Buenos Aires
Fuerte Apache. Oppure, Ciudad Oculta. Quando segna un gol, Carlos “Carlito” Tevez, attaccante argentino della Juventus esulta così. Sollevando la maglietta del club per mostrare ora l’uno, ora l’altro nome stampato sulla canotta. Per la verità, quei nomi, più che mostrarli, Tevez li ostenta e sembra quasi che voglia mangiarseli, come per ricollocarli là da dove sono venuti: nel suo stomaco, nel suo cuore, dentro di sè.
Fuerte Apache è una delle tante villa, le villa miseria – dieci, dodici, quindici? quante sono? ogni giorno ne affiora una nuova – disseminate nei barrio, i grandi quartieri della capitale, cresciuti dentro e intorno a Buenos Aires. Una villa, ancora senza nome e per questo chiamata numero 31, per esempio, si trova nella parte più moderna della città, a due passi dalla Casa Rosada, la sede del governo, ed è la copia conforme di villa Fiorito, quella in cui è nato Diego Armando Maradona, a una decina di chilometri di distanza. Alcune stime, per difetto, dicono che in queste villa viva il dieci per cento della popolazione di Buenos Aires, quindi all’incirca un milione e trecentomila persone. Senza fogna, senza luce, gli uni sugli altri, arrangiandosi e sperando che il giorno dopo sia un giorno migliore.
Fuerte Apache è invece la enclave – ma ogni villa lo è – che sta dentro al barrio della Ciudadela, in cui, a cinque o sei isolati di distanza, si trova anche l’altra villa evocata da Tevez, la Ciudad Oculta. Carlito Tevez è nato e cresciuto a Fuerte Apache, ma dopo un gol saluta anche i “fratelli” della Ciudad Oculta non perché legato a loro da pratiche esoteriche, ma perché durante i Mondiali di calcio del 1978 disputati in Argentina, la dittatura militare, affinché non se ne vedessero le condizioni miserabili, la nascose agli occhi del mondo segregandola dietro a un muro “berlinese”.
A Fuerte Apache, invece, dove vivono circa quarantamila persone, il muro lo hanno costruito da soli. Ed è un muro invisibile, invalicabile, perché non è stato costruito mattone su mattone, come le case molto precarie della villa, ma si regge su una rete di persone di tutte le età, i villero, collocati agli ingressi strategici del Fuerte e in ogni suo snodo vitale, che difendono la villa come se difendessero la propria vita.
A Buenos Aires si dice che nelle villa forse si può anche entrare, ma di sicuro non se ne esce. Affermazione molto vicina al vero, anche perché è impensabile che questa gente, condannata com’è alla marginalità e conscia di esserlo, non usi le unghie e i denti per sopravvivere, spesso finendo per candidarsi a un posto in prima fila nel carcere o al cimitero. Ma è anche vero che se in questa terra di nessuno si prova a entrare bussando alla porta e chiedendo permesso – in una parola, mostrando rispetto -, allora non c’è bisogno di indossare il giubbotto antiproiettile e di farsi scortare dalla polizia, magari per realizzare immagini “esclusive” per la tv, che fanno diventare le villa soltanto un problema di sicurezza e di ordine pubblico, o peggio, uno zoo di animali mostruosi e cattivi, contemporaneamente negando ogni connessione tra miseria e delinquenza.
Quando incontriamo Claudio Tevez, il fratello di Carlito, e Luciano Romero, compadre, cioè padrino di battesimo di Florencia Maya, la primogenita del calciatore, è proprio il rispetto la parola chiave di tutto, l’articolo uno del codice non scritto sul quale si regge la vita, e in qualche caso anche la morte, di Fuerte Apache. “Chiariamo subito una cosa – dicono Claudio e Luciano -, qui ci sono i buoni e ci sono i cattivi, come dappertutto. Ma vogliono farci passare tutti per criminali. E’ falso. E’ vero invece che se qui al Fuerte beccassimo qualcuno che spaccia quella schifosissima droga che è il paco (residui della lavorazione della cocaina trattati con altre sostanze, brucia il cervello di chi ne fa uso all’incirca per mezz’ora e una dose costa appena 1 peso, cioè 10 centesimi di euro, ndr) lo facciamo fuori senza esitare. Ma questo non è essere delinquenti, questo è difendere la nostra villa e i nostri ragazzi, che nessuno difende”.
Già, chi ti difende se sei un villero? Persino quando si va in cerca di un lavoro, se si è un villero, si omette di dichiararlo. “Altrimenti non ti prende nessuno, il pregiudizio è troppo forte”, dice Ricardo Rodriguez. Quindi non c’è speranza, se tutti pensano che le villas sono l’inferno? “Peggio. Le villa sono considerate il purgatorio. Un limbo, in cui noialtri non abbiamo né nomi né cognomi né numero civico. Però la speranza c’è sempre e ci fa andare avanti”, dice Ricardo Molina, che ha ventisette anni. E la speranza, qui, è la pelota, il pallone, il futbol. E Carlito Tevez. “Qui lo amiamo non solo perché è un grande campione, ma anche perché si è dimostrato un grande uomo – dicono -. Quando Carlito festeggia i suoi gol e tutti leggono la scritta Fuerte Apache o Ciudad Oculta sulla sua maglietta, noi siamo felici, orgogliosi, piangiamo e ridiamo, ci abbracciamo forte e ci sentiamo ancora più legati l’uno con l’altro”.
