Prima premessa, grande quanto una casa: ciò che state per leggere non è frutto né di risentimento, né di delusione, né di recriminazione. Ma di pura e semplice esigenza di verità. E questo perché, come avevo detto “prima” di accettare la candidatura come indipendente alle Europee con l’IdV, “io ho già vinto nel momento in cui mi sono candidato”.

Ho vinto già in quel momento perché sono uscito dall’angolo del ring in cui mi avevano costretto la malapolitica, la malaeconomia, la malamagistratura e insomma la malavita che da sempre combatto.

Ho così esercitato il mio diritto alla legittima difesa e nello stesso tempo ho potuto condividere un progetto politico fondato sulla difesa e sull’applicazione della Costituzione italiana.

Un progetto di cui sono stato convinto protagonista, in quanto fondato su una “terna” di indipendenti (Alfano, de Magistris, Vulpio) proposta agli elettori come altrettanti “simboli” di temi forti, che sono state le ragioni fondanti delle rispettive candidature: l’antimafia, la giustizia, l’informazione.  

Seconda premessa, anche questa grande quanto una casa: se non credete a ciò che ho appena detto, o se solo avete dei dubbi, allora fermatevi qui, non vi serve leggere oltre.

Io però, per quella insopprimibile esigenza di trasparenza e di verità di cui parlavo ne “Il virus benefico della libertà”, devo qualche spiegazione alle centinaia di persone che mi scrivono e soprattutto alle 37.499 persone che mi hanno votato.

Tutti, mi fanno la stessa domanda. Vogliono sapere da me come sono andate “davvero” le cose in questa campagna elettorale e come ha funzionato il meccanismo delle “opzioni” per stabilire quali dovessero essere, alla fine, i sette eletti dell’IdV per Strasburgo.   

Bene. Consentitemi però un’ultima premessa: se dicessi che non immaginavo a che cosa sarei andato incontro candidandomi, direi una bugia. Sapevo benissimo che cosa mi aspettava e dunque non mi sono meravigliato di che cosa poi è accaduto.

L’unica cosa che non mi aspettavo – ma questo per colpa mia, perché io sono fatto così – è stata la scelta di alcuni miei “compagni di strada”, che hanno “sacrificato” sull’altare del risultato elettorale personale rapporti umani che ritenevo saldi e sinceri.    

Sapevo bene, invece, di dover nuotare controcorrente, con gli squali che mi inseguivano e gli elicotteri che mi sparavano dall’alto. E sapevo anche che se ce l’avessi fatta a raggiungere la riva tutti avrebbero detto: “Ce l’abbiamo fatta”, mentre se fossi colato a picco tutti avrebbero detto, come in effetti hanno detto: “Peccato, non ci sei riuscito”.

Sapere in anticipo tutto questo però non significa doverlo accettare supinamente. C’era da battersi e mi sono battuto. Fino alla fine. Anche se a un certo punto, dopo la metà di maggio, stanco e sfiduciato, stavo per mollare.

Volevo convocare una conferenza stampa e ritirare la mia candidatura. Ma non l’ho fatto. Ho stretto i denti e, da solo, sono andato avanti. Non ho ritirato la candidatura perché dentro di me ha prevalso il senso di responsabilità.

Se lo avessi fatto in quel momento – oltre ad attirarmi addosso la scontata accusa di voler consegnare il Paese nelle mani del nemico – avrei sfasciato, senza che nessuno potesse comprenderne le ragioni, un progetto politico che qualche milione di italiani cominciava a ritenere nuovo, forte, credibile, trasparente, anche perché basato su “quella” terna.

La “terna” ha incontrato fin da subito il favore della gente e ha fatto anche da traino all’arrivo di altre ottime candidature. Tanto è vero che Di Pietro ha voluto candidarla in tutte le circoscrizioni italiane per l’alto valore simbolico (e l’appealing elettorale) attribuitole.

(Io poi ho rinunciato a candidarmi nella circoscrizione  Isole per un gesto di rispetto e di considerazione nei confronti della Alfano, poiché sembrava probabile – ma poi non è stato così – che in quella circoscrizione si potesse esprimere una sola preferenza e non tre).

Cosa è accaduto, allora? Semplice. Una volta “incartate” le candidature, piano piano, la “terna” è diventata sempre di più una “coppia”. E non certo per mia volontà.

