Srebrenica (Bosnia)
Ai lupi e ai cinghiali si può sparare, appostandosi di notte a difesa del gregge o del campo di grano. Ma contro la felce aquilina che infesta le terre tutt’intorno a Srebrenica non c’è niente da fare. Anche se spari, spari alla luna, come i pazzi. Non servono né il fucile caricato a pallettoni, per sventrare i lupi e i cinghiali che attaccano sempre più numerosi e famelici, né il venerato Kalashnikov, che quasi ogni famiglia – dice la leggenda di questi luoghi – conserverebbe in cantina o sotto il pavimento. La felce aquilina è resistente come e più della gramigna, si impossessa dei terreni e a mille metri di altitudine è la regina maledetta tra le piante selvatiche, capace di ricrescere più abbondante e più forte di prima anche dopo un incendio.
Lupi, cinghiali e felce aquilina nei terreni una volta coltivati e oggi trasformati in radure ostili sono il risultato di vent’anni di espulsione dell’uomo da questi luoghi.
Andò così. L’Onu, nel momento di maggiore crudeltà della guerra che stava sbriciolando la ex Jugoslavia, dichiarò Srebrenica safe area, area sicura, e così tutti i bosniaci musulmani che vi riuscirono, 25 o 30 mila, raggiunsero Srebrenica a dorso di mulo, in motocicletta, in auto, ammassati su vecchi camion e soprattutto a piedi. Invece di trovare «sicurezza», concentrati com’erano in questa cittadina – da sempre una enclave musulmana -, facilitarono il lavoro dei loro carnefici, i serbi di quella autoproclamata Republika Srpska le cui truppe, guidate dal generale Ratko Mladić, «il macellaio dei Balcani», e fedeli al presidente Radovan Karadžić, erano coadiuvate dai paramilitari di Željko Ražnatović, meglio noto come «Arkan la tigre».
C’erano i caschi blu dell’Onu a Srebrenica – gli olandesi guidati dall’ineffabile generale Thom Karremans -, e dovevano proteggere i profughi ammassati nei capannoni della fabbrica Akumulatorka, ma non mossero un dito. Tutti gli sfollati di sesso maschile in età riproduttiva, più o meno dai quattordici anni in su, vennero separati dalle donne e dai bambini. E poi uccisi e seppelliti in fosse comuni. Era l’11 luglio 1995. Una data passata alla storia come il giorno del genocidio di Srebrenica. Diecimila persone o forse più, tutti civili, assassinate a freddo. In questi diciannove anni, grazie agli esami del Dna sui resti ritrovati nelle 88 fosse comuni – le fosse scoperte fino a oggi, ma ve ne sono altre non ancora localizzate -, alle 8.372 vittime accertate è stato dato un nome. Il Memoriale di Potočari però, il grande cimitero musulmano con moschea all’aperto allestito proprio di fronte alla Akumulatorka, contiene solo 6.066 stele funerarie, poiché i familiari di quelle vittime di cui sono stati ritrovati solo miserrimi resti sperano, prima di dar loro una tomba, di ricomporne almeno in parte la salma.
Ricordare cos’è successo a Srebrenica è inevitabile, non solo per sete di giustizia e di verità, e non certo per alimentare la fiamma dell’odio e della vendetta (ce n’è già a sufficienza nel processo di accuse e controaccuse di genocidio tra Serbia e Croazia, il cui dibattimento si concluderà il primo aprile prossimo davanti alla Corte internazionale di Giustizia dell’Aja), ma semplicemente per capire che cos’è oggi questa città, questo luogo immalinconito e spaventato, nel quale tuttavia, contro ogni previsione, contro i lupi che sbranano le pecore, contro i cinghiali che devastano il raccolto, e contro la felce aquilina che ricopre tutto, germoglia la speranza.
E’ vero, Srebrenica aveva quarantamila abitanti e adesso ne ha cinquemila. Aveva una zona industriale, in contrada Zeleni Jadar, in cui lavoravano diecimila persone, che ora è soltanto un ammasso di rovine. Aveva tre facoltà universitarie e oggi ne ha una sola, Giurisprudenza. E persino della squadra di calcio che militava in serie B – la Güber Srebrenica, fondata nel 1924 da un serbo e da un bosniaco, che insieme donarono anche l’area per costruire lo stadio -, è rimasta solo la formazione giovanile. Ma, nonostante tutto, duecento studenti ogni giorno fanno i pendolari come meglio gli riesce dai paesi vicini. Nonostante tutto, nella locanda di Alić si beve il caffè e la slivovitz, la grappa di prugne, immersi in nuvole di fumo, e si discute di cultura, di politica, di futuro. Nel ristorante Misirlije si ritrova il gusto di mangiare, e anche bene, tutti insieme, serbi, bosgnacchi (bosniaci musulmani), croati, musulmani, ortodossi, cristiani, agnostici, atei – manca solo qualche eretico bogomilo (una setta cristiana che si diffuse nei Balcani e riteneva inconciliabili tra loro il mondo spirituale e quello corporale, l’eterno e il contingente) -, e anche qui si discute di tutto. E si capisce, dalle parole di Muhamed Avdic – che ha 32 anni ed è del villaggio bosgnacco di Osmače -, di Nemanja Zekić – 26 anni, nato nel vicino villaggio serbo di Brežani-, e di Damir Moranjek, 29 anni, che viene da Tuzla, come quella del germoglio non sia una metafora, ma un fatto concreto. Perché è da qui, dal germoglio dei semi di grano – varietà: grano saraceno, il più resistente alla felce aquilina e già coltivato con maggiore successo del mais anche nel passato – che sta germogliando la speranza di una città come Srebrenica, che si voleva morta e si riscopre viva.
