Vorrebbe “rompere la narrazione” di un Sud raccontato sempre come “parassita, criminale e arretrato”, così va dicendo in giro per convegni Nicola Vendola, da dieci anni “governatore” della Puglia. E poi lo senti ridere a telefono con il factotum dell’Ilva – quel risolino strano di uno che sembra essersi appena fatto una canna -, lo senti ridere sui malati di tumore di Taranto e su quel povero cronista di una tv locale che ha osato fare una domanda a Emilio Riva sui morti di cancro ed è stato stoppato dal factotum dell’Ilva “con uno scatto felino” (così lo definisce Vendola complimentandosi con il medesimo factotum Conversazione Vendola-Archinà, telefonata del 6 luglio 2010).
Ascolti tutto questo e dici: eccola lì la vera “narrazione” dell’Italia, del Sud, della Puglia: un presidente del governo regionale che dovrebbe rappresentare tutti i pugliesi (quattro milioni) e che si diverte a casa di amici a Roma, anzi “si piega in due dalle risate per un quarto d’ora”, mentre guarda un video in cui il factotutm plurindagato dell’Ilva, tale Girolamo Archinà, un ex operaio che ha fatto carriera fino al vertice dell’azienda, ha, “con un fantastico scatto felino”, impedito al cronista di Blustar Tv di rivolgere la più semplice e la più logica delle domande al padrone delle ferriere.
E insieme con chi si sta scompisciando dalle risate Vendola? Con il suo capo di gabinetto (già, proprio un gabinetto), tale Francesco Manna, uno che accanto al presidente si è fatto un nome. Non sufficiente tuttavia per evitare di essere sostituito dall’1 gennaio 2012 da un altro valoroso capo di gabinetto, tale Davide Pellegrino, ovvero il marito del presidente dell’Ordine dei giornalisti di Puglia, Paola Laforgia, cronista dell’Ansa. Quello stesso Ordine lesto ad archiviare la mia denuncia contro Vendola quando costui mi ha definito “diffamatore professionale” (a me, incensurato) davanti al magistrato che lo interrogava per le porcherie della Sanità e sulle discariche in Puglia (una a Spinazzola, sopra un prezioso sito neolitico e l’altra a Corigliano d’Otranto, proprio sopra il più grande bacino sotterraneo di acqua dolce della regione, che rifornisce l’acquedotto pugliese, e che è stata bocciata di recente dalla Unione europea come progetto folle). Quello stesso Ordine dei giornalisti di Puglia che si è comportato proprio come la magistratura di Bari– dove albergano gli altri amici di Vendola, quelli con cui egli va a pranzo e quelli con cui intrattiene cordialissimi rapporti di affetto e di amicizia -, quella magistratura cioè, che quando ho denunciato Vendola, prima ha tenuto le carte chiuse nei cassetti (la pm Pirrelli, moglie del presunto scrittore e pm Carofiglio) e poi, quando mi sono incazzato in carta da bollo, sui giornali e su questo blog, ha riconosciuto che effettivamente era Vendola a “diffamare gravemente” me, ma cosa volete, la sua posizione andava archiviata perché io sul Corriere della Sera avevo scritto articoli critici (mai querelati) su di lui.
Ecco la nuova “narrazione” del Sud, signori. Ecco il rispetto di questi maramaldi per il dirittto di critica e di cronaca garantito dalla Costituzione.
E’ vero, le intercettazioni del Ciarlatano Vendola sono molto gravi anche perché egli “si mette a disposizione”, come si dice nella narrazione vera del Sud, dell’Ilva, assicurando al factotum che lui, il presidente della Puglia, “non si è defilato”, e anzi pregando il factotum di riferire a Riva questo concetto, caso mai il padrone delle ferriere se ne fosse dimenticato.
