Ma guarda un po’, adesso se ne accorge anche il Csm. Il parlamentino lottizzato (copyright di Alberto Ronchey, che voglio ricordare con affetto e simpatia) dei clan giudiziari di diverso colore politico dice che “la democrazia è in pericolo”.
E’ già da qualche anno che sosteniamo che in Italia, a opera del PUP, il Partito unico del potere, si è instaurata una sorta di “democratura” (copyright Predrag Matvejevic, sta per democrazia apparente, forma di dittatura soft), ma non avevamo mai sentito il sinedrio del Csm dire che “la democrazia è in pericolo” (con conseguente apertura di una “pratica a tutela” dopo le ultime dichiarazioni di Silvio Berlusconi).
Su questo, non avevamo mai captato nemmeno un sussurro dei cuor di leone di Palazzo dei Marescialli, in toga e non.
Eppure, era già da tempo che la partitocrazia aveva lasciato il posto alla democratura del PUP, nel segno della continuità fra Prima e Seconda Repubblica (pardon, del secondo tempo della Prima Repubblica). Una continuità che è stata possibile anche per merito, cioè per colpa, dello stesso sinedrio dei Ciechi Sordi e Muti del Csm.


Cos’è accaduto, ora, perché vi fosse questa intemerata fuori tempo massimo del Csm?
La goccia del decreto salva-liste che ha fatto traboccare il vaso? La insopportabilità dell’ennesimo epiteto (“talebani”) affibbiato ai giudici da Berlusconi?
Troppo poco. Questa lettura non convince.
Allora vediamo di capire meglio.
La prima commissione del Csm ha votato all’unanimità quella che per comodità chiameremo la “mozione della democrazia in pericolo” per altri e più prosaici scopi.
Non ha aperto alcuna “pratica a tutela”, invece – per fare un esempio “forte” – per il pm della Direzione distrettuale antimafia di Bari, Desirée Digeronimo, attaccata l’estate scorsa con una violenza inaudita (che il signor Berlusconi si può sognare) da Nicola Vendola, sotto inchiesta per lo scandalo Sanità (cfr. questo intervento del 26 settembre 2009 a Roma, manifestazione “Agende rosse”) e candidato alla presidenza della giunta della Regione Puglia per il centrosinistra.

Strano, no? Eppure, Digeronimo è stata anche minacciata di morte e conduce un’inchiesta delicatissima, di cui altri suoi colleghi non vedrebbero l’ora di sbarazzarsi.


Per Vendola che attacca la Digeronimo con accuse gravi e specifiche (benché infondate) il Csm non apre pratiche a tutela e non dice che “la democrazia è in pericolo”.
Ma per Berlusconi che blatera a suo modo contro le toghe, il Csm, sotto elezioni, vota una “mozione per la democrazia in pericolo”.
Si obietterà (e i soliti noti mi insulteranno): ma così, “oggettivamente”, difendi Berlusconi, e proprio ora che lo teniamo sotto tiro.
Rassicuro: qui l’unica cosa che bisogna davvero difendere, fino a quando ne avremo la forza e la voglia, è quello straccio di democrazia e di libertà che ci restano. Se lo faremo senza ambiguità, solo allora, potremo anche consentirci di sperare in una democrazia e in una llibertà “piene”.


Vorrei spiegarvi, se avete un po’ di pazienza e di curiosità, perché dico questo.
La “mozione per la democrazia in pericolo” è stata presentata dal vicepresidente della prima commissione del Csm, il signor Ugo Bergamo, che non solo è membro del sinedrio poiché “in quota” Udc, non solo è stato candidato al Senato nel 2008 con l’Udc e ha trattato assessorati in Veneto nel 2009 per l’Udc, ma soprattutto è “uomo” di Lorenzo Cesa, il segretario dell’Udc.
Perché questo “particolare” è importante? Solo per l’appartenenza politica del predetto Bergamo? No. E’ importante per altre due ragioni.
La prima ragione. Il Bergamo Ugo della “democrazia in pericolo” è lo stesso Ugo Bergamo che sul finire del 2008 (tra la sua candidatura al Senato e la trattativa per gli assessorati veneti), si diede un gran da fare, nella stessa commissione del Csm, per l’ingiusto trasferimento dei pm di Salerno, Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani.
Verasani e Nuzzi erano due dei sette pm (gli altri erano il procuratore Luigi Apicella, Antonio Centore, Fabrizio Gambardella, Roberto Penna e Vincenzo Senatore) che indagavano su alcuni magistrati della procura di Catanzaro e che vennero a loro volta indagati dai magistrati calabresi in quella vicenda incredibile e senza precedenti passata agli annali come la “guerra” delle procure.
La seconda ragione. Ugo Bergamo, come abbiamo detto, è uomo di Lorenzo Cesa. E Cesa era indagato nell’inchiesta Poseidone, condotta dal pm de Magistris.
Poi, il 28 marzo 2007, Poseidone venne tolta a de Magistris e avocata a sé dal procuratore di Catanzaro, Mariano Lombardi. L’8 aprile 2008 la posizione di Cesa venne archiviata.


Per la cronaca, ma soprattutto perché tacere una coincidenza del genere sarebbe un’omissione, la sera prima che quell’inchiesta venisse avocata da Lombardi, Bergamo telefonò proprio a casa di Lombardi. E quella telefonata fu una delle tante che gli uomini di Cesa fecero tra il 2005 e il 2007 dalla sede dell’Udc di Roma, in via Due Macelli, al telefono privato del procuratore Lombardi e al cellulare della sua compagna, funzionaria della Corte d’Assise di Catanzaro, e del figlio di costei, avvocato.


Domanda: Bergamo e il Csm che sparavano su de Magistris (e Forleo, e Nuzzi, Verasani, Apicella) non sono lo stesso Bergamo e lo stesso Csm che oggi sparano su Berlusconi? Sono diventati improvvisamente “buoni” solo perché ora hanno puntato i fucili sul Caimano? O è cambiato qualcosa nello scenario politico, con conseguente “riposizionamento” dei pupi sul palcoscenico del teatrino? Magari per sostituire il Caimano non con la Giustizia, la Democrazia, la Libertà, ma con altri Caimani ancor più affamati?
Questa storia della prima commissione del Csm che “insorge” è l’ulteriore dimostrazione di quanto sia vitale, oggi come non mai, che non prevalga il doppiopesismo.
Ecco perché non bisogna dimenticare. Ecco perché bisogna chiedersi: come fa oggi, chi allora ha puntato il dito contro Ugo Bergamo e il Csm che sbattevano fuori Nuzzi, Verasani e Apicella, a sposare Bergamo Ugo, il Csm e la loro “mozione sulla democrazia in pericolo”? Come fa a tacere di quei trasferimenti e di quelle vite sconvolte per ragioni di giustizia, per difendere principi costituzionali sacrosanti con cui ognuno è pronto far gargarismi pur di perseguire i propri fini?


Questo, oltre che doppiopesimo, è opportunismo della peggiore specie, fortissima miopia politica e soprattutto scarsissimo senso dello Stato.
E se anche qualcuno obiettasse che ci sono dei momenti in cui il fine giustifica i mezzi, ebbene, ricordi che questa è una convinzione sciagurata, un’idea che ha prodotto i peggiori regimi della storia.
Se i mezzi sono falsi e mendaci, se sono deplorevoli o addirittura criminali, non possono mai produrre fini buoni.
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