La demagogia incalza, e va bene (cioè, va male). Il luogocomunismo incombe, e va bene (cioè, va male). L’analfabetismo politico dilaga, e va bene (cioè, ancora una volta, va male). Ma non è che siccome là fuori sono in agguato questi mostri, che in tempi di crisi sono più vigorosi e aggressivi del solito, ci si deve astenere dall’esercizio della critica e della ragione. Se lo si facesse, quei mostri, invece di scomparire, si nutrirebbero di quell’astensione e crescerebbero a dismisura.
Ecco perché questo è il momento migliore (in quanto, appunto, il peggiore) per parlare di Regioni e puntare in modo deciso alla loro abolizione. Non è demagogia, questa, né qualunquismo. Non è il beota “Tutti a casa” di Casaleggio e Grillo, che fingono di non porsi il problema di chi resterà, quando saranno andati “tutti a casa” (perché qualcun altro dovrà pur prendere il posto di chi “va a casa”), né del modo in cui i “nuovi” sostituiranno i “vecchi” (chi li nominerà, i “nuovi”, sempre la diarchia Casaleggio-Grillo, con lettera di dimissioni in bianco come conditio sine qua non spacciata come “democrazia dal basso”?).
Il problema della abolizione delle Regioni, in vita dal 1970 e operative dal 1975 (quasi mezzo secolo), è invece molto poco demagogico in quanto molto serio, ed è molto serio in quanto molto bene (cioè, male) sperimentato in questi decenni. Fallimento dopo fallimento, le Regioni hanno dimostrato che esse sono il cattivo prodotto di una idea che forse non era cattiva in sé (il decentramento per avvicinare i cittadini all’amministrazione e alla gestione della cosa pubblica), ma che di sicuro era debole già in partenza e che, strada facendo, ha moltiplicato i mali ai quali si diceva volesse rimediare. Oltre ad aver moltiplicato i costi, ovviamente scaricati sulla collettività, senza che vi sia stato un corrispettivo miglioramento né dell’amministrazione della cosa pubblica, né del coinvolgimento dei cittadini nella sua gestione.
Per comprendere l’entità del problema, basteranno pochi elementi e pochi numeri. Venti regioni, di cui cinque a statuto speciale che non hanno più alcuna ragion d’essere (Sicilia, Sardegna, Friuli-Venezia Giulia, Trentino-Alto Adige, Val d’Aosta), ben 900 consiglieri regionali (Camera e Senato della Repubblica, in tutto, hanno 915 parlamentari e non bestemmia chi vorrebbe ridurne il numero o abolire uno dei due rami del Parlamento), per un costo che si aggirerebbe intorno ai 200 miliardi di euro (su una spesa pubblica stimata in 800 miliardi), mentre il costo della Sanità “regionalizzata” – per fare solo il più tristo degli esempi, poiché riguarda in maniera diretta la sofferenza delle persone e delle loro famiglie – sarebbe passato dai 5 miliardi di euro del 1975 ai 120 miliardi di oggi (e come vadano le cose è sotto gli occhi di tutti).
