Avevamo ragione. Ma che tristezza, e che noia, dover dire ogni volta, e sempre “dopo”, avevamo ragione. Le inchieste Poseidone e Why Not non dovevano essere scippate al pm di Catanzaro, Luigi de Magistris.
Lo avevo scritto sul mio giornale, il Corriere della Sera, fin dal 2007 e l’ho poi raccontato anche in un libro, Roba Nostra (Il Saggiatore).
Oggi, lo ribadisce la procura di Salerno (i pm Maria Chiara Minerva, Rocco Alfano e Antonio Cantarella), con un avviso di chiusura delle indagini che vale anche come informazione di garanzia per dodici persone.
Dodici persone che appaiono come una sorta di “sporca dozzina” che – dicono i pm salernitani – si è vario titolo macchiata di una serie di gravi reati: corruzione, corruzione in atti giudiziari, rifiuto di atti d’ufficio, favoreggiamento personale.
Avevamo ragione noi, dunque, i pochissimi che raccontammo questa storia, e che difendemmo “senza se e senza ma” sia le persone vittime delle ingiustizie commesse dalla Giustizia, sia quel pm napoletano sconosciuto, poiché attraverso lui difendevamo un principio costituzionale e politico di enorme rilevanza. Per tutti. Anche per chi “giocava” in campo avverso.

 

Come siano poi andate le cose, come stanno andando, molti di voi lo sanno.
Il giudice Clementina Forleo è finita a Cremona, senza scorta, sebbene vittima di continue minacce e strani incidenti stradali, guardata come una appestata sia dai suoi colleghi lottizzati e tuttavia “per bene”, sia dai loro amici, quelli che “chiagnene e fottono”, e che pure dalla Forleo erano stati difesi con rara generosità e lealtà.
Il capitano dei carabinieri Pasquale Zacheo è stato trasferito da Policoro, in Basilicata, a Fermo, nelle Marche.
I giornalisti Gianloreto Carbone, Nicola Piccenna e Nino Grilli sono tornati al lavoro usato, ma con una speciale “attenzione giudiziaria” sul groppone senza che nessuno dei difensori della stampa libera (a senso unico) abbia fiatato (non basta citarli in un discorso o in articolo e poi buonasera, come si fa quando si commemorano i morti).
Il sottoscritto, infine, subissato anch’egli da decine di querele e tuttavia finora sempre assolto, è tornato a scrivere per il proprio giornale (settore cultura, perché sono uno che ha studiato) e a tifare per l’Inter.

 

Quelli che la procura di Salerno ha individuato come i dodici “complottisti” calabresi sono più o meno noti alle cronache. Ma ciò che colpisce di più, e che ha un valore ben più che statistico, come vedremo tra un po’, è che ben sette di essi sono magistrati.
Mariano Lombardi e Salvatore Murone, procuratore capo e procuratore aggiunto della procura di Catanzaro; Dolcino Favi, avvocato generale dello Stato e procuratore generale facente funzioni; Enzo Iannelli, Alfredo Garbati e Domenico De Lorenzo, rispettivamente procuratore generale e sostituti procuratori generali a Catanzaro; Salvatore Curcio, sostituto procuratore a Catanzaro. Tra gli altri cinque imputati, oltre al noto “imprenditore” Antonio Saladino, vi sono anche la moglie di Lombardi, Maria Grazia Muzzi (funzionaria della Corte d’Assise di Catanzaro), il figlio di lei, l’avvocato Pierpaolo Greco, e due politici: Giancarlo Pittelli, senatore Pdl, e Giuseppe Galati, Udc, ex sottosegretario del ministero delle Attività produttive dal 2001 al 2006 (nel secondo e nel terzo governo Berlusconi).

 

Nessun giornale ha dato notizia di questa chiusura di indagini, con sette magistrati imputati, da parte della procura di Salerno. Eppure, su quella procura, non più tardi di due anni fa si scatenarono tutti, a nove colonne e in prima pagina, inventandosi la famosa locuzione “guerra delle procure” (tra Salerno, appunto, e Catanzaro). Adesso niente. Solo il silenzio. Nemmeno un parola. Un fatto gravissimo, una schifezza, anche se ce l’aspettavamo e dunque non ci meraviglia.

