Tutti in piazza, tutti in piazza! Anzi, tutti sotto il palazzo di giustizia di Milano! A far che? A difendere l’indipendenza della magistratura, la libertà di espressione, i valori costituzionali.
Chi fa questo appello alla “gente” a scendere in piazza?
Ma come chi lo fa?, ma lo fa lui, il telemartire Michele Santoro, dopo la telefonata in diretta del direttore generale della Rai, Mauro Masi, durante l’ultima puntata di Annozero.
Santoro, dopo avere sfanculato Masi – al quale dovrebbe invece essere grato per l’enorme pubblicità che gli ha fatto con quella telefonata inutile e improvvida -, “accoglie” l’appello lanciato con sincronismo perfetto da Marco Travaglio e da Barbara Spinelli e invoca la manifestazione di piazza.
E da quale pulpito Santoro lancia questo appello impavido e persino eroico? Dalla sede del sindacato dei giornalisti, la Fnsi, Federazione nazionale della stampa italiana.


Si guardò bene Santoro dal fare, non dico lo stesso appello, ma anche una sola mezza puntata del suo programma, una sola mezza domanda in occasione di tanti “dibbattiti” sulla libertà di stampa e di espressione ospitati dal suo programma, quando io, altri quattro giornalisti e un capitano dei carabinieri fummo scandalosamente accusati del fantasmagorico reato di “associazione a delinquere finalizzata alla diffamazione a mezzo stampa” (con il “concorso morale esterno” -!- del sottoscritto).
Uno scandalo – quella ipotesi di reato, inesistente nei codici e mai applicata in centocinquant’anni di storia patria – che dura tutt’ora, persino dopo la scadenza dei termini di indagine (prorogata quattro volte) a gennaio 2009.
Uno scandalo che, con l’applicazione della figura del reato associativo, ha consentito e tutt’ora consente di tenere sotto controllo i nostri telefoni e quelli di tutti coloro che anche per avventura intrattengano con noi qualsiasi tipo di conversazione.
Uno scandalo che non è un fatto “personale”, ma pubblico quant’altri mai, e sul quale, recentemente, richiesto formalmente da noi imputati, il procuratore generale della procura della Repubblica di Potenza, Massimo Lucianetti, ha risposto che l’indagine verrà chiusa quando verrà chiusa, perché è complicata (una presunta diffamazione!) e che noi imputati non abbiamo di che lamentarci, dal momento che “gli atti compiuti dopo la scadenza dei termini di indagine sono inutilizzabili”.
Non solo. Oltre a questa vicenda, Travaglio e Santoro (Spinelli, non so) ne conoscono bene anche un’altra: quella del cosiddetto “editto bulgaro” non di Berlusconi, ma di Vendola nei miei confronti, con l’accusa rivoltami sui giornali e in tv, a reti unificate, di essere stato il “mandante morale” di una finta bomba ritrovata nell’estate del 2007 sul litorale brindisino come segno di protesta per un depuratore non funzionante.
Vendola mi scagliò contro questa accusa infamante in seguito ad alcuni miei articoli sulla realizzazione di una serie di discariche invereconde in Puglia, articoli – badate bene – mai querelati e anzi rivelatisi fondatissimi.
Non pago, Vendola telefonò più volte anche al mio giornale per lamentarsi delle mie inchieste sulla sanità pugliese e sul suo operato di presidente della giunta regionale. Io lo querelai, ma il pm Francesca Pirrelli, meglio nota come la moglie del pm-senatore del Pd, Gianrico Carofiglio, tenne a dormire per due anni e mezzo la querela nel cassetto. Quando poi mi rivolsi al procuratore generale, affinché avocasse a sé l’indagine per inerzia nell’esercizio dell’azione penale da parte del suddetto pm, ecco che la Pirrelli si “ricorda” di essere amica (lo scrive lei stessa) della sorella di Vendola e, per questa ragione, si astiene. La querela allora finisce sul tavolo del procuratore di Bari, Emilio Marzano (ora in pensione), notoriamente vicino all’area politico-culturale di sinistra, e Marzano chiede l’archiviazione (che il gip prontamente accorda) con una motivazione che, a essere educati, potremmo definire singolare: riconosce la “grave diffamazione” nei miei confronti, ma chiede l’archiviazione perché – scrive – io avrei “provocato” Vendola con i miei articoli. Capito? Il diritto costituzionale di cronaca e di critica per quei magistrati di Bari è improvvisamente decaduto al rango di “provocazione”, nonostante l’assenza di querele o smentite nei miei confronti.
Anche questo, come chiunque può giudicare, non è un fatto “personale”, ma una vicenda pubblica quant’altre mai.
Ma anche in questo caso, come nel precedente, non ho ascoltato appelli, o anche solo un singulto, per la difesa della libertà di espressione e dei valori fondamentali della Costituzione. Chissà perché. Forse perché in casi come questi diventerebbe chiara a tutti che “l’indipendenza della magistratura” –grande e ottimo valore – è nella realtà un optional, un’arma al servizio dei professionisti della doppia morale, uno slogan usa e getta, una invocazione da intonare a giorni alterni e a seconda dei casi. Uno strumento di lotta politica.
