Ragioniamo un attimo, per favore. Si può ragionare, o dobbiamo per forza, ancora una volta, “tifare” e agitarci come ossessi morsi dalla tarantola? E magari evocare un sinistro “intervento delle forze armate”, come fa con impressionante leggerezza Antonio Di Pietro, nemmeno fosse Antonio Tejero, il tenente colonnello della Guardia Civil che nel 1981 tentò il golpe in Spagna occupando il Parlamento?


L’ammissione delle liste del Pdl in Lombardia e nel Lazio, per decreto, è una brutta cosa, d’accordo. Di più, è una evidente violazione della legge. Ma andare a votare senza quelle liste sarebbe stato peggio che commettere una illegalità.
Avrebbe significato negare un diritto fondamentale, garantito dalla Costituzione, quello di elettorato attivo e passivo, uno dei più “delicati” tra i diritti fondamentali, persino in una democrazia scassata come la nostra.
E avrebbe comportato un surriscaldamento del clima politico, al limite degli scontri di piazza e delle prove generali di guerra civile.


Questa volta, scusate, sono d’accordo con quel presidente Giorgio Napolitano che su altre questioni ho criticato senza fariseismi. Napolitano, firmando il decreto e scegliendo il “male minore”, ha evitato che la gente si affrontasse con mazze e spranghe per dirimere una controversia in materia elettorale.
Anche perché, diciamola tutta, non è ben chiaro cosa è veramente accaduto a Roma: quelli che dovevano presentare le liste, erano dentro al tribunale, erano fuori, o non sono stati fatti entrare? E a Milano: è vero che anche le firme degli altri partiti sono irregolari come le 845 contestate a Formigoni? E a Salerno, dove invece la Corte d’Appello ha ammesso una lista di centrosinistra con la motivazione dell’impedimento dovuto al traffico come causa di forza maggiore?


Questa vicenda della presentazione delle liste non la si poteva lasciare all’esclusivo giudizio dei tribunali: sia perché è indispensabile che prima vengano accertati i fatti alla base della esclusione di una lista (e i fatti di Roma sono diversi da quelli di Milano, che sono diversi da quelli di Salerno), sia perché non si può correre il rischio che diversi tribunali diano un diverso giudizio su casi simili o addirittura identici.
Questa vicenda, invece, dovrebbe aiutarci a tornare sulla questione vera. La raccolta delle firme per presentare una lista.
Raccolta che – come tutti sanno – è truccata. Falsa. Sempre. A ogni elezione. Perché le firme vengono autenticate “in automatico” dai gruppi politici già presenti in Parlamento e nelle altre assemblee rappresentative (persino in fotocopia dalle elezioni precedenti, o addirittura da altre consultazioni, come i referendum).
Mentre la vera raccolta di firme la fa soltanto chi vuol concorrere alle elezioni per la prima volta (partiti piccoli o nuove formazioni): e la fa sotto l’occhiuta sorveglianza dei partiti più grossi e di quelli già seduti in Parlamento, alla Regione, alla Provincia o al Comune, che non vogliono altri competitori tra i piedi (per esempio, in una provincia con il numero di abitanti che ha Milano occorrono non meno di 21 mila firme “vere” per presentare una lista alle elezioni regionali).
Per costoro sì, c’è il furto di democrazia, il vilipendio della Costituzione e del diritto di elettorato attivo e passivo. Per costoro però nessuno si sbraccia e si straccia le vesti.


Ecco, questa dovrebbe essere una occasione d’oro. Non per sobillare la gente a scannarsi reciprocamente, ma per chiamarla a raccolta attorno all’obiettivo comune – “condiviso” come usa dire da qualche tempo – di una riforma complessiva del nostro sistema elettorale, che prevede sei (!) diversi sistemi di voto per altrettante consultazioni: Parlamento europeo, Camera e Senato del Parlamento italiano, Regionali, Provinciali e Comunali. Manca il settimo sistema di voto, per le elezioni di condominio, ma pare ci si stia attrezzando. Magari con lo stesso congegno della “legge porcata”, cioè le liste bloccate (quelle sì, fasciste come la Legge Acerbo), in cui i parlamentari sono “nominati” anziché eletti.


Ve lo ricordate? Un po’ tutti dicevano, promettevano e giuravano che l’avrebbero cambiata. Invece, nisba.
Ma è proprio questo obiettivo – restituire lo scettro al Principe, il vero Principe, che è il popolo, i cittadini -, l’unico obiettivo serio. Non chiedere ai sudditi se stanno dalla parte della firma autenticata, del timbro postdatato o dell’articolo cinque, secondo comma, quarto isolato, terzo piano, quinta porta a destra in un sistema che li espropria del potere di decidere e di scegliere.
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