I giudici parlano del “lager” dentro l’Ilva. di Nicola Piccenna, Il Resto

Devo scrivere la recensione, qualcosa su quel libro, ma non ho tempo di leggerlo. Devo scrivere qualcosa, l’autore è un mio amico ed è anche, indipendentemente da questo, persona degna di considerazione. Passano i giorni, sbircio sotto la copertina e c’è la dedica: “con la stima di sempre”. Richiudo, non riesco a leggerlo. Forse perché sono stanco, forse perché ho troppi impegni. Riproverò fra qualche giorno. Magari di domenica che non si lavora e tutto scivola via con ritmi diversi. Solo di domenica riesco a leggere tutti i giornali. Sì lo leggerò domenica prossima. Sono passate 5 o 6 domeniche, quaranta giorni tre ore a quattro minuti: affronto il toro per le corna. Il titolo è da romanzo ma andrebbe benissimo per una raccolta di poesie: “La città delle nuvole”. L’autore è conforme a questo titolo, imprevedibile. Piacevolmente, tragicamente, romanticamente imprevedibile. Perché il tema affrontato non ha nulla di poetico e nemmeno di romanzesco, potremmo dire che è una cronaca di fatti, di nomi, di situazioni e di sentenze dei Tribunali. Ma con Carlo Vulpio nulla è scontato, pacifico, oserei dire prevedibile. Forse è proprio questo ad avermi “frenato”. La certezza che leggere questa nuova “opera”, leggere questo genere di “opere”, implica un coinvolgimento continuo di cui l’atto delle lettura è solo l’inizio. “La città delle nuvole” è una cosa così, purtroppo. Non è roba da pantofolai e nemmeno da benpensanti. Nemmeno si adatta a quanti pensano che è meglio non sapere di essere ammalati, pur essendolo; quelli che appena sentono aria di turbolenza, ficcano la testa sotto la sabbia e aspettano che passi (sperando di averla ancora nell’atto di tirarla fuori!). Racconta la storia dell’Ilva di Taranto, la storia di Taranto e di tanti che vi hanno lavorato o vi lavorano tuttora. Non è cronaca ma la comprende e la supera. Poche pagine, ho sempre apprezzato la capacità di sintesi del “Vulpio”, ma quando sono finite sembra di aver letto la Treccani. Perché è proprio così, non è l’elenco maniacale di date e fatti che in alcuni “tomi” stancano il lettore solo a guardarli, si tratta dell’essenziale e dei dati (compresi nomi e fatti) utili per comprendere e verificare. I dettagli si possono anche trascurare, ma questo nemmeno si percepisce. Sembra di aver letto la storia d’intere vite. Eppure vi sono solo alcuni spunti, chiarissimi e, perché no, anche poetici. La vera questione è che dopo aver letto del “bossing”, che poi sarebbe un mobbing all’ennesima potenza; dopo aver letto che il Tribunale di Taranto e la Corte d’Appello di Lecce hanno scoperto pratiche di umiliazione della dignità umana assimilate a quelle in uso presso i “lager” (il termine è lo stesso usato dai magistrati); dopo aver letto i nomi ed i cognomi dei dipendenti “internati” nel lager denominato (dall’Ilva) palazzina “Laf” (laminatoio a freddo); non si può tornare ad essere gli stessi di prima. Un impeto, qualcosa dentro si contorce. Anche se i miasmi (Vulpio dice i malefici “aerosol”) dell’acciaieria tarantina non raggiungono le nostre narici. Anche se, vivendo a qualche decina di chilometri da Taranto, solo qualche nostro lontano parente è morto dei tumori causati dalla diossina e dai composti rilasciati dal vetusto impianto industriale. È un impeto di cui non ci si riesce a liberare, al massimo lo possiamo ricacciare giù ogni volta che ci torna in mente. Come per un conato di vomito che ci colga durante un pranzo nuziale; non è decoroso turbare gli sposi e gli amici. Meglio mettersi in disparte, lasciarli liberi di festeggiare come se nulla fosse. Perché proprio a me doveva capitare un amico come Carlo Vulpio?

(Carlo Vulpio – La Città delle Nuvole – Viaggio nel territorio più inquinato d’Europa – Ed. Verdenero – Euro 14,00)

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