Cosa sta capendo la gente della discussione sulle intercettazioni telefoniche? Niente.
L’unica cosa “chiara” è che, forse, ci sarebbe un fronte per la libertà (di stampa, di espressione, e di pubblicazione di tutte le intercettazioni) e un fronte per il “bavaglio” (che vuole a tutti i costi questo disegno di legge, tanto da blindarlo con la “questione di fiducia”, e che, se potesse, annienterebbe persino ogni possibilità di pubblicazione di qualsiasi cosa).


Naturalmente, le cose non stanno esattamente così. Però in Italia ci piace semplificarle e rappresentarle così. Per mille ragioni. Non ultima, quella del “teatrino”, in cui ognuno “deve” recitare la propria parte – anche fingendo di non sapere come stanno realmente le cose –, per poter continuare a fidelizzare il proprio pubblico e il proprio elettorato.
Proviamo a dir noi qui qualcosa. Schematicamente. Per capire. Per ragionare. E magari anche per sbagliare, per poi assaporare il piacere di poterci correggere…


Primo. Le intercettazioni telefoniche che attengono alla vita privata (abitudini sessuali, convinzioni politiche e religiose, e così via), anche quella dei criminali, sono cosa diversa da quelle pertinenti a reati? La risposta, ovviamente, è sì. Ma se la risposta è sì, ne consegue che esse vanno “scremate” da quelle attinenti ai reati e distrutte. Punto. Altrimenti, prima o poi, qualcuno le pubblicherà da qualche parte, e non certo per amore della libertà o del diritto-dovere di informare ed essere informati.


Secondo. E’ giusto che le intercettazioni telefoniche pertinenti a reati e non più coperte da segreto (il divieto di pubblicare quelle segrete è già previsto dal codice penale) vengano pubblicate? La risposta è sì. Perché, oltre a essere di evidente interesse pubblico, la loro pubblicazione permetterebbe persino di porre termine a reati in corso e di sventare ulteriori reati (come è accaduto, per esempio, nel caso delle scalate bancarie Unipol-Bnl-Antonveneta).


Terzo. “Quando” una intercettazione pertinente a un reato può ritenersi non più segreta? E’ questo il punto centrale della questione.
Adesso, il momento in cui viene meno il segreto coincide con il deposito degli atti e quindi con la disponibilità che le parti hanno di quegli atti. La nuova legge vuol spostare questo momento più avanti, alla fine delle indagini preliminari o dell’udienza preliminare: fino al processo, quindi, nessuna pubblicazione di atti, nemmeno di quelli non più coperti da segreto e di interesse pubblico.
Ecco, questa previsione manda in vacca anche le migliori intenzioni di chi si propone di regolare il far west delle intercettazioni. E’ questo, il voler spostare a dopo l’inizio del processo il momento della pubblicabilità delle intercettazioni penalmente rilevanti e non segrete, che fa di questa legge una cattiva legge. (Anche se, va detto, è esattamente ciò che volevano un po’ tutti – Berlusconi, Veltroni, D’Alema, Mastella – fin dal 2007, quindi non cascate nel tranello dei “liberali” dell’ultim’ora. Se potessero, tutti lavorerebbero, contemporaneamente, a silenziare l’informazione e a creare una sorta di grande Ddr telefonica).


Quarto. Se il momento della possibilità di pubblicare atti penalmente rilevanti e non più segreti rimanesse quello attuale, quando cioè gli atti vengono depositati ed entrano nella disponibilità delle parti; o se addirittura quel momento venisse anche posticipato, diciamo, di un mese, per permettere al giudice, presenti le parti, di “scremare” ciò che è “privato” da ciò che è “pubblico”; e ancora, se le sanzioni penali (magari non in detenzione, ma in soldini) colpissero, oltre e più che gli editori e i giornalisti, anche quei pubblici ufficiali (magistrati in primis) che “spifferano” ciò che è “privato”, ecco, allora persino questa legge andata in vacca rischierebbe di diventare (con alcune altre robuste correzioni che qui risparmio) una buona legge.
Ma per giungere a questo risultato non si può porre la “fiducia”, bisogna discutere e venire allo scoperto, affinché sia chiaro a tutti se davvero si voglia regolare il far west, oppure se si voglia, da un lato, mettere la sordina a indagini e cronisti o, dall’altro, accarezzare l’idea di un Potere pervasivo e perverso come quello instaurato nella Ddr e raccontato nel film ne “Le vite degli altri”, che dalla fantasia non ha attinto nulla.


Quinto. Perché dico questo? Perché finora, nella pratica quotidiana – questo è il vero dramma -, abbiamo visto prevalere sempre il meglio del peggio: intercettazioni “sporche” (private, segrete e non pertinenti a reati) sbattute sui giornali e sbandierate come libertà di informazione e diritto-dovere di cronaca, e intercettazioni “pulite” (di interesse pubblico, pertinenti a reati e non più segrete) il più delle volte pubblicate con mille sforzi e tremende difficoltà e tuttavia combattute a colpi di querele e citazioni miliardarie (anche qui, da tutti, compresi quei magistrati e quei “sinistri” che oggi si attaccano il nastro adesivo sulle labbra) come fossero il Male e non la Libertà di Stampa, di Espressione, di Informazione.


Sesto. L’altro punto centrale di questa faccenda, ancor “più” centrale del punto 3, se davvero abbiamo a cuore la libertà di stampa e di informazione, e di cui non si parla, sono le querele per diffamazione a mezzo stampa.
Negli Stati Uniti, puoi pubblicare persino una notizia falsa e non essere condannato, se si prova che lo hai fatto senza la consapevolezza che la notizia fosse falsa e senza “incauto disprezzo” della verità (sentenza 376 U.S. 254 della Corte Suprema).
In Italia, non solo non si ha il coraggio e l’onestà intellettuale di battersi per l’abolizione del reato di diffamazione a mezzo stampa, ma siamo talmente “avanti” in questa materia da aver creato (scusate, ma lo dirò fino alla noia, e non per fatto personale) un reato nuovo, inedito, speciale: l’associazione a delinquere finalizzata alla diffamazione a mezzo stampa con concorso morale esterno di uno degli associati (un giornalista, cioè io).
Questa creatura giuridica mostruosa è stata partorita in Italia, nella procura di Matera, e deve avere in sé qualcosa di grandioso, se pur consentendo di intercettare un giornale intero (il mio, il Corriere della Sera) non ha trovato ancora chi ne faccia un caso nazionale e internazionale (questo sì, da Parlamento, italiano ed europeo, altro che le stronzate retoriche dei tanti, troppi Pulcinella del teatrino politico).


Ecco, se anche quei colleghi (e non) che si sono occupati di intercettazioni con argomentazioni diverse ma ugualmente scrupolose – penso a Ferrara e a Ferrarella, ma anche a Scalfari e a Scalfarotto, a Facci e a Travaglio, a Saviano e ai Casalesi, fino ai Casaleggio, quelli che curano tanti blog in contemporanea, di Beppe Grillo, Di Pietro, del Fatto Quotidiano e dell’IdV ecc. ecc. – si applicassero anche all’abolizione del reato di diffamazione e a qualche caso concreto bello grande come quello di Matera, che hanno sotto gli occhi ed è pure un caso di scuola da far studiare all’università e nelle scuole di giornalismo, ecco, forse una buona legge sulle intercettazioni, che ci risparmi bavagli e far west e guardonismo senza limitismo, riusciamo a spuntarla. Forse.
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