Tre esempi tre. Tre cose di cui si parla, sì – ma poco e male – in questi giorni di solleone. Ma tre cose molto, molto importanti.
La prima avviene in Finlandia. Dove il governo e il parlamento, insomma “la politica”, hanno deciso che l’accesso a Internet diventerà un diritto costituzionale da subito.
Adombrati perché “soltanto” il 96 per cento della popolazione navigava in Internet, mentre “ben” 4mila famiglie ne erano ancora escluse, i finlandesi hanno eliminato il loro “grave” digital divide garantendo a tutti la possibilità di accedere alla banda larga (1 Megabit) a costi ragionevoli.
Banda larga per tutti, dunque. Una rivoluzione. Per giunta pacifica, e persino più efficace del pur allettante “cchiù pilu pe’ tutti”. Non solo. Dopo il digital divide, i finlandesi sembrano determinati a colmare anche il bandwith divide (divario tra chi naviga in Internet e chi accede alla banda ultra-larga) entro il 2015. Semplicemente garantendo a tutti, quale diritto fondamentale di ognuno, la centuplicazione della velocità di accesso alla rete: da 1 a 100 Megabit.
In Italia invece “la politica” e un po’ tutta la classe dirigente, o digerente (e chissenefrega delle prevedibili critiche di populismo demagogico ecc. ecc.) non amano la rete. La odiano. Infatti quanto a connettività l’Italia, secondo l’Economist Intelligence Unit, è al ventisettesimo posto nel mondo e all’ultimo posto tra i Paesi occidentali.
All’inizio dell’anno, il ministro della Pubblica amministrazione e dell’Innovazione, Renato Brunetta, aveva promesso che “entro il 2010” anche in Italia tutti avrebbero avuto accesso alla banda larga per 2 Megabit. E che con una spesa di 1,5 miliardi di euro il progetto sarebbe stato completato “entro il 2012”.
Delle buone intenzioni di Brunetta si è persa traccia. Per ora, restano gli 8 milioni di italiani letteralmente tagliati fuori dall’accesso alla rete e la dittatura di “Telecom e le sue sorelle”, che fanno ciò che vogliono come vogliono.


Spostiamoci in Inghilterra e cambiamo argomento. Parliamo di tv. La autorevole BBC, la tv pubblica per eccellenza. La BBC, per rispondere alle richieste di trasparenza, ha deciso di rendere pubblici i compensi dei suoi più noti artisti e conduttori. Ha ricevuto solo applausi. Da tutti. A starnazzare come oche del Campidoglio sono rimasti soltanto i soliti “nani e ballerine”, sì, insomma quella categoria là, che esiste un po’ in tutto il mondo, ma che in Italia è sempre molto più attiva e supponente che non altrove.
La BBC incassa il canone, e il 6,5 per cento del canone, cioè circa 260 milioni di euro l’anno, viene speso in contratti, sia quelli delle star, sia quelli dei collaboratori a 1.000 euro al mese. Quindi è quanto meno normale, ovvio, giusto, che chi paga il canone abbia il diritto di sapere quanto guadagna chi. Tra l’altro è stato così che in Inghilterra sono venuti a sapere che il direttore generale della BBC Mark Thompson (735 mila euro l’anno) e altri 27 dirigenti guadagnavano più del primo ministro Gordon Brown (220 mila euro).
In Italia, anche su questo tema, a suo tempo, intervenne Brunetta, che caldeggiava l’idea della pubblicità dei compensi RAI. Personalmente, non mi interessa più di tanto “perché” Brunetta lo abbia fatto. Mi piace che lo abbia fatto e basta. E come me, credo che milioni di persone abbiano gradito.
Sapere quanto guadagna quel tale conduttore tv, aiuta a capire meglio perché faccia o non faccia certe domande. Aiuta a interpretare meglio i suoi furori o i suoi silenzi, le discese ardite e le risalite. E aiuta anche lo stesso conduttore a essere più professionale e soprattutto più leale con il pubblico, tutto il pubblico, al servizio del quale egli è “per definizione”.
Quindi è giusto sapere per chi, o meglio, per quanto suona la campana il “bravo presentatore” Fabio Fazio (2 milioni di euro l’anno), o l’abbondante Antonella Clerici (1,5 milioni), o l’altro “bravo presentatore” Carlo Conti (1,3 milioni), l’immarcescibile Bruno Vespa (1,2 milioni), l’immortale Pippo Baudo (900 mila), l’eterno Piero Angela e il martire Michele Santoro (entrambi 750 mila), l’immacolata Serena Dandini (700 mila), l’insignificante Giovanni Floris(400 mila), il simpatico Pupo (400 mila), i “gemelli diversi” Massimo Giletti e Alberto Angela (figlio di), entrambi 350 mila, fino all’indispensabile Alda D’Eusanio (300 mila), all’oscuro Osvaldo Bevilacqua (250 mila), al maliardo Lamberto Sposini (250 mila) e alla rampante Monica Setta (200 mila). Chiudono Elisa Isoardi e Milena Gabanelli (entrambe 180 mila, ma giudicate voi a chi li dareste e a chi no).
