del ripristino dei «confini naturali». Proprio questo però era (ed è) il punto. Quali sono i confini naturali, come si individuano? Con le catene montuose tipo le Alpi e i Pirenei? Con la teoria del displuvio – vale a dire in base alla direzione che prendono i corsi d’acqua -, che per l’Italia, per esempio, comporterebbe due spartiacque, l’arco alpino e quello appenninico? Di modo che tutte le popolazioni al di qua delle Alpi sarebbero italiane e quelle al di là tedesche e francesi?
Un lavoro della Fondazione Benetton Studi Ricerche – che diventerà mostra itinerante e, in collaborazione con la Cineteca del Friuli, documentario per le scuole superiori – dimostra che non esistono confini naturali netti, precisi, matematici. «Già è difficile individuare il confine “naturale” tra Europa e Asia, figuriamoci stabilire quelli tra le sottoregioni europee – dice Massimo Rossi, il geografo storico che ha coordinato la ricerca -. Forse questo concetto potrebbe valere soltanto per la Gran Bretagna, completamente circondata dal mare, ma gli altri sono tutti confini convenzionali, linee geometriche, come è ben evidente per gli Stati Uniti d’America o l’Africa».
Le cose si complicano ulteriormente quando a presunti confini naturali si aggiungono quelli etnografici, che tra l’altro non coincidono mai geometricamente con i primi, e a questi i confini linguistici e religiosi. Come accadde proprio per il Regno d’Italia, il più giovane degli Stati europei dal punto di vista della geografia politica, in cui il lavorìo sulle carte geografiche sembrava essere diventato quasi un febbrile tentativo di quadratura del cerchio, al punto da portare l’irremovibile irredentista Ettore Tolomei prima a cambiar nome al Sud Tirolo, chiamandolo sulle cartine Alto Adige, e poi, in periodo fascista, diventato senatore, a prodigarsi nella «italianizzazione» forzata dei cognomi stranieri e di circa settantamila toponimi tra Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige e Dalmazia.
Tra le immagini e i documenti inediti scovati da Rossi nel Kriegsarchiv di Vienna e nell’Archivio storico dello stato maggiore dell’esercito italiano, vi è una cartina accompagnata da una corrispondenza tra Tolomei e Cesare Battisti (socialista e certo non meno patriota del primo) in cui Battisti cerca di moderare le rivendicazioni di Tolomei sull’«Alto Adige», consigliandogli di spostare la linea di confine più a sud, cosicché all’Italia rimarrebbero tutto il Trentino e le aree di lingua italiana e all’Austria la parte di lingua tedesca. Ma in clima di guerra ragionamenti e distinzioni, pur se fondati, vennero travolti. E nemmeno le argomentazioni di un Gaetano Salvemini, che pure era interventista, ma accettava l’irredentismo «solo come difesa della lingua e della nazionalità italiana» e si scagliava contro tutti coloro che «sbraitano di confini naturali», servì a rendere meno ingarbugliata la matassa e a far capire, per esempio, che una cosa erano l’Istria e gli italiani d’Istria, un’altra l’«Alto Adige» e i suoi sudtirolesi. Niente da fare, le carte geografiche che «certificavano» l’evidenza dei confini naturali erano riuscite a imporre una vera e propria visione del mondo. Un risultato enorme. Che tuttavia, sostiene Rossi, non è servito a far capire che «il contributo dei geografi allo studio della Grande Guerra è una modalità non ancora sufficientemente percorsa».
Non si tratta di un problema di poco conto, o squisitamente accademico. «E’ un problema politico», come hanno detto a Rossi quando ha richiesto agli uffici di Bolzano una carta tecnica regionale e gliene hanno inviato una «muta». Poiché di quella carta esiste una versione con i toponimi in tedesco e una in italiano, hanno voluto evitare incidenti diplomatici. Segno che «la guerra non è finita». Non solo quella, inutile nasconderselo, condotta attraverso la pratica diseguale del diritto di accesso agli impieghi pubblici e dell’uso del bilinguismo, ma anche quella combattuta a colpi di mappe e carte geografiche in maniera non molto diversa da ciò che accadde durante la Grande Guerra, quando questo compito – come abbiamo detto all’inizio – era affidato ai ciclisti, ai ricognitori, ai palloni frenati e soprattutto ai colombi. I quali, smistando le notizie dalle trincee ai quartieri generali – con un rischio scarso o nullo di essere intercettati e perdite contenute (180 colombi su 1.500 impiegati, appena il 12 per cento, dice un rapporto del 1918) – consentivano a geografi e cartografi di tradurre quei «pizzini volanti», i colombigrammi, in mappe e carte preziose. E con una velocità impensabile, visto che un colombo in media copriva un tragitto di 30 chilometri in 30 minuti e che nonostante la foschia e i gas lacrimogeni «il colombo numero di matricola 32 ha percorso 130 chilometri in un’ora e 50 minuti».
Questa guerra «vista da vicino» è stata raccontata in pagine molto belle da Hemingway, Remarque, Rigoni Stern, Dos Passos e, dalla parte austriaca, da Fritz Weber. Ma degli «alati messaggeri che rendono utili servizi al Paese», e delle norme da osservare per la loro alimentazione e igiene, fino alle minuziose regole per tubetti e taschette che dovevano contenere i dispacci, ci parlano solo le relazioni di servizio – finora sepolte negli archivi – redatte da chi era al fronte, ignaro che «la geografia serve principalmente a fare la guerra».
(La Lettura, Corriere della Sera, 11 maggio 2014)
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