“Sciopero! Sciopero!”. Uno pensa che sia sbocciata in anticipo la primavera, con il risveglio della classe operaia e con i sindacalisti della Triplice che dismettono il doppiopetto e tornano accanto ai compagni di fatica…
Invece no. Delusione.


E’ soltanto la ditta Palamara&Cascini che fa un po’di casino sul decreto del governo (19 dicembre 2009) che attribuisce al Consiglio superiore della magistratura – in via provvisoria, fino al 2014 – il potere di trasferire d’ufficio i magistrati nelle sedi cosiddette “disagiate”, quelle cioè in cui c’è carenza d’organico (o che sono addirittura “deserte”) e dove non vuole andare nessuno.


Sui problemi della giustizia, non abbiamo mai risparmiato critiche a questo governo e a questo ministro della Giustizia. Dalla disciplina sulle intercettazioni al cosiddetto “processo breve”, che è una felice espressione linguistica per mascherare un infelice tentativo di “chiudere” alcuni processi eccellenti, primi tra tutti i processi che riguardano il presidente del Consiglio.


Ma, francamente, veder salire sulle barricate Luca Palamara e Giuseppe Cascini, rispettivamente presidente e segretario della Associazione nazionale magistrati (il cosiddetto sindacato delle toghe), per invocare lo sciopero contro il decreto del ministro Angiolino “Bugs Bunny” Alfano, ci conferma ciò che da tempo sosteniamo. E cioè che la premiata ditta Palamara&Cascini vende prodotti scaduti e andrebbe messa fuori mercato.
Mai, infatti, da codesta ditta – quando venivano trasferiti ingiustamente magistrati che ficcavano il naso dove non si doveva – udimmo provenire una voce, un fiato, un singulto. Adesso, invece, che c’è una obiettiva necessità di far fronte alle carenze di organico di tante sedi giudiziarie, ecco i titolari della ditta marciare petto in fuori a tutela della “inamovibilità dei magistrati” e chiedere addirittura lo sciopero delle toghe.


Per carità, di magistrati ne mancano a centinaia e qualunque governo serio non dovrebbe ridursi a sottoscrivere lo stato di emergenza e a prorogarlo “ad interim”, al punto da rendere cronicamente drammatico lo stato dell’amministrazione della giustizia. Però, poiché questa emergenza è così antica da esser diventata stabile, cronica, perenne, e poiché da qualche parte bisogna pur cominciare, prima di dar retta alla ditta di cui sopra vediamo un po’ cosa dice su questo argomento il decreto e se davvero costituisce un “attacco” alla magistratura.


Il decreto proroga di un anno i tremila magistrati onorari in carica e prevede il completamento della “digitalizzazione” delle attività di giustizia. E queste sono due cose che sembrano non scontentare nessuno.


Poiché però in alcuni posti mancano i magistrati e l’attività giudiziaria rischia la paralisi “ora”, mentre in altri posti (per esempio, a Crotone, a Enna, o a Gela) non vuole andarci nessuno, nemmeno con lo stipendio raddoppiato, il problema è cosa fare in attesa della grande Riforma della Giustizia, ormai più famosa e più lontana nel tempo della Riforma Protestante.
C’è poi anche un altro scoglio da superare, ed è la norma – giusta, introdotta nel 2006 dal governo di centrosinistra – che vieta ai magistrati di prima nomina (cioè gli “uditori giudiziari”) funzioni di pm o di giudice monocratico.


E allora, dice il decreto Alfano, facciamo in questo modo: stabiliamo criteri “certi e predeterminati” per consentire al Csm di trasferire d’ufficio i magistrati nelle sedi vacanti o disagiate.
Già, ma quali sono i magistrati che potrebbero essere trasferiti d’ufficio dal Csm?


Primo: quelli con più di dieci anni di anzianità e quelli che abbiano ottenuto la prima valutazione di professionalità da non oltre quattro anni.
In pratica, nel rispetto della norma del 2006 che abbiamo ricordato, si evita che magistrati di nessuna esperienza, freschi vincitori di concorso, vadano ad amministrare giustizia in sedi “calde” o svolgano funzioni monocratiche.


Secondo: il trasferimento verso sedi disagiate potrà avvenire soltanto se quella sede dista meno di 100 chilometri dal luogo in cui il magistrato presta servizio.


Terzo: dopo quattro anni, il magistrato potrà chiedere di tornare nella sede originaria.


Quarto: in questo quadriennio, al magistrato trasferito verrà praticamente raddoppiato lo stipendio e riconosciuto un beneficio di carriera.


Quinto: non potranno essere trasferiti i magistrati con figli di età inferiore ai tre anni e quelli che già prestano servizio in sedi disagiate.


Naturalmente, la vera conquista dell’intera comunità nazionale sarebbe che lo stato di stabile emergenza della giustizia, usato come un alibi da tutti i governi, finisse subito, per passare finalmente a qualcosa che assomigli a uno stato di civiltà giuridica accettabile. Nel frattempo, per non smantellare la baracca, il trasferimento d’ufficio così come previsto dal decreto Alfano (che può sempre essere migliorato) non è una bestemmia. Tanto più che non ci sarebbero trasferimenti d’ufficio se fossero gli stessi magistrati a fare domanda per essere assegnati alle benedette sedi disagiate.
Si dirà: grazie, questa è una ovvietà. Mica tanto. La sorpresa (positiva) infatti è che, sui 150 trasferimenti d’ufficio previsti fino al 31 dicembre 2014, ben 50 magistrati hanno già presentato domanda di trasferimento in 80 sedi. Ma c’è anche un’altra sopresa (negativa): mentre si approvava il decreto, il censimento dei posti nelle procure “deserte” ha subìto un aggiornamento ed è passato da 150 a 190 posti.


Di fronte a questi numeri e a queste considerazioni, la ditta Palamara&Cascini ha miracolosamente ritrovato la parola dopo un lungo periodo di coma profondo sui problemi seri (riforma del Csm, tribunali in cui siedono magistrati al di sotto di ogni sospetto che pure amministrano giustizia) e ha “bocciato” il decreto Alfano appellandosi ai peggiori sentimenti egoistici, corporativi e castali dei clan della magistratura. Non solo. Ha anche avanzato una sua “proposta”, e cioè l’abolizione della norma del 2006 che salvaguarda i magistrati di primo pelo (e i cittadini) dall’esercizio della enorme responsabilità di svolgere funzioni monocratiche in sede requirente e giudicante.
Insomma, secondo la premiata ditta nelle sedi disagiate bisogna mandarci i ragazzini, così si fanno le ossa, e non disturbare le loro eccellenze togate che hanno già tanto da fare con arbitrati, consulenze, docenze, doppi e tripli lavori. Altrimenti è sciopero. Sì, sciopero. Eroicamente, convintamente, quantuquamente. Oltre Foa & Di Vittorio. Direttamente a Cetto Laqualunque & Mimì metallurgico. Scio-pe-ro. Firmato: Palamara & Cascini.
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