Il “botta e risposta” che segue, tra Mauro Masi (ex direttore generale Rai) e Eric Gerritsen (dirigente Sky per l’Europa) è illuminante e quanto mai utile per capire di che cosa parliamo in Italia quando parliamo di televisione e, in particolare, quando affrontiamo la questione del servizio pubblico radiotelevisivo, che ancora oggi appare come una nozione in cerca di definizione.
Al di là del fatto, non secondario, che su questo argomento e sulla Rai con Masi ho scritto per le edizioni Marsilio il libro “Un nemico alla Rai” (chirurgicamente asportato da ogni recensione e discussione sui giornali e in tv, per dire della completezza e imparzialità dell’informazione…), il “duello” Masi-Gerritsen fa capire quanto sia importante e necessario il discorso pubblico sulla tv (quasi quanto quello sulla giustizia, per capirci) affinché l’Italia, dopo aver perso la sovranità monetaria, non perda anche quella sul sistema radiotelevisivo pubblico e dopo essere finita tra le fauci degli squali della finanza d’assalto non finisca in quelle dello Squalo per antonomasia, l’inossidabile grande vecchio Rupert Murdoch.


Giusto non svendere il palinsesto Rai a Sky
di Mauro Masi


Alcuni articoli di giornali mi spingono a tornare sulla querelle Rai-Sky. La questione tocca problematiche complesse; per una trattazione più ampia e articolata (nonché per la lettura di documenti rilevanti) rinvio al mio libro Un nemico alla Rai scritto con Carlo Vulpio ed edito da Marsilio. Il tema è stato riproposto all’attenzione generale in questi giorni perché il Consiglio di Stato ha bocciato il ricorso fatto da Rai e da altri contro una sentenza del Tar del Lazio che i media hanno indicato essere contro la Rai ma che in realtà così non è, in quanto il tribunale amministrativo si è limitato ad annullare – essenzialmente per ragioni formali – una delibera Agcom (la 732/09) che confermava alcuni aspetti dell’interpretazione data da Rai (e non solo, anche della Commissione paritetica prevista ad hoc) di una norma specifica del contratto di servizio in essere sino al 20 giugno 2011.
Tutto verte sull’interpretazione dell’articolo 26 del vecchio contratto di servizio: taluni ritengono che vada interpretato nel senso che Rai – in quanto gestore del servizio pubblico radiotelevisivo – debba fornire gratuitamente il proprio segnale a tutte le piattaforme, anche a quelle a pagamento. Al di là del contenzioso giuridico (che ha delle sue specifiche tecnicalità che debbono essere sempre rispettate e che tralascio in questa sede) se ciò fosse vero comporterebbe almeno due conseguiuenze che, con un eufemismo gentile, si possono definire paradossali: Rai sarebbe obbligata a fornire gratuitamente a un importante concorrente il proprio palinsesto con il quale il concorrente raccoglierebbe pubblicità sul mercato anche contro Rai stessa!
Inoltre l’utente che usufruisce dei prodotti Rai attraverso la piattaforma satellitare concorrente è di fatto obbligato a pagare due volte: il canone Rai e l’abbonamento alla pay.
Credo che neanche il redivivo Hans Kelsen potrebbe spingere il rispetto del formalismo giuridico sino a far strame del senso comune oltre che della natura sostanziale della norma.
La misinterpretazione mediatica sulla pronuncia del Consiglio di Stato (peraltro consueta quando si parla di Rai) ha anche riguardato confuse rivisitazioni del rifiuto di Rai (fatto durante il mio mandato da direttore generale) di rinnovare il contratto con Sky scaduto a gennaio 2009. Le due tematiche sono, in realtà, “distinte e distanti”. Ho detto e scritto in decine di occasioni La proposta dell’ottimo management di Sky Italia (50 milioni per sette anni per, di fatto, l’intero bouquet Rai) era inaccettabile quando Rai valutava oggettivamente (e prudentemente) il valore del proprio bouquet almeno 200 milioni l’anno. Insomma svendere l’intero palinsesto Rai vincolato a sette anni (perché di questo si trattava) a un quarto scarso del valore effettivo e per di più a un’azienda agguerritissima e che fa parte del gruppo che raccoglie la maggiore quota di pubblicità tv al mondo mi era sembrato all’epoca – e tuttora mi sembra – veramente un po’ troppo.
(Italia Oggi, 7 settembre 2013)


Sky: gli utenti devono essere liberi di scegliere come vedere i programmi Rai
di Eric Gerritsen*