 

L’unico giornale nazionale che ne ha parlato è stato il Fatto Quotidiano. Ma poiché ne ha parlato in modo sommario, glissando su alcuni aspetti secondo me fondamentali, ne ha parlato male. E dunque è come se non ne avesse parlato. Il giornale diretto da Antonio Padellaro, infatti, ha chiuso la questione, attraverso Marco Travaglio, sostenendo che adesso il Csm che punì l’ex pm di Catanzaro e il gip Forleo deve “chiedere scusa” per il misfatto compiuto. Proprio così: scusa. E caso chiuso. Una volta stabilito che, come titolava il FQ, “de Magistris aveva ragione”, posson bastare le scuse.
E già, abbiamo cantato questa Messa e assistito a tutto questo massacro solo per poter dire, alla fine, che tizio o caio “aveva ragione”.
Ma andiamo, care suorine democratiche del FQ (copyright, Massimo Fini), lo sappiamo almeno da tre anni che c’è chi aveva ragione e chi aveva torto.
Adesso avremmo voluto sentire da voi, e da tutti gli altri, compresi i protagonisti di allora, nomi, nomi, nomi.
Chi ha fatto che cosa. E perché.
Avremmo voluto sentir dire e raccontare che a far fuori quei due “cattivi magistrati” furono il Csm e le sue correnti di destra e di sinistra, in cui spiccarono per esposizione pubblica la signora Letizia Vacca (PdCI) e il signor Vito D’ambrosio (Ds, per dieci anni governatore delle Marche).
Ma questi nomi, le suorine democratiche del FQ, non li fanno. Sarà forse perché in questa storia che ha disvelato il marcio nella magistratura (ecco perché il 7 su 12 non è solo un dato statistico) e che si è conclusa con i trasferimenti di de Magistris e di Forleo, Silvio Berlusconi semplicemente non c’entra nulla? E quindi, non c’entrando nulla il Caimano, la storia non “tira”, non serve, non va ricordata puntigliosamente come si fa per altre storie.
Però bisogna dire la verità. Sempre. Non a giorni alterni. Altrimenti la gente non capisce e noi stessi alla lunga rischiamo di convincerci che le cose sono andate diversamente da come andarono.

 

Per esempio, lo stesso de Magistris – con il quale ho sviscerato mille volte proprio questo tema specifico, giungendo alle stesse conclusioni – sa benissimo che con il suo trasferimento, e con quello della Forleo, Berlusconi non c’entra. E sa benissimo che se dicesse oggi le stesse cose che diceva fino al giorno prima di candidarsi, e cioè se ripetesse i nomi dei veri autori e le vere ragioni della defenestrazione sua e della Forleo, si inimicherebbe un bel po’ di quelle toghe – toghe rosse e toghe rotte – che invece adesso potrebbero servire (e non solo a lui).
Si obietterà: ma perché critichi quelli del FQ? Perché avevano la possibilità di raccontare bene questa storia e non lo hanno fatto. Perché se lo avessero fatto, sarebbero arrivati dritti dritti a un’altra storia, ancora più oscena, che porta il nome di Toghe Lucane (sub iudice anch’essa a Salerno). E se fossero arrivati lì, non solo non si sarebbero accontentati della richiesta di “scuse” postume dal Csm, ma non avrebbero potuto non vedere ciò che sta accadendo all’amministrazione della giustizia nella “Repubblica indipendente” di Lucania e Calabria (a 150 anni dall’Unità d’Italia). Qui, insieme con le navi dei veleni, rischia di arenarsi anche un altro argomento d’inchiesta ad alto tasso di malavita giudiziaria, cioè Toghe Lucane, che riassume tutti i mali di una magistratura intoccabile e che tuttavia, ogni volta che se ne parla, sembra infastidire un po’ tutti, persino lo stesso pm che quella inchiesta istruì.

 

Così può accadere, per fare uno dei tanti sciagurati esempi possibili, che a Catanzaro, nel brandello di processo sul megavillaggio turistico Marinagri (costruito nella foce del fiume Agri: 26 milioni di euro di fondi Ue), dopo aver cambiato pm in corsa (il primo pm un’ora prima chiede il rinvio a giudizio degli imputati e il secondo pm un’ora dopo chiede l’assoluzione plenaria), il gip di Catanzaro, Gabriella Reillo, assolva tutti gli imputati, con loro somma meraviglia.
Peccato però che quella sentenza debba essere dichiarata nulla perché uno dei pm della sostituzione in corsa, Vincenzo Capomolla, non aveva notificato la data di udienza a una delle parti offese. Che quindi non si è potuta opporre nel giudizio davanti al gip Reillo. La parte offesa allora è stata costretta a correre a Salerno, competente per territorio, e lì a denunciare il fatto. Ma a Salerno ha trovato un pm, Rocco Alfano (proprio uno dei tre che ha firmato la chiusura delle indagini sull’avocazione galeotta), che non lo ha considerato parte offesa, nonostante ciò risulti dagli atti. E allora la parte offesa è stata costretta a denunciare anche questo pm, ma per competenza territoriale è dovuta andare a Napoli… E intanto il villaggio turistico, il processo, i reati da accertare, i soldi pubblici stanziati, le responsabilità e le complicità evaporano…
Però. A fare un po’ i giornalisti – o i magistrati, o i politici – per davvero, non si dovrebbe far finta di dimenticare che la realizzazione di quel villaggio porta la firma di un pezzo dello stato maggiore del Pd. Che il marito del gip, Italo Reale, ex subcommissario all’emergenza ambientale in Calabria con la giunta di centrodestra guidata da Giuseppe Chiaravalloti, è tra i notabili locali del Pd. E che il gip Reillo, appena chiusa la pratica del “processo più veloce del West” a Catanzaro si è fiondata a Lamezia Terme, “lontana” 36 chilometri, per candidarsi come esponente del Pd alle primarie per eleggere il sindaco di quella città (poi si è ritirata perché sembra che non se la filasse nessuno).