Tevez è celebrato nei murales ed è l’idolo dei ragazzini del Fuerte, che oggi giocano su un campo di calcio con tappeto sintetico regalato alla villa da Carlito. Ma anche i più grandi lo hanno eletto come proprio eroe. Al Club Apache, una stupenda baracca con tetto in lamiera che affianca il nuovo campo e dove sono custoditi – in un paio di altrettanto stupende e malandate bacheche – i trofei della squadra, si disvela un mondo parallelo e altro, in cui, assieme alla birra ghiacciata bevuta tutti dalla stessa bottiglia, scorrono tanti racconti. Il “vecchio” Osvaldo Isabelino Sarmiento Saavedra, anni sessantaquattro, ricorda di quando finì in carcere, vent’anni fa, e decise di scrivere una lettera a quel vescovo che aveva visto accorrere tante volte, anche di notte, al Fuerte. “Non credevo che sarebbe venuto in galera – dice Osvaldo Isabelino -, e invece Bergoglio venne a trovarmi. Come posso dimenticarlo?”. Il Paese e’ in subbuglio, in molte città ci sono stati saccheggi nei negozi, con morti e feriti, e al Club Apache lo sanno bene. Ma poiché si tratta di furti commessi per mangiare, “da gente povera che ha fame”, non li condannano. Al contrario, traducono anche questo in pezzi di cumbia, un genere musicale popolare di origine colombiana – in cui si cimenta anche Carlito Tevez -, che canta sentimenti di amicizia, ribellione, riscatto. E che qui al Fuerte ha la sua punta di diamante nel gruppo dei Piola Vago (più o meno letteralmente, i Fighi Vagabondi), che dedicherà il suo nuovo cd, prodotto “con poco dinero e pochi mezzi”, proprio a Carlito Tevez (“E’ una sorpresa per il suo compleanno, il 5 febbraio”).
Dietro la cortina di ferro che separa Fuerte Apache dal resto del mondo c’è ancora tanto altro. Quest’altra storia nella storia, per esempio. Che ha dell’incredibile e che poteva accadere solo qui. E che ha per protagonista un ragazzo italiano di sedici anni, Francesco Serafino. Francesco fa il calciatore nella squadra giovanile del Boca Juniors, dove hanno giocato Tevez e Maradona. Ma questo in Argentina non è una notizia. E non è una notizia nemmeno il fatto che ex calciatori come Mario Rodriguez e Ramon Rivero, che lo hanno allenato, giurino che Francesco abbia tutti i numeri per diventare un nuovo Cassano o addirittura un nuovo Messi. Ma il fatto che Francesco viva da un anno a Fuerte Apache è già adesso un golazo di notizia anche in Argentina. Non solo perché si tratta di un italiano – “Calabrese di Fuscaldo“, sottolinea lui – che è venuto a giocare qui (dalla Roma, voluto da Bruno Conti), quando invece tutti gli indigeni sognano di fare il contrario, ma soprattutto perché Francesco ha accettato e superato la “prova del fuoco” che gli è stata proposta dall’impresario che ne ha acquistato il cartellino – Eugenio Sangregorio, italiano trapiantato qui da ragazzino – e dal talent scout Silvano Pillani (che ha scoperto Batistuta, Santana e molti altri).
Francesco ha vissuto per un anno con altri quattro giovani calciatori come lui, due messicani e due argentini della regione di Misiones, ai confini con Paraguay e Brasile, affinché tirasse fuori la garra, la rabbia necessaria per diventare un calciatore vero, anzi un campione. “Mi dissero che ciò che sapevo fare con il pallone non bastava e che prima di ogni altra cosa dovevo imparare a vivere come vivevano loro – racconta Francesco -. Ce l’ho messa tutta e credo di avercela fatta. Oggi ho molti amici qui al Fuerte. Mi vogliono tutti bene. Mi hanno fatto sentire il loro affetto quando sentivo la mancanza dei miei genitori. E mi hanno pure aiutato a evitare le occasioni sbagliate, quelle che ti possono rovinare la vita anche per caso”.
Durante gli allenamenti, quando i difensori lo picchiavano, l’allenatore non fischiava il fallo, ma lo incitava a rialzarsi e a inseguire l’avversario per recuperare la palla. Ma era più difficile, attraversando la villa per andare a scuola, non avere e non mostrare paura di chi portava la mano alla cintola per sistemarsi la pistola. Adesso qui lo chiamano Tanito, da Tano, diminutivo di napoletano per dire italiano. E Francesco si diverte. “Dopo aver camminato per le strade di Ciudadela – dice – sono pronto a camminare per qualunque altra strada del mondo”. E così, quando a Fuerte Apache arriva Tevez, e gioca una partitella con i ragazzi della villa, e dice loro di non trattenersi dal menarlo solo perché hanno di fronte Tevez, Francesco non si fa pregare. Mena. E nessuno se lo mangia. Perché al Fuerte il rispetto viene prima di tutto.
Carlo Vulpio
(La Lettura, Corriere della Sera, 22 dicembre 2013)
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