Eh, sì. In campagna elettorale è davvero tutto ammesso, tutto dimenticato e chiunque, pur di ottenere una cadrega, non esiterebbe a passare con i cingoli (anche a marcia indietro) sul cadavere della propria madre. Quando criticai Santoro per le sue trasmissioni sull’Ilva, cinque anni fa, che il super pagato conduttore de sinistra aveva “cucito addosso” a Vendola per tirargli la volata elettorale e fargli fare la bella figura dell’addolorato tutore della salute dei cittadini e dell’ambiente, Grillo si guardò bene dal dire una sola parola (non gli conveniva, in quel momento) e anzi, appoggiò Vendola nella corsa alle regionali. Oggi, Grillo attacca Santoro e lo mette all’indice nella rubrica “il giornalista del giorno” perché questi – con il suo programma, che tra l’altro è in caduta libera per ascolti – non sarebbe abbastanza obiettivo nei confronti degli adepti dell’azienda commerciale M5S (così è registrato il marchio, di proprietà di tre persone), dove la S sta sempre più per Scientology. Nemesi, diciamo così, ovvia e giustificata. E prova provata che dell’Ilva e della salute e dell’ambiente e del rilancio occupazionale non frega niente a nessuno.
Sempre per rimanere in tema: cinque anni fa, per parlare e cantare e recitare sull’Ilva e su “La città delle nuvole” non si trovava uno straccio di cantante/scrittore/saltimbanco/poeta “di chiara fama”, anche tarantino (che so, un De Cataldo, una Mariella Nava, una Mietta…), che affrontasse la questione da un palco e ci mettesse la faccia. Adesso, si scapicollano tutti per essere in prima fila e mostrarsi “impegnati” nell’inutile concertone del Primo Maggio che quest’anno è stato organizzato anche a Taranto (e vai, le Mannoia, i Caparezza, e tutto il resto della compagnia cantante…). Non bastava il calderone del Primo Maggio a Roma, per il quale i sindacati, organizzatori del circo, negli anni avevano sistematicamente ignorato gli operai dell’Ilva “disubbidienti” confinati nel capannone Laf (Laminatoi a freddo) come dentro a un lager (e tutti poi finiti in cura dallo psichiatra), preferendogli un tizio di nome Pelù. No. Quest’anno anche Taranto. E di nuovo Pelù. Che dalla tv pubblica apostrofa Renzi (che al di là di come la si pensi è pur sempre il capo del Governo) come “il golden boy di Licio Gelli”. Senza avere il garbo, lui Pelù – un altro che recita il ruolo dello “scomodo” dalla comoda cadreghina del programma The Voice (Rai, affiancando la ottima Carrà) – di astenersi da una simile vigliaccata quanto meno per il fatto di essere stato il direttore artistico di “Firenze Estate” (compenso, 70 mila euro), poi estromesso da Renzi (che ha affidato l’incarico a zero euro a un funzionario pubblico) quando l’attuale premier diventò sindaco di Firenze. E chi prende le difese di Pelù? Ma come chi? Grillo! E perché? Ma perché siamo in campagna elettorale, perché l’argomento fa “audience” – e infatti ne stiamo parlando anche qui -, mica perché gli frega una cilecca di chi vive e chi muore, o di chi non può campare o non può pagare i vampiri di Equitalia.
L’ultimo pensiero, con profondo dispiacere, vorrei rivolgerlo a Roberto Mancini, il vice commissario di Polizia morto di cancro l’altro giorno che fu tra i più attivi e onesti servitori dello Stato nell’indagare e scoprire le porcherie sotterrate in Campania (parliamo della Terra dei Fuochi, ma la Murgia pugliese in questo non le è seconda) con un’attività di indagine esemplare dal punto di vista tecnico e corretta dal punto vista dell’uso degli strumenti giudiuziari. Enrico Fierro, che è un bravo giornalista, ha scritto sul Fatto quotidiano (che ogni tanto smette di essere il Pacco quotidiano): «Roberto Mancini ha sempre detto che i magistrati che indagavano sul business dei rifiuti erano entusiasti delle sue informative, ma poi quei dossier vennero chiusi in un cassetto. “Ne persi le tracce fino al 2010 – disse Mancini – quando la Dda di Napoli mi convocò come testimone”. Un lavoro duro, che a Roberto è costato la vita. Un lavoro che per lo Stato non esiste. “Mi hanno riconosciuto – diceva Roberto – un equo indennizzo (e rideva quando pronunciava l’aggettivo equo, ndr) di 5 mila euro”».
Ora che Mancini è morto, il su citato M5S ci si butta sopra a pesce. Non dice nulla su “quei magistrati entusiasti dei dossier di Mancini sul business dei rifiuti, che poi però chiudevano in un cassetto”, no, il M5S vuole i funerali di Stato (e così tutto torna a posto, tre piccioni con una fava: demagogia, applausi e liturgia funebre per tenere a posto la coscienza). E nemmeno il buon Fierro osa chiedere conto ai magistrati di queste stranezze (al suo giornale, toccare una toga è come scriversi da soli la lettera di licenziamento). Morale? Non c’è una morale, quando è tutto così amorale.
Una conclusione, però, almeno per quanto mi riguarda, si può trarre. Con ogni probabilità non andrò a votare. Ma se ci andassi – ecco il mio endorsement -, so chi non votare e non far votare, e cioè la setta/azienda commerciale/aspirante partito unico che specula sulla rabbia (giustificata) e sulla buona fede (inevitabile) di tanta, tanta gente, che purtroppo non sa più a chi credere.
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