Ovvero l’avvocato di Saladino che purgò il decreto nelle parti in cui parlava non dell’imputato ma di lui medesimo.

Il “giallo” delle pagine strappate dal decreto di perquisizione della procura di Salerno nei confronti dei magistrati (e altri) inquisiti della procura di Catanzaro è, in realtà, una furbata dell’avvocato Francesco Gambardella da Lamezia Terme, difensore di Antonio Saladino, uno dei principali indagati nelle inchieste dell’ex pm di Catanzaro, Luigi de Magistris.

Al corposo documento mancavano dieci pagine (ora ci sono tutte, grazie al controllo effettuato dal collega Roberto Galullo, che ringrazio via blog) e la modifica interessa la parte 16 (pag 783-786) e la parte 17 (da pag 841-844 e pag 851-852).

Cos’ha fatto Gambardella il furbacchione?
Quando mi ha gentilmente dato il decreto di perquisizione destinato anche al suo assistito Saladino – cosa che Gambardella poteva ben fare poiché il provvedimento non era più coperto da segreto -, si è premurato di purgarlo di alcune paginette. Guarda caso proprio quelle in cui compare lui.

Per parte mia, quando ho ricevuto il provvedimento, che era di 1486 pagine, ed ora e’ di 1496, non mi sono accorto delle dieci pagine mancanti, sia perché non è infrequente che nella riproduzione di atti si possa saltare qualche foglio, sia perché il mio primo pensiero, anche in considerazione dell’atteggiamento censorio di tutta la stampa e di tutte le tv, è stato quello di diffondere il provvedimento in rete per metterlo a disposizione di tutti nel più breve tempo possibile.

Inoltre, la mancanza di quelle dieci pagine – tre qui, quattro lì, altre tre più avanti – non cambia l’impianto e l’importanza del provvedimento dei magistrati di Salerno, che è un documento di portata eccezionale.

In quelle dieci pagine non ci sono cose sconvolgenti, e nemmeno inedite. Ci sono però cose sicuramente molto interessanti. Non soltanto per l’avvocato Gambardella (e a prescindere da eventuali aspetti costituenti reato), ma per tutti noi e per tutti coloro che vogliano capire meglio “il contesto” in cui certe vicende sono accadute e accadono.

In sintesi, lo avevamo già detto e scritto, ci ritroviamo ancora una volta di fronte a quel fortissimo collante che tiene insieme le “grandi famiglie allargate” composte di professionisti, imprenditori, magistrati, faccendieri, giornalisti, militari e compagnia cantando, dedite principalmente a curare gli affari propri.

E dunque, ecco che da pagina 850 a pagina 852 si legge di cene, di feste nuziali e di appuntamenti riservati. Uno di questi appuntamenti è tra lo stesso Gambardella e il procuratore aggiunto di Catanzaro, indagato a Salerno, Salvatore Murone. La festa nuziale, invece, nella nota tenuta “Calivello-Caraffa”, è quella tra Stefania Di Palma e Giovanni Cefaly, figlio del gip di Catanzaro, Adalgisa Rinardo, la occhiuta bocciatrice dei provvedimenti di de Magistris, anche di quelli che poi la Corte di Cassazione avrebbe considerato conformi alla legge.
Infine, la cena-evento. Saladino la organizza meglio di un matrimonio e dirama gli inviti via mail. La partecipazione all’evento dev’essere corale, un “tutti insieme appassionatamente” attorno allo stesso desco, e quindi ecco allertati il sottosegretario alle Attività produttive Giuseppe Galati (Udc), l’ex governatore di Calabria Giuseppe Chiaravalloti, l’assessore regionale al Turismo e poi europarlamentare Beniamino Donnici (IdV), il presidente del tribunale di Lamezia Terme Sandro Garofalo, il capo della procura di Lamezia Terme Raffaele Mazzotta, il comandante provinciale dei carabinieri di Catanzaro Giuseppe Lanzillotti, il colonnello dei carabinieri Carlo Tartaglione, il magistrato della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, Marisa Manzini, con il marito Claudio Tomasello, la dirigente della prefettura di Catanzaro, Concetta Malacaria, il gip Rinardo e il procuratore aggiunto Murone.
Ovviamente, non sappiamo se a questa cena, i cui inviti partono il 25 gennaio 2006, quando cioè si sapeva su che cosa e su chi stava indagando de Magistris, abbiano partecipato tutte le persone elencate. Sentiamo di dire però che coloro che ci sono andate hanno fatto molto male.

Nelle quattro pagine che vanno da 841 a 844 la protagonista è una testimone importante, Daniela Marsili. Lei è la compagna di Giuseppe Greco, in quel momento giudice del Lavoro a Vibo Valentia. Quando la Marsili viene assunta in una società di Saladino, questi insiste fino a sfiancarla affinché lei gli presenti il giudice Greco. Cosa che avviene il 19 marzo 2007, cioè nel pieno svolgimento dell’inchiesta Why Not.
Ma la cosa più importante che riferisce la Marsili è che l’indagato Saladino e il suo avvocato Gambardella cercano di farle dire che il pm Luigi de Magistris aveva ordito un complotto contro Saladino.
La Marsili racconta di non avere riferito questo fatto direttamente a de Magistris, ma di averlo raccontato ai marescialli dei carabinieri di Catanzaro, Chiaravalloti e Manzi.
Poi, Daniela Marsili lamenta le “manipolazioni” del quotidiano “Calabria Ora” e il silenzio degli altri giornali sulla vicenda. Racconta, per esempio, di aver ricevuto una telefonata dal collaboratore del “Corriere della Sera” da Reggio Calabria, Carlo Macrì, che le aveva chiesto di commentare i fatti senza però poi pubblicare nemmeno un rigo.

Le ultime quattro pagine, da 783 a 786, vedono ancora una volta Gambardella il furbacchione fare un po’ l’avvocato, un po’ il mediatore, un po’ l’ambasciatore. Questa volta a parlare è la super testimone Caterina Merante. L’argomento è un’altra creatura societaria di Saladino, il consorzio “Brutium”. Saladino vuole che la Merante lo aiuti a “enucleare bene il concetto dei malati di mente” perché vuol scrivere una lettera al presidente della giunta regionale calabrese Agazio Loiero.
Scopo della lettera è la richiesta di sostegno – quattrini – della Regione all’iniziativa del consorzio “Brutium”, che creerebbe posti di lavoro per persone con problemi psichici.
Ma Saladino, che sa come va il mondo, non spedisce la lettera direttamente a Loiero. Vuole fargliela arrivare. Come? Per mano, dice la Merante, di quattro personaggi eccellenti (per modo di dire). Quattro magistrati. I già citati Murone e Mazzotta, il capo della procura di Catanzaro Mariano Lombardi e il giudice Garofalo. A quest’ultimo la lettera la consegnerà suo nipote, Francesco Garofalo, dipendente a tempo indeterminato di “Obiettivo lavoro”, altra società saladiniana. Mentre agli altri tre la darà, indovinate un po’, quel furbacchione dell’avvocato Francesco Gambardella. Che poi purgherà il decreto di perquisizione delle dieci paginette qui riassunte.

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