Per prima cosa, è stata ritirata dalla competizione elettorale la foto che ritrae Di Pietro insieme con la “terna”, foto che invece doveva essere l’unico manifesto gigante, 6 metri x 3, dell’IdV in tutto il Paese.

Poi, al momento della compilazione delle liste, senza che nessuno mi abbia interpellato, mi sono ritrovato – al Centro e al Nord Est – collocato agli ultimi posti, in ordine alfabetico, mentre la “coppia” era tra le teste di lista in tutte le circoscrizioni.

Un segnale politico preciso.

Persino nella circoscrizione Sud, da dove io provengo e dove i voti si comprano in mille modi più che altrove, sono finito al sesto posto, dopo un tale che aveva pesantemente attaccato de Magistris per le sue inchieste (naturalmente, io ho pubblicamente difeso l’ex pm, e lo rifarei, perché ho difeso un principio, mentre tutti gli altri sono rimasti zitti).

Ma questa è ancora una di quelle cose che mi aspettavo. Andiamo avanti. Con il passare dei giorni, la mia faccia e il mio nome – già oscurati completamente da tv, radio e giornali – scompaiono da volantini, video, manifesti, addobbi dei palchi, e persino dai discorsi “degli altri”… In Rete – o meglio sui blog di Grillo, Di Pietro e Idv, tutti e tre gestiti dalla medesima società commerciale “Casaleggio e Associati” – compare un logo: “Sonia Alfano e Luigi de Magistris in Europa”. E Vulpio, si chiedono in tanti, dov’è finito? Non deve andare anche lui in Europa? O forse è destinato alla Svizzera? E mi telefonano, mi scrivono… E io zitto… E nessuno che dica una parola…

Intendiamoci. Non ho mai chiesto, né mai preteso, e nemmeno mi aspettavo, che Grillo o Di Pietro o l’IdV – o chi per loro – sostenessero la mia candidatura, come è stato fatto con gli altri due candidati, benché il “progetto” poggiasse sull’idea trainante della “terna”. Ma da qui a essere epurato in malo modo da tutti e tre i blog e da ogni altra iniziativa che non fosse organizzata e pensata da me medesimo, come fossi un corpo estraneo, ce ne corre.

Un esempio, uno solo, farà capire ancora meglio.

Napoli, 23 maggio, Palapartenope. Grande manifestazione con Di Pietro e Grillo, musica e canzoni, con questo e quello, e con il logo della “coppia” che campeggia ovunque, sui tre blog e sui festoni del grande palco… Io, invece, scomparso. Non ci sono nemmeno nei “frames” del video che pubblicizza l’incontro sui tre blog e in cui compaiono tutti, ma proprio tutti, pure il gatto della zia Camilla, ma non Vulpio… E che diamine… Ma nessuno fiata. Tutti zitti…

Quella sera, cercano addirittura di non farmi parlare, cambiando la scaletta ogni due minuti e rinviando sempre e solo un intervento: il mio. Alla fine, devo afferrare un paio di persone per la collottola e alzare la voce. Solo così riesco a fare un intervento (scusate, ma lasciatemelo dire: applauditissimo) di sette-otto minuti.

Tutto questo per dire che la mia “suerte” era stata decisa prima, non dopo le elezioni. Per quanto anche il “dopo”, e cioè il meccanismo delle opzioni, abbia avuto il suo peso. Visto che le “opzioni” non hanno nulla di “tecnico”, come sostiene Di Pietro, ma sono frutto di una scelta politica. Specie se hai candidato una persona in tutte le circoscrizioni e quella ha ottenuto 38 mila preferenze…

Ma andiamo con ordine.  

Al Nord Ovest, a urne chiuse, mi “classifico” dopo Gianni Vattimo. A quel punto, se Alfano optasse per il Sud o per le Isole (quella circoscrizione alla quale io avevo rinunciato per lei) sarei eletto. Ma ecco che prima di me, con 237 voti in più, spunta Roberto Louvin, del partito valdostano Democratie Liberté Autonomie, apparentato con l’Idv.

Forse ero l’unico a non saperlo, ma giuro che nessuno mi aveva detto nulla di questo apparentamento… Che strano… In ogni caso, non è certo colpa di Louvin, che ha preso più voti di me e ha il merito di averne portati 9.028 (io, 8.971) all’IdV.

Qui, comincia un’altra storia, che somiglia molto a un giochino davvero sgradevole. Lo dico, ripeto, senza alcun rancore. Anzi, con una certa tristezza.

