A me questa vicenda di cui è protagonista, suo malgrado, Giacomo Amadori, giornalista di “Panorama”, non piace.
Amadori è accusato dal pm di Milano, Elio Ramondini, di aver rivelato notizie segrete e dati sensibili “in concorso” con l’appuntato della Guardia di Finanza, Fabio Diani. Costui (detentore della password di accesso dell’Agenzia delle Entrate come migliaia di altri soggetti, che spesso vi accedono più da “ficcanaso” che non per funzioni di ufficio) avrebbe “interrogato” il computer per ottenere “notizie segrete” relative a personaggi pubblici (della politica, ma non solo) da passare ad Amadori, il quale a sua volta se ne sarebbe servito per “confezionare” alcuni servizi giornalistici.
Così ce l’hanno raccontata un po’ tutti.
In realtà, in questo racconto non quadrano un bel po’ di cose.
A parte il fatto che il nesso causale tra le condotte di Diani e Amadori è tutto da dimostrare, si omette di dire che Amadori nei suoi articoli non ha rivelato un bel nulla che non fosse già contenuto nei modelli 740 e 760 dei personaggi pubblici dei quali si è interessato per ragioni di lavoro.
Non solo. Poiché Amadori fa il giornalista, si omette di dire che ha il dovere, non soltanto il diritto, di pubblicare le notizie in suo possesso. Persino quelle notizie di cui è venuto a conoscenza e che siano state eventualmente “attinte” in maniera illegittima da un altro soggetto. Questo è uno dei pilastri di quella cosa che si chiama libertà di stampa. Una conquista che – non mi stancherò mai di ripeterlo – non si può invocare a giorni alterni e secondo la parrocchia di appartenenza.
A ogni modo, qui stiamo parlando di dati non solo non segreti, ma che i cittadini hanno diritto di conoscere. Perché riguardano personaggi pubblici, la “classe dirigente” del Paese, che non è composta soltanto di politici, ma anche di personaggi – per fare un esempio fresco fresco – come Roberto Benigni e Roberto Saviano, con i quali (o meglio, con i loro manager) la Rai ha “trattato” compensi, rispettivamente, di 250 mila euro per un’ora (Benigni) e 50 mila euro a puntata (Saviano).
Domanda: se qualcuno mi fa conoscere queste cifre “riservate” – rientranti nella sfera della “privacy” dei soggetti interessati, ma fino a un certo punto, considerata la loro evidente ed enorme portata “pubblica” -, e se so che le sborsa la Rai (servizio pubblico, e quindi pagata anche da me), e se sono un operaio a 1.200 euro al mese (ma anche se sono un insegnante, un precario, un ricercatore universitario, un medico, un fruttivendolo…) avrei o no qualche motivo in più per incazzarmi?
Quindi, tornando a noi, perché prendersela con tutti gli Amadori che pubblicano dati (già pubblici) di interesse pubblico?
Ma ciò che in questa vicenda lascia davvero perplessi è ben altro.
Tutti, dicasi tutti, i giornali e le tv, anche quelli orientati a destra, hanno raccontato cose che nell’avviso di garanzia spedito ad Amadori non ci sono. E viceversa hanno omesso cose che invece ci sono e, per dir così, fanno la differenza. Le une e le altre, assieme, possono illuminarci molto meglio. Eccole.
Primo. Nelle contestazioni del pm Ramondini non ci sono i dati del 740 di Nicola Vendola, né alcun altra notizia reddituale o patrimoniale che riguardi il presidente della giunta regionale di Puglia. Il pm non ne fa cenno. Mai. Vendola però si è precipitato a dichiarare (perché tanta fretta?) di essere stato “infangato” da questa storia. Di più, di essere stato infangato fin dai giorni (estate 2009) in cui Amadori e “Panorama” facevano il proprio sacrosanto lavoro di informare la gente sulla Puglia-connection, l’intreccio di affari tra rifiuti e sanità, e sulla relativa inchiesta condotta dal pm barese Desirée Digeronimo, che in quei giorni fu violentemente attaccata da Vendola senza che il Csm aprisse una semplice pratica a tutela del magistrato, come si fa e si è fatto sempre in questi casi.
Secondo. Nelle contestazioni del pm Ramondini ci sono, invece, i dati (pubblici) su redditi e patrimoni del senatore pd Alberto Tedesco (assessore alla Sanità in Puglia nella giunta Vendola) e dei suoi figli (soci nelle aziende fornitrici di prodotti sanitari). E ci sono anche i dati (pubblici) su redditi e patrimoni di Carlo Dante Columella (patron della Tradeco, azienda leader nel Sud per la raccolta e lo smaltimento rifiuti) e di suo figlio (socio).
La Tradeco, come sanno anche i bambini, non solo quelli pugliesi, oltre ad essere coinvolta in una serie di vicende giudiziarie piuttosto serie, ha fatto campagna elettorale per Vendola e per Tedesco e fa parte del consorzio Cogeam insieme con il gruppo Marcegaglia (che è la società capofila). Con la Cogeam, il presidente Vendola ha firmato contratti ventennali per contestatissime discariche (e non solo) da un capo all’altro della Puglia.
Forse, mi permetto di dire, era questo “l’interesse” che Amadori coltivava. Dare notizie. Raccontare fatti. Non attraverso il buco della serratura di una camera da letto, ma attraverso contratti, partecipazioni societarie, voti, conflitti di interesse, appalti per rifiuti e sanità, sversamento a cielo aperto di migliaia di tonnellate di fanghi industriali al cromo esavalente (cancerogeno) e persino la criminale sepoltura di interi container di rifiuti speciali: tutta roba al cui confronto i Casalesi rischiano di fare la figura dei dilettanti. Tutte vicende sulle quali sta indagando la Direzione distrettuale antimafia di Bari, e che tuttavia sui giornali e in tv stentiamo a leggere e ad ascoltare. Perché? Certo è difficile credere che anche questo avvenga per colpa del bavaglio e della censura berlusconiani…
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