Dispiace che non potendo attaccare l’argomento, Luigi de Magistris attacchi l’argomentatore. Un classico.
Io, secondo lui, sarei diventato – non so da quando – un cattivo giornalista. Pari pari l’espressione usata dal Csm quando definì lui e la Forleo “cattivi magistrati”.

Non risponderò alle offese – gratuite e pesanti – di de Magistris. Né tornerò sulle vicende elettorali, sulle quali ho detto ciò che avevo da dire, su questo blog, quando era il momento.

Voglio invece continuare a stare ai fatti, che per me non sono mai scomparsi e non scompariranno mai. Per amore di verità e di giustizia.

Rinnovo le mie domande, a cui andrebbero date, per il bene di tutti, risposte concrete.

E dunque: si può lasciare senza alcuna risposta giudiziaria e soprattutto senza alcuna iniziativa politica ciò che è accaduto alcuni giorni fa a Catanzaro nel processo Marinagri?

Lì è accaduta una cosa inedita e senza precedenti: il pm Capomolla, che ha chiesto il rinvio a giudizio degli imputati, è stato sostituito in corsa e senza un motivo chiaro da un altro pm, tale Cianfarini, che invece ha chiesto l’assoluzione per tutti, accordata con rito abbreviato nel giro di due ore dal gup Reillo.

Nemmeno una ispezione ministeriale piccola piccola a Catanzaro, neppure una interrogazioncina, né un comizio, un video, una conferenza?

Perché dobbiamo sperare che a cercare la verità debbano essere i magistrati di Salerno, da soli, dopo i prezzi ingiusti e pesantissimi pagati dai pm Nuzzi, Verasani, Apicella? E, se de Magistris permette, anche da altri, compreso il sottoscritto?

Cosa è cambiato, da quando queste cose de Magistris le diceva da pm aggredito e condannato dalla propria corporazione e dal Csm?

Sono domande provocatorie, infondate, allusive, rancorose, non documentate? E perché, invece di chiederci se questi interrogativi scomodi “spaccano l’opposizione al tiranno”, non ci chiediamo se spaccano “le vite degli altri”, cioè le nostre vite?

Ecco allora che non serve offendere, ma stare ai fatti. Rispondere alle domande e affrontare la discussione, anche la più aspra. Senza scomuniche o appelli ai “fedeli”, ma esercitando, sempre, il proprio senso critico.

Anche nei confronti di ciò che sto dicendo io.

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