E’ da qui, da questi semi, dai primi 130 dulum (tredici ettari) di terra dissodata con un vecchio trattore inadeguato e seminati grazie a una donazione di appena tremila euro, e dal primo raccolto mietuto con una mietitrebbia vista soltanto in qualche filmato d’epoca, che piano piano sta cominciando il futuro di Srebrenica, la città che ha saltato una generazione. Qui, dal 1995 al 2005 non è nato nessuno e ora ci si affida a quella generazione di chi ha tra i venti e i trent’anni e ha conosciuto il genocidio quando era bambino, leggendolo negli occhi terrorizzati dei genitori, oppure, diventato più grande, attraverso il racconto di chi è sopravvissuto e gli ha raccontato del papà visto per l’ultima volta.
Ricostruire la memoria. Ricomporre trame familiari strappate. Recuperare il passato anche attraverso un sapere agricolo scomparso con le persone uccise. Ritornare al futuro. E’ questo il senso del progetto Seminando il ritorno, che nei borghi di Osmače e Brežani, sulle montagne di Srebrenica, da dove si vedono le cime di Sarajevo e della Serbia, sta riportando la gente a casa. Nella sola Osmače, dove nel 1991, prima della guerra, vivevano quasi mille persone, ce ne sono a malapena un centinaio. Ma ci sono. Sono tornati. E vogliono rimanere. Mentre la scuola dei due villaggi, che ospitava 540 bambini, e che dopo i bombardamenti e l’abbandono sembrava dover chiudere i battenti per sempre, sta rinascendo con una fiducia e un coraggio eroici. Quando si chiede ad Amina, che fa la quarta elementare, in quanti sono nella sua classe, lei risponde seria: «Siamo in due». E in tutto l’istituto? «Nove».
Per tutti loro, dicono, si è trattato di una vera e propria diaspora. Non possono ritornare tutti e tutti insieme – molti sono a Tuzla, a Sarajevo e molti altri sono all’estero, soprattutto negli Stati Uniti e in Australia -, ma quasi tutti vorrebbero ritornare e riunirsi agli altri. Per sempre. Anche se per ora questo accade soltanto in occasione del Kurban-Bajram, il sacrificio del montone, la festa più solenne dell’islam, in cui Abramo come segno di sottomissione a Dio è pronto a sacrificare suo figlio Isacco (Ismaele nell’islam), poi sostituito dal montone. Tornare e rimanere per sempre è un sogno, che per avverarsi richiede tempo e alcune certezze minime. A cominciare da quelle che riguardano le terre da coltivare, ostaggio della felce aquilina. Di chi sono quelle terre? Quali sono i confini? Chi può legittimamente coltivarle, in un Paese in cui non esiste il catasto e i confini e le proprietà devono essere ricostruite affidandosi alla memoria individuale e collettiva? Per fortuna, questa memoria non è andata perduta. E anzi, ricucita anch’essa con pazienza e a volte anche con ostinazione, consente di ridefinire al centimetro ciò che non è custodito in un alcun archivio e di evitare così altri conflitti. Ma consente anche di capire quanta «cura dei luoghi» abbiano avuto queste persone: perciò gli ideatori del progetto Seminando il ritorno le hanno seguite un passo dopo l’altro e le hanno alla fine gratificate con il premio internazionale «Carlo Scarpa per il Giardino», ideato dalla Fondazione Benetton studi ricerche, che ne riconosce anche il valore «etico e poetico».
I bosgnacchi di Osmače e i serbi di Brežani hanno sempre convissuto pacificamente fino a quando non è scoppiata la guerra, con la soldataglia che se l’è presa con i civili inermi, come mai era accaduto prima. Raccontano che la collaborazione tra le due comunità era così stretta che con i capi di bestiame di un villaggio si ingravidavano quelli dell’altro. E le macchine agricole che non avevano i contadini di Osmače venivano prestate da quelli di Brežani, e viceversa. Così i contrasti propri della vita quotidiana: erano più frequenti all’interno di ciascun villaggio, tra persone della stessa etnia, che non tra i due borghi. Non era l’Arcadia. Era semplicemente la vita normale che ora sperano di ritrovare. Che vogliono ritrovare.
(Carlo Vulpio, la Lettura, Corriere della sera, 23 marzo 2014)
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