Tutto sommato dobbiamo esser grati all’esplosione pervasiva della «realtà virtuale», perché può farci tornare a capire e ad apprezzare la indispensabilità della «realtà reale». Soprattutto in quella parte della sfera pubblica – la politica – in cui si vuol dare a credere che la Rete e tutto ciò che è virtuale sia la Verità, la Luce, la Via, e dunque sia sinonimo di migliore democrazia, più ampia partecipazione, vera trasparenza, perfetto meccanismo di checks and balances, controlli e contrappesi. Quando invece è vero tutto il contrario.
Questa convinzione – che tuttavia non è il frutto di una furia iconoclasta anti Internet, quanto piuttosto della disillusione di chi in buona fede aveva creduto in un sogno – si sta radicando con sempre maggiore forza non solo tra gli spiriti più critici e gli studiosi più attenti e disinteressati della Rete (Evgeny Morozov, Andy Clark), ma anche tra quegli stessi «evangelisti del web» (come Jaron Lanier) della Silicon Valley, che all’inizio degli anni Novanta sognarono un cambiamento molto simile a una rivoluzione che avrebbe rinnovato, in meglio, il mondo e che oggi si trovano ad assistere a una eterogenesi dei fini di certo prevedibile e già vista, ma forse ancora reversibile.
Per chiarire, partiamo da un esempio concreto, di cui in questi giorni si è parlato molto. L’intervista del quotidiano israeliano Yediot Ahronot a Grillo. Il comico-politico genovese, tra le altre cose, ha detto: «Tutto quel che in Europa sappiamo su Israele e Palestina è filtrato da un’agenzia internazionale che si chiama Memri. E dietro Memri c’è un ex agente del Mossad». Libero ognuno di credere o no alle parole di Grillo, o alla verginità dell’informazione. Per alcuni, come il sito Iran Italian Radio, «Grillo smaschera la disinformazione su Iran e Siria», per altri scivola nel pantano dei soliti luoghi comuni. In entrambi i casi, la questione fornisce un ottimo spunto alla domanda che qui interessa di più: visto che Grillo conosce così bene chi «filtra» l’informazione sul Medio Oriente, potrebbe finalmente illuminarci anche su chi «filtra» ciò che viene pubblicato sul suo blog, che nel mondo www, il World Wide Web, è annoverato tra i primi cento blog più letti e più influenti?
No, Grillo non lo farà. E non è questione di chi c’è dietro di lui – se un’altra Memri o cosa -, ma di chi c’è davanti. E davanti, oltre al team di bocconiani e manager che lo governa, guidato dai fratelli Gianroberto (il capellone con la cravatta) e Davide Casaleggio, grandi esperi di e-commerce, c’è la Religione della Noosfera, che suonerà anche un po’ macabro, come Nosferatu, ma, secondo la definizione di Lanier, è «il cervello collettivo formato dalla somma di tutti gli individui connessi a Internet». Insomma, c’è il famoso «popolo della Rete», la folla che, celandosi dietro l’anonimato e lo pseudonimato, credendosi libera ed essendo invece schiava (del totalitarismo cibernetico, del «maoismo digitale»), «posta» i propri commenti sul blog del Grillo, che così diventa il Nuovo Oracolo di Delfi, l’Intelligenza e la Coscienza Collettiva, il Testo Sacro. Anzi, l’Unico Testo Sacro. Come in una teocrazia medioevale. Come in Iran. E come in una teocrazia, cassa i commenti sgraditi e scomunica gli eretici. E fa largo ricorso ai fake (utenti dalla falsa identità che orientano la discussione), ai troll (utenti che intervengono per provocare gli interlocutori o avvelenare il dibattito) e agli influencer (utenti che appunto influenzano gli altri).
Il funzionamento di questo meccanismo è ben spiegato proprio da Davide Casaleggio in «Tu sei rete», un manuale pubblicato nel 2008 che va letto con attenzione se si vuol capire di che cosa stiamo parlando. Qui, la teorizzazione delle regole dell’e-commerce e la visione della Rete come Intelligenza Collettiva applicate al «prodotto» politico fanno impallidire tutti i discorsi sulla capacità di persuasione, occulta e non, delle tv commerciali. Qui, ciò che conta è saper innescare il viral marketing, il messaggio contagioso che attraverso gli influencer e i fake deve raggiungere le persone. Qui, ciò che conta è il tipping point, «il momento in cui l’innovazione inizia a essere adottata dalla massa: è questo il momento in cui tutto cambia». Qui, ciò che conta è poter dire alla fine: zitti tutti, lo ha detto la Rete. La fonte di democrazia suprema. Poco importa se poi quella Rete non esiste e quella che viene spacciata per iperdemocrazia dal basso è una democrazia rovesciata, cioè una illusione di democrazia, che procede dall’alto verso il basso, come il «centralismo democratico» dei partiti comunisti (il comitato centrale nominava la direzione e questa i membri dell’assemblea, anziché il contrario). Poco importa, infine, se l’intera realtà e quindi anche gli esseri umani sono considerati soltanto un unico, grande sistema informativo, una Rete di reti – questo il nuovo dogma – in cui ciò che rileva sono i numeri, la folla, anzi l’ideologia della folla, disancorata dalla realtà reale perché ormai completamente e fideisticamente immersa in quella virtuale. La stessa «realtà» che viene propagandata come la più idonea a sventare truffe e inganni (e in parte è anche vero), quando invece i più grossi disastri finanziari – per esempio i casi Enron e Long Term Capital Management – sono stati resi possibili proprio grazie all’uso di grandi reti di computer.
E che dire degli attacchi informatici e delle manipolazioni di ogni tipo da computer remoti, che possono falsare, modificare, inventare o annullare qualunque cosa? Il caso raccontato da Lanier in «Tu non sei un gadget» (Mondadori, 2010) è davvero inquietante: nel 2008, alcuni ricercatori delle università del Massachusetts e di Washington misero a punto un sistema per spegnere da remoto un pacemaker, e così uccidere la persona che lo portava, attraverso la tecnologia della telefonia mobile. Folle. Incredibile. Eppure, poiché consustanziale al Dogma Digitale, nessuno ha fiatato. Nemmeno un colpo di tosse. Un altro caso, molto più comune, è il voto che il carpentiere Arcangelo Cappiello, che ha la doppia cittadinanza italiana e americana, ha dato via Internet a Obama alle ultime elezioni. Obama ha vinto, ma Arcangelo dice che non saprà mai se il suo voto è effettivamente andato al presidente in carica. Basta un black out, vero o ad arte, e addio trasparenza del suffragio universale. Ecco, per la democrazia, quella cosa di una testa un voto, meglio la scheda. Sì, proprio quella di carta, che poi si può andare a controllare. E che ha anche un suo odore. L’unico senso tra i cinque che nessun software è riuscito (e forse mai riuscirà) a riprodurre.
Carlo Vulpio
Corriere della Sera, La Lettura, 1/7/2012
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