Poi ci sono i direttori. Quello del Tg1 Augusto Minzolini (600 mila euro l’anno), di Rai1 Mauro Mazza(300 mila), più il direttore generale Mauro Masi (715 mila) e il presidente Rai Paolo Garimberti (450 mila). Il direttore Rai Fiction Fabrizio Del Noce (400 mila), quello apposito per il 150° dell’Unità d’Italia Gianni Minoli (560 mila), i vicedirettori Giancarlo Leone (figlio dell’ex presidente della Repubblica, Giovanni) con 470 mila e Gianfranco Comanducci (440 mila), i vicedirettori Antonio Marano e Lorenza Lei, 400 mila ciascuno.
Ne mancano molti altri, più o meno noti. Ma questo è il punto. Avere i dati non è semplicissimo e in ogni caso la trasparenza è soprattutto una predica, quasi mai una pratica quotidiana.


Dalla Finlandia e dall’Inghilterra torniamo a casa, in Italia. Ma continuando a trattare argomenti europei. Come i fondi comunitari, che nel settennio 2007-2013 continueranno a piovere sull’Italia per complessivi 122 miliardi di euro (19,5 miliardi al Centro-Nord e il resto al Sud).
Ora, tutti avete più o meno seguito la polemica tra il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, e quei governatori regionali da lui definiti “cialtroni” per non essere stati capaci di spendere i fondi Ue del settennio precedente a loro disposizione. Unica eccezione alla cialtroneria governatoriale, sarebbe la Basilicata, che, ci ha informato il coro quanto meno disinformato di stampa e tv, sarebbe la sola Regione meridionale ad avere speso tutto ciò che poteva e, per questa ragione, meriterebbe d’esser definita “virtuosa”.
Le cose in realtà non stanno così.
Tremonti non ha tutti i torti a prendersela con i governatori del Sud. Anzi, diciamo pure che ha ragione. Ma sbaglia a non completare il discorso, perché è vero che i soldi stanziati vanno spesi, ma è altrettanto vero che non basta spenderli comunque, senza chiedersi “come” vengano impiegati. L’esempio “virtuoso” della Basilicata è quindi fuorviante. Da quella regione si continua a emigrare (quattromila persone all’anno, per lo più giovani) come in passato e, allo stesso modo che nelle altre regioni, i “progetti” finanziati con i soldi pubblici dei fondi comunitari servono per lo più ad arricchire i soliti faccendieri ammanigliati alla politica, quando non gli stessi politici in prima (e per interposta) persona.
Ma andiamo, chi può sostenere, senza che gli si secchi la lingua, che nel Mezzogiorno i fondi comunitari siano serviti “a dare centralità all’obiettivo ultimo, che è migliorare il benessere dei cittadini”, come riportato nella “Nota di sintesi” del ministero dello Sviluppo economico?
In questo documento, vengono minuziosamente descritti “il Quadro strategico nazionale per il 2007-2013 e la Proposta di allocazione dei fondi comunitari europei e del fondo aree sottoutilizzate”. Ma vien da ridere a scorrere l’elenco delle “priorità” – come la realizzazione di “reti e collegamenti per la mobilità”, o gli interventi per “accrescere la qualità della vita, la sicurezza e l’inclusione sociale nei territori” – e poi guardarsi intorno e scoprire, per esempio, che nelle “aree interne” di almeno quattro regioni meridionali persone e merci viaggiano come cento anni fa.
Ma c’è di più. La “Nota di sintesi” dice che tra gli obiettivi da conseguire con quei 122 miliardi di fondi europei attraverso “una politica regionale unitaria”, c’è anche quello di “prevenzione e contrasto di fenomeni criminali, soprattutto in alcune regioni del Mezzogiorno”. Ecco, qui si apre una contraddizione insanabile: perché se davvero si volesse centrare l’obiettivo di contrastare il crimine, bisognerebbe mettere i criminali nella condizione di non nuocere, e cioè eliminare i fondi Ue. Se la Ue non sganciasse più un euro, “i fenomeni criminali” si ridurrebbero ai soliti, marginali banditi da strada del “pizzo”.
Per esempio, quanti anni sono che parliamo di depuratori delle acque, che non funzionano (nella sola provincia di Caserta, otto) o non esistono nonostante i quattrini destinati a realizzarli? E dopo i depuratori, l’elenco potrebbe continuare, con decine, centinaia di esempi.
L’alternativa è semplice. Eliminare quest’altra cuccagna dei fondi europei, il vero “romanzo criminale” dell’ultimo ventennio, che ha esaltato le peggiori degenerazioni della defunta Cassa del Mezzogiorno. In “Roba Nostra” (il Saggiatore), scrivevo che nel solo periodo 1994-2006 all’Italia meridionale sono arrivati 81 miliardi di euro di fondi europei, cioè il 59 per cento di quanto la Cassa del Mezzogiorno aveva speso in quarant’anni di vita. E adesso che per il Sud i miliardi sono 102? Cosa accadrà secondo voi?
E allora, se la Ue o lo Stato vogliono davvero realizzare un progetto – che so, una nuova ferrovia, di cui il Sud avrebbe tanto bisogno -, lo facciano in prima persona, assumendosene la responsabilità diretta e comunicandone la chiara finalità ai cittadini. Il resto, come dice il Vangelo, viene dal maligno.
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