 

Com’è che di tutto questo il Csm se ne frega? Com’è che se ne frega di un’amministrazione della giustizia, per esempio in Basilicata, che non è, non appare, e nemmeno si sforza di apparire “terza”? Com’è che tutto questo risulta improvvisamente di così scarso interesse anche per coloro che sono “sempre tesi” (copyright, Carlo Verdone) al buon andamento della giustizia e della cosa pubblica eccetera eccetera? Non è un tema politico nazionale ed europeo, questo?
Si dirà che tutto questo accade per mille e diversi motivi, tra essi spesso trasversalmente e “oggettivamente” convergenti. Ed è vero.
Ma c’è un motivo speciale, nuovo, inedito e indicibile. I magistrati. Un corpo, un ordine, un potere, che casi come questo ci rivelano essere intaccato dagli stessi mali che affliggono tutti gli altri settori della società. Con una differenza, però. Anzi due. La prima è che i magistrati amministrano giustizia. La seconda è che a parlare così di loro (anche se almeno la metà li immaginiamo bravi e per bene) si rischia. Fosse solo la galera, poco male. E’ che si rischia anche la carriera giudiziaria e quella politica, e non per i crimini, veri o presunti, commessi, ma per l’isolamento civile, sociale, morale (e ogni riferimento non è casuale) che scatta con precisione svizzera se si dicono le cose come stanno.
E’ capitato persino a Bruno Tinti, che pure non è uno “scomodo” (anche perché è in pensione), e sempre sul FQ. Appena s’è azzardato ad avanzare anche solo l’ipotesi di una riforma per sorteggio del sinedrio del Csm, è stato strapazzato da due articolesse del procuratore piemontese di Torino, Giancarlo Caselli, e del procuratore aggiunto pugliese di Milano, Armando Spataro, che sulla intoccabilità del Csm e sulla separazione delle carriere (sempre sostenuta anche dai “cattivi magistrati” Forleo e de Magistris – a meno che quest’ultimo non abbia provvidenzialmente cambiato idea anche su questo), e su una serie di altre “cosette” riguardanti la magistratura e il funzionamento della giustizia, hanno riproposto lo stesso armamentario ammuffito che il presidente dell’Anm, Luca Palamara, ha riesumato nell’ottima intervista fattagli da Barbara Romano (Libero, 25 aprile 2010).

 

Ecco, ora forse è un po’ più chiaro come e perché ogni volta che si tocchi quest’altra casta in toga, i suoi esponenti – rosse o rotte che siano le toghe – facciano “scattare” una tagliola “unitaria”, e povero chi vi resti intrappolato. Amico o nemico, quella tagliola non perdona. Anzi, è ancora più infallibile se a finirci dentro è chi (sia egli magistrato, politico o comune cittadino) fino al giorno prima era annoverato tra i “giusti”. Poiché è proprio con gli “eretici” che, da sempre, chiese, partiti, sette, clan, cosche e cupole sono più spietati che mai.
Ma che importanza ha, lasciare sul cammino morti e feriti, o passare addosso ai cadaveri, se il fine è il radioso traguardo di una nuova società senza il Caimano? E allora, su, tutti insieme nel nuovo Cln (?) di inizio XXI secolo, tutti nella nuova Arca di Noè per sopravvivere al diluvio. Salvo accorgerci dopo – sempre “dopo”, quando sarà troppo tardi – di aver imbarcato altri e più feroci caimani e alligatori pronti a diventare i nocchieri dell’Arca e a voler sbranare con metodo il resto della compagnia che a essi si era affidata con stolta fiducia.
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