Una scuola di studiosi eretici considera un enorme sbaglio la rinuncia alla sovranità da parte dei Paesi della zona euro


Non è più questione di dispute (eterne) tra liberisti (neo o post) e keynesiani (neo o post), quando uno Stato sovrano non batte più moneta propria, come accade nei 17 Paesi dell’Eurozona. Se uno Stato non batte moneta, e se deve addirittura prenderla in prestito da una banca che si chiama Banca centrale europea, ma che della «banca centrale» non ha nulla – poiché non fa capo ad alcuna entità statale (nemmeno in forma federale, come la Federal Reserve Bank per gli Usa) e non è banca di ultima istanza -, quello Stato è destinato a smorzarsi e, con esso, sono destinati all’estinzione o alla pura irrilevanza i suoi cittadini (il popolo «sovrano») e la sua democrazia. Né questo esito sciagurato può essere giustificato con la superiore necessità di ripianare il debito che uno Stato ha, perché quel debito, ogni Stato sovrano, se ce l’ha, ce l’ha soltanto con se stesso – in quanto soltanto lo Stato ha il potere, la sovranità appunto, di battere moneta, e cioè di crearla e metterla in circolazione senza doverla prendere in prestito da altri per poi dovergliela restituire con gli interessi. E questo perché uno Stato (sovrano) non è una famiglia o un’impresa o una persona fisica e quindi non può fallire come questi ultimi quando le uscite superano le entrate e non si possono più soddisfare i creditori.
In teoria, e anche in pratica, uno Stato potrebbe spendere denaro senza limiti e indebitarsi senza che ciò costituisca un problema. Al contrario. Se costruisce una strada o un ospedale o una scuola, il debito che lo Stato farà (con se stesso) è una «spesa a deficit positiva», ovvero è creazione di «una ricchezza finanziaria netta», cioè non impoverisce i cittadini ma li arricchisce. Stesso discorso per le tasse. La convinzione comune è che esse servano a pagare il funzionamento dello Stato. Ebbene, è così soltanto per gli Stati senza sovranità monetaria, come i 17 dell’Eurozona. Non per quelli a moneta sovrana (Usa, Giappone, Gran Bretagna, l’Italia prima del 2002), perché i soldi delle tasse che tornano allo Stato sono sempre (notevolmente) di meno dei soldi che lo Stato stesso ha messo in circolazione. Quindi lo Stato con i soldi delle tasse non paga un bel niente. Le tasse servono a regolare l’inflazione e a sancire il monopolio statale di emettere moneta.
Questi, in sintesi, i capisaldi di una teoria economica nata nelle università dell’Australia e degli Stati Uniti – la Mmt, Modern Money Theory -, che si sta rapidamente diffondendo in tutto il mondo grazie agli studi, ai libri e alle conferenze degli economisti che di questa teoria possono considerarsi i «padri fondatori», gente del calibro di Warren Mosler e Randall Wray, Stephanie Kelton, Bill Mitchell e Alain Parguez, John F. Henry, Mario Seccareccia e Joseph Halevi, William K. Black, Olivier Giovannoni e Pavlina Tcherneva.
Li citiamo tutti perché ognuno di loro ha dato il proprio originale contributo al lavoro di Paolo Barnard, che li ha intervistati a lungo ricavandone un libro, Il più grande crimine, il cui titolo obiettivamente un po’ troppo forte, è bilanciato dal contenuto, rigoroso nella citazione delle fonti. Il testo, in formato digitale, si può scaricare liberamente in Rete, ma il suo vero successo, oltre al milione e mezzo di download, è stato sancito da incontri pubblici (veri e propri seminari di tre giorni a Rimini, a Cagliari, a Reggio Calabria e prossimamente a L’Aquila) ai quali hanno partecipato alcuni degli economisti citati. Gli studiosi si sono «esibiti» di fronte a migliaia di persone (paganti, 40 euro a testa) rispondendo a tutte le domande e fornendo tutte le spiegazioni possibili.
I seminari – proprio come il saggio – hanno sfatato i tabù del prodotto interno lordo, del debito pubblico, del deficit pubblico, del debito estero, di tasse e moneta, inflazione e deflazione, banche commerciali e d’investimento, agenzie di rating e circoli finanziari internazionali, e li hanno riportati sulla Terra, spiegandoli a tutti, sottoponendo ogni tesi alla sua possibile confutazione e proponendo anche delle soluzioni, sintetizzate in un Manifesto di salvezza economica nazionale – che si può condividere o meno, ma che sicuramente merita considerazione, visto che ormai è rimasta quasi solo Angela Merkel a sostenere che la crisi è figlia della «dissolutezza fiscale» e di un tenore di vita «al di sopra delle proprie possibilità» (insomma, i soliti vizi dei soliti Piigs, Portogallo-Irlanda-Italia-Grecia-Spagna).
Un limite del saggio di Barnard invece è aver fatto ricorso alla stampella del presunto Grande Complotto avvolto dal mistero e messo in atto dalle élite finanziarie internazionali da settant’anni a questa parte. Una spiegazione che proverebbe troppo, come suol dirsi, oltre a essere un «déjà vu» piuttosto abusato. Infatti, non è un «mistero» che i Paesi a sovranità monetaria (Usa e Giappone, per esempio, ma anche nella Ue: Gran Bretagna e Svezia) vivano la crisi globale senza l’ansia e l’isteria dei Paesi che invece quella sovranità hanno perso. Così come non sono «misteri» la mancata rinegoziazione del Trattato di Maastricht (per coloro che sanno di cosa si tratta), il chilometrico Trattato di Lisbona fatto passare per «Costituzione europea» (idem come sopra), il continuo richiamo alla cessione di «quote di sovranità nazionale», quasi fossero «quote latte» che si possono contrattare in base al numero delle vacche allevate, e altro ancora. Il «mistero» semmai è un altro: perché per questo tipo di scelte i popoli interessati vengono informati poco o nulla e interpellati mai?


Carlo Vulpio
(la Lettura, Corriere della Sera, 2/12/2012)


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