Sabato scorso, nella sua rubrica settimanale “il Punto” l’ex direttore generale della Rai, Mauro Masi, ha affrontato il tema dei criptaggi Rai in seguito alla recente sentenza da parte del Consiglio di Stato che ha di fatto confermato le posizioni già espresse lo scorso anno dal Tar del Lazio. Una decisione che ribadisce quindi l’illegittimità degli oscuramenti della tv di Stato sulla piattaforma satellitare e l’obbligo da parte della concessionaria di servizio pubblico di rispettare il principio di neutralità tecnologica e garantire quindi la presenza su tutte le piattaforme distributive.
Di per sé, basterebbero queste sentenze, univoche nel respingere le motivazioni che sono alla base degli oscuramenti promossi da Masi, a vanificare il senso di quella replica, ma la natura degli argomenti portati a sostegno di una decisione giudicata illegittima e tutt’altro che vantaggiosa per l’azienda di servizio pubblico, rendono necessaria qualche puntualizzazione da parte di Sky. Sembra, infatti, che malgrado gli anni trascorsi da Masi alla guida della Rai, non sia ancora chiaro all’ex direttore generale, la natura la missione che ha un’azienda di servizio pubblico e che giustificano il pagamento di un abbonamento obbligatorio da parte dei cittadini italiani.
Confusione che si riflette inevitabilmente sulla solidità degli argomenti usati per difendere una decisione che ha scontentato tanti telespettatori e a giudizio di molti, non ultimo il Consiglio di Stato, aggravato il bilancio della Rai.
Il primo, in base al quale “Rai sarebbe obbligata a fornire gratuitamente a un importante concorrente il proprio palinsesto con il quale il concorrente raccoglierebbe pubblicità sul mercato anche contro Rai stessa”, è sorprendente. Che sia Rai a raccogliere pubblicità per i canali di servizio pubblico è infatti fin troppo evidente. Ma lo è anche il fatto che, oscurando i suoi programmi sui decoder Sky, la Rai riduca sensibilmente la platea dei suoi programmi, portando chi pianifica sui suoi canali a rinunciare agli ascolti “preziosi” di un target pregiato come quello degli abbonati Sky.
Il secondo argomento non necessita di molte parole per essere smentito, visto che il canone Rai è una tassa sul possesso dell’apparecchio televisivo, ed è obbligatorio, e l’abbonamento Sky è una libera scelta che l’utente fa per arricchire di contenuti esclusivi i suoi momenti di svago.
La difficile missione di Mauro Masi di dare una parvenza di giustificazione alla scelta di criptare il segnale dei programmi Rai è ulteriormente complicata da una dichiarazione resa in questi giorni dall’attuale direttore generale della Rai, Luigi Gubitosi. “E’ importante che l’utente che paga il canone possa vedere la Rai su tutte le piattaforme. Il prerequisito è che si paghi il canone. Non sono convinto che dell’utilità dei criptaggi”. Insomma, basterebbe mettere al centro di ogni decisione gli interessi degli utenti, che devono essere liberi di scegliere come vedere i programmi delle reti di Stato, per non incorrere in macroscopici errori di valutazione.
*EVP Communication & Public Affairs Sky
(Italia Oggi, 10 settembre 2013)


Il mondo alla rovescia di Sky, che vuole insegnarci cos’è il servizio pubblico e come si tutelano gli utenti
di Mauro Masi


Caro Direttore,
leggo la lettera a te inviata da un rappresentante di Sky in merito alle valutazioni contenute nella mia Rubrica “Il Punto” sull’ormai annosa querelle Rai/Sky.
Sulla vicenda ho già detto e scritto decine di volte e non voglio entrare in nessun tipo di polemica con Sky che fa, e molto bene, il proprio mestiere con ottimi dirigenti, alcuni dei quali ho avuto modo di conoscere ed apprezzare personalmente. Consentimi però alcune puntualizzazioni:
a) Vorrei sapere in quale Paese al mondo il gestore del servizio pubblico radiotelevisivo deve regalare tutto il proprio segnale anche alle piattaforme a pagamento (non solo, com’è ovvio, a quelle gratuite).
b) In Italia la questione, seppure così assurda in sé, esiste per l’oggettiva ambiguità dell’art. 26 del vecchio Contratto di Servizio nato nel 2007. In proposito, ricordo agli amici di Sky e non solo a loro, che all’epoca io ero capo di Gabinetto del vicepresidente del Consiglio dei ministri ed è ben nota la genesi di quell’articolo, quali ne fossero gli sponsor nonché gli interessi in ballo.
c) Da ultimo, una considerazione più generale su come vanno le cose in questo nostro curioso Paese. Se un esponente della Sky di Rupert Murdoch viene in Italia ad insegnarci cos’è il servizio pubblico e come si deve fare la tutela degli utenti (qualcuno poi dovrà spiegare – al di là dei formalismi giuridici – in cosa consiste la tutela dell’utente che con il canone paga il servizio pubblico quando questo deve essere ceduto gratuitamente ad un impresa privata che lo rivende poi ai suoi prezzi sul mercato), ebbene c’è all’evidenza qualcosa che non torna e il mondo è sempre più capovolto.
Cordialmente
(Italia Oggi, 11 settembre 2013)
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