Anche la sede da cui l’appello è stato lanciato la dice lunga sulla natura di questa mistificatoria chiamata alle armi (per ora, metaforica).
La sede di quella stessa Fnsi che, in tutti questi anni (dal 2007 a oggi), non ha avuto mai nulla da dire su queste vicende. Come mai? Semplice: la verità su questi casi pubblici, ripeto, non personali, avrebbe “danneggiato” non Berlusconi, ma i suoi “nemici” (magistrati, politici dello schieramento avversario). E quindi, in base alla logica amico/nemico e al sillogismo che vuole amici i nemici dei propri nemici, ecco che non assume alcuna importanza il fatto che possano (e magari debbano) crepare tutti gli altri. Innocenti ed estranei ai fatti, adulti e infanti, donne e uomini. Purché si raggiunga l’obiettivo di abbattere colui che questa emergente casta di “eletti” ritiene “il tiranno da abbattere” (cosa manca a un’altra Piazzale Loreto?). Puro stalinismo. Dal punto di vista tecnico, prima ancora che politico.


Queste cose, pari pari, sono andato a ribadire, giusto due settimane fa, nella massima assise della Fnsi. Il 26° congresso nazionale, tenutosi a Bergamo dall’11 al 14 gennaio scorsi.
Non mi sono mai illuso di smuovere le cariatidi che comandano nella Fnsi. Ma se non ci fossi andato (anche perché sono stato eletto delegato, non ero lì da osservatore esterno o in gita) e se non fossi intervenuto, di sicuro avrei trovato il fariseo di turno pronto a rinfacciarmi l’occasione perduta.
Ebbene, ciò che ho visto e sentito lì, al congresso, ha superato ogni immaginazione. Perché uno pensa al sindacato – dei giornalisti, poi – ed è ovvio che immagini un organismo libero, trasparente – non certo “puro”, poiché la “purezza” in politica non esiste -, ma almeno corretto nell’applicazione delle regole e delle procedure. E soprattutto equanime nella difesa, appunto, dei valori e dei princìpi, specialmente quelli “inderogabili” alla base della professione giornalistica.
E invece. Tutto può fare la Fnsi, tutto si può fare dalla sede della Fnsi, fuorché invocare la libertà di espressione, l’indipendenza, la schiena dritta, eccetera.
Non vi annoierò con la cronaca di quella tre giorni avvilente. Vi racconterò un solo episodio affinché possiate comprendere tutto il resto.
A Bergamo, credetemi, ho provato su di me cos’è un soviet staliniano.
Un soviet del XXI secolo. Un soviet all’italiana: imbroglione, un po’ sgangherato e molto servile. Un soviet “correntizio”, come si addice ormai persino ai nuclei familiari: tre persone, quattro correnti. Ma pur sempre un soviet: autoreferenziale, autoritario, falso, antidemocratico, prono, ma sempre in nome e per il bene del popolo e della democrazia, e ovviamente della Costituzione.
Il soviet della Fnsi, signori miei, è un partito, una consorteria, una confraternita, una corporazione vecchia e senza fiato, non un sindacato – né un sindacato vecchia maniera, né un sindacato moderno: insomma, tutto è fuorché la “controparte naturale” (che non significa “soggetto che dice sempre di no”) del suo interlocutore, cioè gli imprenditori editoriali.
E infatti, il soviet della Fnsi ha gestito il congresso a modo suo, e alla fine il politburo, com’era scontato, ha riprodotto se stesso – dal segretario Franco Siddi, al presidente Roberto Natale.
Queste cose che avete letto qui avrei dovuto dirle il mattino dell’ultimo giorno del congresso, secondo l’ordine degli iscritti a parlare, ma mi hanno fatto intervenire all’una e mezza di notte (ovviamente lo hanno fatto apposta, e se non avessi protestato il mio intervento sarebbe slittato alle tre).
Capite bene che una “gestione” degli interventi priva di un criterio certo e obiettivo, ma letteralmente manipolata dal politburo, cambia tutto. A cominciare dalla risonanza sui mass media delle cose dette in congresso. Infatti, se si truccano le carte, e invece di un intervento come il mio, al mattino della giornata conclusiva, si infilano quelli degli amici “chiagni e fotti”, organici al politburo, ecco che tutto appare diverso. La solita giaculatoria dell’autonomia e dell’indipendenza dei giornalisti è salva e non si rischia di far male ad alcuno, men che meno a magistrati, per citarne due a caso, come Palamara e Cascini (presidente e segretario della Anm, l’associazione nazionale magistrati), che chiedono il sequestro preventivo e la chiusura dei blog che li criticano. In nome della libertà di stampa e di espressione, si capisce.
Ecco perché ho invitato pubblicamente il soviet della Fnsi a suicidarsi in massa per emendare se stesso – come fecero i 900 adepti della setta di padre Jim Jones il 18 novembre 1978, in Guyana – e così “liberare” davvero il giornalismo italiano. Ed ecco perché sento di dover affermare, per spirito di verità, che questa ennesima “convocazione della piazza” di Spinelli-Santoro-Travaglio (che non ce la faranno mai a entrare nell’immaginario collettivo come Sarti-Burgnich-Facchetti…) è falsa e bugiarda. E con i valori fondamentali della Costituzione non c’entra nulla.
Annunci