Ora, è certamente giusto perseguire chi tra “rimborsi” e prebende lucra e ingrassa, o addirittura rivela la propria natura di miserabile sgraffignando fino all’ultimo centesimo di denaro pubblico, ma sarebbe un errore grave limitarsi a questo, perdendosi dietro alle ricevute e agli scontrini di un Roberto Cota (Lega Nord, presidente della giunta regionale del Piemonte), che abbiamo scoperto essere più ubiquo di Padre Pio. O alle mani rapaci di un Franco Fiorito, detto er Batman, (Pdl, consigliere regionale del Lazio). O ai magheggi di un Franco Belsito e di un Luigi Lusi (rispettivamente tesoriere della Lega Nord e senatore e tesoriere del Pd). O all’accattonaggio – come definirlo altrimenti? – di tanti consiglieri regionali di Emilia Romagna, Basilicata, Calabria, Toscana, Lombardia (i casi finora noti). L’elenco, statene certi, si arricchirebbe anche di altre regioni, anzi di tutte, se poco poco non dico si scavasse, ma si grattasse solo la polvere in superficie. A riprova del fatto che non è soltanto questione di ladri, ma di un sistema che sembra congegnato apposta per crearli, i ladri. Facciamo un altro esempio. Il viaggio negli Stati Uniti di Nicola Vendola (Sel, presidente della giunta di Puglia) – nel 2010, subito dopo le risatine a telefono con il suo amichetto Archinà, factotum dell’Ilva. Nulla di illegale è mai emerso su quel viaggio – ma si è mai indagato? e in ogni caso, un meccanismo che crea queste abnormità, se fosse colpa del meccanismo, è meno preoccupante dell’ingordigia dei singoli? – e tuttavia è evidente che non occorra la zingara per chiedere agli spiriti dell’aria se non siano troppi 346 mila euro per otto giorni, viaggio incluso, per Vendola e altre sei persone (tra le quali anche due giornalisti, che evidentemente hanno una faccia diversa dalla “faccia da provocatore” del cronista tarantino che infastidiva il presidente pugliese con le sue domande sui tumori).
Ecco, tutto ciò, per quanto sbagliato, eccessivo e persino ripugnante è solo un aspetto del problema. O meglio, ne è uno degli effetti. La causa invece sta nel fatto che le Regioni esistano e che circa una quindicina di anni fa, con una sciagurata “riforma” del Titolo V della Costituzione (governo di centrosinistra) se ne siano ampliate le competenze e aggrovigliate le funzioni sovrapponendole e incrociandole con quelle che fanno capo allo Stato. Con il risultato finale che si è aggiunta burocrazia alla burocrazia, inefficienza all’inefficienza, e che ogni presidente di giunta regionale ha cominciato a farsi chiamare (e a credersi) “governatore“, cioè una sorta di capo di governo, o di presidente del Consiglio, o di premier, quale egli non è e non può essere, ma che tuttavia come tale si comporta, svolgendo di fatto persino funzioni di politica estera (!), interloquendo direttamente con i governi di Paesi stranieri, stringendo accordi per improbabili “euroregioni” (dell’Adriatico, dello Jonio, delle Alpi…).
Naturalmente, in questo delirio, ogni Regione si è dotata di propri lussuosi uffici di rappresentanza – quasi delle mini-ambasciate – a Roma, a Bruxelles e dovunque accidenti ritenga di avere una propria “vetrina”.
Insomma, il “funzionamento” delle Regioni ricorda troppo da vicino il “funzionamento” del finanziamento pubblico ai partiti – trasmutato senza vergogna in “rimborso elettorale”, nonostante un referendum nel 1993 lo abbia abrogato. Non ci si può lamentare “dopo” di ciò che si è messo in piedi “prima”. Se si vuole che i soldi del finanziamento pubblico ai partiti non generino malcostume essi semplicemente non devono essere erogati e l’unico finanziamento possibile dev’essere il fund raising, la raccolta di fondi da soggetti privati, ovviamente dichiarata.
Ma una volta abolite le Regioni, in che modo le si governa? La risposta non è complicata. Al contrario, è semplice. Lo schieramento politico vincitore alle elezioni nomina – sì, nomina – un amministratore per ogni Regione (proprio come se si trattasse dell’amministratore di un condominio), che metta in pratica la politica del governo nazionale e che a questo risponda. Così come il governo nazionale risponderà ai cittadini della Regione eventualmente mal governata se l’amministratore di quella Regione non sarà stato in grado di far funzionare ospedali, scuole, strade, acquedotti, trasporti. Le cose essenziali della vita di tutti i giorni. Altro che “governatori” e “legislatori” di venti staterelli che sono diventati altrettante repubblichette indipendenti. La secessione è nulla rispetto a questa idiota frammentazione.
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