Ma tutto questo lo sapevamo già. Lo abbiamo ben spiegato da tempo. Abbiamo sempre detto che, se davvero ci fosse un giudice a Berlino, e in Puglia, e in Italia, chiederebbe conto a Vendola non soltanto della tentata concussione di cui è imputato (le sue presunte pressioni sull’Arpa, l’Agenzia regionale di protezione ambientale, che, non ci stancheremo mai di ripeterlo, è tutt’al più uno strumento musicale), ma anche e soprattutto della legge-truffa sulle emissioni di diossina a Taranto. Una legge “ad aziendam”, poiché prevede controlli fasulli (non il campionamento 24 ore su 24, ma un blando monitoraggio a settimane e mesi alterni, di giorno sì, ma la notte no) e tuttavia è stata venduta dovunque dal Ciarlatano – maxime da Sant’Oro e da Fazio – come “la prima, vera legge per abbattere la diossina”.
A questo punto però, per il requisito di completezza dell’informazione, ci tocca fare, ma è solo una breve parentesi, un paio di piccole “rivelazioni”. La prima. Quando di queste cose si parlò in una puntata di Annozero, appositamente “cucita addosso” a Vendola da Sant’Oro, per agevolare la campagna elettorale del “narratore” di minchiate, io ebbi un duro battibecco con Marco Travaglio, poiché gli rimproverai di non aver fatto a Vendola nemmeno una domanda che fosse una su un argomento che Travaglio ben conosceva, visto che sosteneva di aver apprezzato il mio libro “La città delle nuvole”.
Marcolino però giocò a nascondino e mi rispose che non aveva chiesto nulla a Vendola perché la puntata organizzata dal suo boss Sant’Oro non era “sulla Puglia”. Un’argomentazione miserrima, poiché Travaglio, Sant’Oro e tutto il cucuzzaro sapevano bene già allora che l’Ilva è un problema europeo, mondiale, non “pugliese”.
In ogni caso, essendo la risposta offensiva per l’intelligenza di chiunque, provvidi immantinente a mandare al diavolo Travaglio, non prima di avergli ricordato che se per puro caso egli avesse azzardato una sola domanda appena appena valida sul caso Ilva, Sant’Oro gli avrebbe dato un calcio in culo e per punirlo in maniera esemplare lo avrebbe mandato a far le vacanze con me nei mari del Sud.
La seconda “rivelazione”, sempre in materia di Ilva, riguarda Grillo. Il quale, invitato da me, quando (ahimè) mi capitò di frequentarlo, a parlare di Ilva al Salone del Libro di Torino, declinò l’invito semplicemente perché in quel momento l’argomento non prometteva la stessa ricaduta mediatica di oggi.
Sottolineato dunque il concetto che a costoro, come a Vendola, di bambini leucemici, di salute di una intera popolazione, di abbattimento di migliaia di capi di bestiame e di inquinamento della terra e del mare non frega più di tanto, a meno che non “renda”, possiamo chiudere la parentesi e tornare al Ciarlatano e alla sua telefonata con il factotum dell’Ilva.
Nella conversazione tra i due – questa annotazione non va sottovalutata – si parla anche di “affari” che Vendola è andato a curare durante un suo viaggio in Cina (siamo nel 2010). Noi, che non siamo sospettosi, pensiamo che si tratti di affari in senso lato, come dire, affari pubblici, relazioni commerciali con ricaduta positiva sull’economia italiana e pugliese. Però, visto come si sbellicavano dalle risa Vendola e compagnia, visto che la Cina produce tanti ma tanti pannelli fotovoltaici (ah, il silicio!) e considerato che quelli sono stati gli anni del boom dell’eolico e del fotovoltaico industriali che hanno sfigurato il paesaggio della Puglia e hanno permesso arricchimenti da narcotraffico con i contributi pubblici elargiti a un’energia “alternativa” inesistente – e quindi inutile financo a diminuire di un pollice i consumi di combustibili fossili -, ebbene, vorremmo sapere dalla politica (bah!) e dalla magistratura (doppio bah!), se non ritengano di capire un po’ meglio a quali “affari” si riferiscano Vendola e Archinà quando se la ridono (sembra di risentire quei ceffi che ridevano a telefono subito dopo il terremoto dell’Aquila) per lo “scatto felino fantastico” che ha stoppato il cronista della tv tarantina.
Cronista che Vendola, questo bluff del niente, definisce anche “faccia da provocatore”. Lui, con quella faccia che si ritrova. Proprio lui – questo è il concorso che lanciamo qui tra i nostri lettori -che è un’autentica faccia di… (ognuno ci metta il complemento di specificazione che preferisce, democraticamente).
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