MESAGNE (Brindisi) — Di sicuro c’è solo che Melissa è morta (e Veronica versa in condizioni disperate). Sì, proprio come scriveva Tommaso Besozzi su L’Europeo, il 16 luglio 1950, per raccontare l’uccisione del bandito Salvatore Giuliano, accusato della strage del 1° maggio 1947 a Portella della Ginestra: «Di sicuro c’è solo che Giuliano è morto».
Strano, troppo strano, questo attentato con tre bombole di gas che esplodono dieci minuti prima dell’ora segnata sul timer, le 7.55. E stranissimo anche l’elenco delle coincidenze, che subito dopo l’esplosione vengono registrate e ripetute — quasi fossero già pronte per essere diramate al momento giusto — come altrettanti indizi «certi, univoci e concordanti» per dire che si è trattato di un attentato di mafia, che a volere la strage è stata la mafia: il nome della scuola professionale per la moda e il turismo «Morvillo Falcone», la vicina ricorrenza del ventennale della strage di Capaci — il 23 maggio —, la tappa a Brindisi della «carovana antimafia», l’incontro pubblico «Raccontare il territorio, promuovere la legalità» organizzato per il 24 maggio dal comune di Mesagne, i ventuno arresti per associazione mafiosa ed estorsione disposti il 3 maggio scorso a Mesagne, l’incendio dell’auto del presidente dell’Associazione antiracket di Mesagne, Fabio Marini, avvenuta sempre a Mesagne e infine l’immediata e conseguente «individuazione» di Mesagne come il luogo maledetto in cui cercare la «testa» che ha concepito l’idea malvagia della bomba davanti alla scuola di Brindisi.
Una pioggia, anzi un diluvio di coincidenze trasformate prima in indizi e poi in quasi certezze. Buone forse per le solite passerelle di chi su queste circostanze tragiche ha costruito un «mestiere», ma troppe, davvero troppe per essere credibili. Anche, e anzi soprattutto, a Mesagne, che non è più la città di Pino Rogoli, il padre fondatore della Sacra Corona Unita, il boss che fino a vent’anni fa, anche dall’interno del carcere, aveva in pugno Mesagne e non solo Mesagne. Primo, perché Rogoli non conta più nulla. Secondo, perché la Sacra Corona Unita si è spappolata. Terzo, «perché tutti possono vedere con i propri occhi come in questi vent’anni Mesagne è rinata, questi sono stati gli anni del Risorgimento di Mesagne», dice con forza, quasi con veemenza, Franco Scoditti, sindaco (di centrosinistra) di Mesagne.
Ad attraversarla — dai giardini pubblici con le aree giochi per i bambini e un campo di basket in moquette, fino al centro storico con le case restaurate e le insegne curatissime di bar e negozi — Mesagne non tradisce le parole del sindaco. Ventottomila abitanti, agricoltura, commercio e artigianato in crisi come ovunque, ma ancora capaci di tenere in piedi l’economia, Mesagne — dice il sindaco — «ha i problemi di tutte le città del Sud, ma non si farà stordire dalla retorica e dalla enfatizzazione dei soliti noti che, pur di non rimanere “disoccupati”, hanno bisogno di dipingerla come una città criminale».
Scoditti non si limita a contestare questa «lettura datata» dell’attentato di Brindisi, ma entra nel merito delle singole questioni. «Prima di tutto — dice —, non c’è alcun nesso di causa-effetto tra l’incendio dell’auto dell’ottimo Marini, avvenuto una decina di giorni fa, e gli arresti delle ventuno persone accusate di mafia, quattordici delle quali erano già in carcere, disposti dall’autorità giudiziaria il 3 maggio, cioè “prima” dell’attentato al presidente dell’Associazione antiracket e, soprattutto, avvenute per effetto delle rivelazioni di un pentito, Ercole Penna, che sta “dichiarando” ormai da un anno e mezzo. E poi, se questi mafiosi “sparsi” di Mesagne o di qualunque altro posto avessero voluto colpire i cittadini mesagnesi, che fanno? Mettono una bomba davanti a una scuola di Brindisi? Peraltro frequentata anche da figli di persone che, lo sanno anche le forze dell’ordine, di certo non subirebbero senza reagire? Insomma, questi “mafiosi” sarebbero così imbecilli da commettere un crimine senza precedenti, come una strage di innocenti, senza immaginare di attirarsi addosso l’attenzione di tutte le polizie e del mondo intero?».
Il sindaco è un funzionario ora in pensione dell’Asl di Brindisi, ha una lunga militanza politica e riconosce che la rinascita di Mesagne è merito dell’intera comunità e anche dei suoi predecessori di centrodestra. Ma oggi è molto arrabbiato. «Hanno rilanciato pure una vicenda di anni fa, che descriveva Mesagne come “la città che applaude il boss”. Erano non più di una ventina di persone, quelle che applaudivano, amici e parenti del boss arrestato!».
Per Scoditti, «questo attentato o è opera di un folle come quel norvegese (Andres Breivik, autore della strage del 22 luglio 2011 che fece 77 morti, ndr), oppure è di matrice terroristica, considerato che il Paese sta vivendo un momento di grande tensione».
Carlo Vulpio
Corriere della Sera, 20/5/2012
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