La Alfano, che in campagna elettorale aveva sempre detto: “Cosa ci vado a fare io in Europa senza Carlo Vulpio?” e che ancora dopo le elezioni, anche sul suo blog, dice: “L’unico neo è l’assenza di Carlo a Strasburgo”, per quasi un mese non smentisce la notizia “ufficiale” diramata con grande fretta dall’IdV il 9 giugno, in base alla quale tutte le opzioni sarebbero state già fatte. Non smentisce, Alfano, nemmeno dopo il mio post in cui parlo di “frettolose opzioni”, che la coinvolgono direttamente.

Poi, diversi giorni fa, la Alfano mi telefona e mi dice che in realtà lei non ha fatto alcuna opzione e non ha firmato ancora nulla. La cosa mi sorprende. Ma potrebbe esser vera, visto che i termini scadono otto giorni dopo il deposito dei risultati definitivi in Corte di Cassazione.

“Carlo – aggiunge la Alfano -, se ci fosse anche un solo modo su mille per recuperarti non esiteremmo (plurale, ndr) a farlo”.

Le chiedo se è sicura di ciò che dice e, soprattutto, se è sicura di poter optare liberamente.

Sicurissima, dice lei.

Allora le prospetto questa soluzione, che sarebbe un forte segnale politico e che potrebbe recuperare in extremis il “progetto” della “nostra” terna: tu Alfano, le dico, potresti optare per le Isole (da dove provieni) e al Nord Ovest subentrerebbe Louvin. Con lui potremmo fare un “patto di legislatura”, in base al quale, dopo un anno o due, o comunque appena Louvin si candidasse in altre elezioni (cosa provabilissima, per non dire certa), io gli subentrerei come primo dei non eletti.

“Bene, parliamone con Louvin”, dice lei.

Lo faccio subito.

Louvin è d’accordissimo.

Risento la Alfano.

Mi dice che deve parlarne con Di Pietro e con de Magistris, ma che la decisione, com’è giusto, sarà sua e solo sua, anche perché lei è stata eletta come indipendente.

La avverto che questa sua opzione scatenerà l’inferno e che se non se la sente è meglio che lasci perdere.

Ma lei mi ribadisce la sua determinazione.

Ci risentiamo il giorno dopo e mi dice di essersi ricordata che Di Pietro, al momento della sottoscrizione delle candidature, aveva chiesto a lei e a de Magistris di lasciar decidere a lui sulle “opzioni”…

(A me, devo dire la verità, Di Pietro questo non lo ha mai chiesto: forse perché immaginava che da “indipendente” avrei obiettato che optare significa scegliere, e che la scelta è un libero e consapevole atto della propria volontà?).

La Alfano però mi ribadisce la sua determinazione e mi promette: “Oggi pomeriggio ti faccio sapere”.

Da quella mattina, sono passati dieci giorni. La Alfano non ha più richiamato.

Devo essere sincero però: immaginavo che la cosa sarebbe finita lì. Ma era necessario che fosse finalmente chiaro come il “dopo” (le opzioni preconfezionate e i finti dispiaceri) sia stato soltanto la chiusura del cerchio di quanto avvenuto “prima” (lo smembramento della “terna”, la creazione della “coppia” e la mia epurazione audio-video-stampa).

Resta da rispondere alla domanda: perché è stato fatto tutto questo? Non bisognerebbe chiederlo a me, ma a chi – persone fisiche, società commerciale, politburo o partito invisibile che sia – ha messo in atto questa “strategia”.

Per parte mia, posso solo provare a fare una ipotesi. Questa: ci sono dei cavalli a cui non puoi mettere né le redini, né il morso e nemmeno la sella. Altrimenti scalciano. Poi ce ne sono altri a cui puoi fare di tutto, anche infiocchettarli e addobbarli con campanelli e lucine colorate e farli trotterellare sulla pista di un circo.

Io, scusate, scalcio.

p.s.

Ringrazio Antonio Di Pietro, che ha avvertito la necessità di scrivere un post che mi riguarda (“Non volto le spalle a Carlo Vulpio”) e in cui fornisce spiegazioni che non condivido. Tengo a precisare tuttavia che non ho bisogno di incarichi né di altre forme di “coinvolgimento” che possano apparire un surrogato della mia mancata elezione. Anche perché gli uomini passano, ma i princìpi restano. E i miei princìpi, io me li tengo ben stretti.

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