Gazzetta del Mezzogiorno, 5 settembre 2009

 «IL TERRITORIO PIÙ INQUINATO D’EUROPA» PER L’ILVA E NON SOLO IN UN’INCHIESTA CIVILE DI CARLO VULPIO

Viaggio fra i veleni di Taranto, dove anche le nuvole «fumano»

di ANNA LARATO

   Ancora un libro inchiesta di Carlo Vulpio, La città delle nuvole, sottotitolo «viaggio nel territorio più inquinato d’Europa» (Edizione Ambiente, collana Verdenero, pagine 160, euro 14). Il viaggio di Carlo Vulpio, pugliese di Altamura, giornalista del «Corriere della Sera», è un saggio-reportage nel polo siderurgico tra Massafra e Taranto attraverso la voce dei suoi protagonisti: documenti di vita vissuta, in un clima segnato da omertà politica, ostilità e omesse denunce.
   Un libro di impegno civile, di protesta, di dolore, di narrazione. Fatti raccolti minuziosamente dalle testimonianze e dagli atti probatori ottenuti da uno stressante e minuzioso lavoro d’inda gine lungo 160 pagine dense di dati, cifre e morti, davvero tanti. Pagine che turbano ma che sicuramente aprono gli occhi su una realtà ancora poco conosciuta.
   La realtà della città di Taranto, delle sue nuvole inquinate e dei suoi abitanti. Duecentomila persone, due mari e il più grande impianto siderurgico europeo, l’Ilva (l’ex Italsider «svenduta» dallo Stato al gruppo di Emilio Riva). Quello che – sostiene il volume inchiesta – produce il 93% di tutta la diossina italiana e l’8,8 per cento di quella europea con un triste primato di città più inquinata del continente.
   A Taranto, oltre alla più grande industria siderurgica d’Europa, l’Ilva appunto, ci sono anche una raffineria, un cementificio e un inceneritore. Però Taranto non può fare a meno dell’industria, perché è l’industria che continua a essere la prima fonte di da lavoro.
   E così gli abitanti di Taranto vivono compressi da un’industria che li avvelena, sfruttando il ricatto occupazionale costantemente spalleggiata da governi sempre troppo compiacenti. Gli organi di controllo sono infatti spesso tutti d’accordo nel mantenere in piedi una situazione che in piedi non può stare. E poco importa se le sue emissioni inquinano in maniera smisurata, sommergendo la città con un mixer di veleni: benzopirene, policlorobifenili, emissioni radioattive, mercurio e diossina.
   Le diossine hanno una bassissima biodegradabilità ed un alto fattore di accumulo nei grassi degli organismi viventi, che non sono in grado di metabolizzare tali molecole. Gli effetti della diossine si manifestano nell’appa – rato endocrino e riproduttivo e, in misura molto minore, provocano tumori.
   Sconcertante il caso di Silvio, colpito da una forma di tumore inedita per un bambino della sua età. Quel piccolo di dieci anni aveva un «tumore da fumo».
   L’ematologo autore della diagnosi, Patrizio Mazza, che lavora a Taranto da quindici anni, scopre che non si tratta di un tumore causato dal fumo, ma dagli effetti della diossina. Un tumore che colpisce gli adulti, accaniti fumatori.
   Taranto insomma vive dentro l’industria siderurgica tra colline di carbone e di ferro, materia prima per fare l’acciaio che sono a pochi metri dalle case del quartiere Tamburi quartiere simbolo della situazione di Taranto stretto tra l’ac – ciaieria e il cimitero.
   L’inchiesta di Vulpio persegue la «scellerata» ricerca della verità, grazie solo ad una società civile sempre più consapevole, nel (quasi) silenzio dei mezzi di informazione. Ma oltre all’ac – ciaieria, a chi imputare le responsabilità del territorio più inquinato d’Europa?
   Risponde Carlo Vulpio: «Lo scrivo nel mio libro. Oltre all’acciaieria, è all’intero polo industriale di Taranto che va data una regolata. Ma colpe e responsabilità le hanno anche i partiti, i sindacati, la società civile».

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